Donna Maddalena, Stulara

L’articolo che apre l’anno 2020 riporta, con la stessa carica di semplicità, amore ed intensa commozione, ad uno dei testi più belli ospitati da queste pagine: Ricordo di una Donna semplice: Nora e la Madonna delle Erbe, l’indimenticabile canto d’amore che Eudaimonia dedicò a Nora, l’anziana Donna di Conoscenza che viveva isolata ai margini di un villaggio nascosto nei boschi appenninici tra Parma e Piacenza.
La medesima emozione, lo stesso rispetto ho letto nelle parole che Maria Rita Falco dedica a Donna Maddalena, anziana Donna di Conoscenza salentina che le è amica e maestra.FDA 2020.01.20 Stulara 001Questa mattina, poco prima dell’alba, ero già in auto. E guidavo in direzione profondo Salento.
Non era in programma ma ho deciso durante la notte di seguire l’impulso e andare a far visita a Donna Maddalena.
Lei è una meravigliosa anziana di 99 anni che vive fuori dal paese da sempre. Vive in una grande Pajara1 che io ho sempre trovato magnifica, confortevole, accogliente e magica. È immersa negli ulivi e adiacente ad un bosco.FDA 2020.01.20 Stulara 002Quando sono arrivata e ho fermato l’auto… l’ho vista ferma sulla porta di vecchissimo legno… mi aspettava.
È sempre stato così, lei sa che arrivo, lo sente con l’anima… perché lei è una Stulara2.
Lei sa.
Andandole incontro nella limpida alba mi ha accolto il suo sorriso, gli occhi colmi di piacere nel vedermi e un profumo di mele cotte e di dolce.
Mi sono fiondata tra le sue braccia aperte, ci siamo abbracciate e baciate… lei profuma di cannella ed erba fresca.
«Stria mia!» mi chiama sempre così «Beddha mia, ti aspettavo e lo sapevo che venivi. Vieni, entra che fa freddo e ti ho preparato un bel dolce. Ora lo mangiamo»
E infatti tutto l’ambiente era invaso dal profumo di una torta pasticciotto di mele e crema e noci già sul tavolo, calda e invitante.
Il grande camino in pietra acceso, e lì mi ha portata a sedermi, di fronte alle fiamme.
Mi sono sentita subito a casa.
Abbiamo cominciato a parlare fitto fitto in dialetto salentino e anche in Grico3: un misto di salentino e lingua greca.
Finalmente ero immersa nella serenità che questa donna meravigliosa sa infondere. Nella sua casa abbandono ogni tensione.
Mi parlava fitto fitto e lo vedevo nei suoi occhi che era felice che ci fossi, quanto io di stare con lei.
Lei è una Stulara, quella che oggi viene chiamata donna di potere, in realtà il termine non basta a definire questa anima antica, lei è una donna ammantata di mistero da sempre.
Lei sa, lei vede tutto, lei ti sonda l’anima in un istante.
E infatti mentre parlava mi diceva il perché ero andata lì da lei e cosa avevo nel cuore, senza sbagliare di una virgola.
Mi faceva mangiare la torta e il caffè latte e mi ha fatto sfogare. Con lei viene facile.
La guardavo sistemare i mazzetti di erbe che le ho portato in dono, tutta contenta le metteva in un cesto di vimini: l’amarantus e il rosmarino, e la salvia e il tarassaco, e l’alloro e altre…
Con dolcezza mi ha messa a nudo, scavandomi l’anima. Sapeva tutto quello che avevo e provavo dentro. La gonna lunga e la camicetta, e lo scialle che avvolgeva le spalle, e i candidi capelli intrecciati e fermati sulla nuca con delle forcine.
Lei è bella anche ora, i suoi occhi splendono di luce interiore, verdi come le foglie di ulivo.
«Donna Maddalena te lo ho ho chiesto tante volte, ma dimmi ancora una volta: ma questo dono che hai di vedere e sapere tutto, come lo hai vissuto e lo vivi ancora?»
Lei è tornata a sedersi di fronte a me, gli occhi fissi nei miei.
«Eh figlia mia questo dono è grazia e tormento… non è sempre bello vedere nell’anima degli altri, no. Ho visto tante tante anime nere e letto orrori nei cuori, così come ho visto il bello.
Se avessi potuto scegliere non lo avrei voluto ma così è. Ho questo dono ed è evidente che è stato il mio destino, la mia missione e compito.»
In effetti, da che io mi ricordi, ho visto andare centinaia di persone da questa Donna per chiedere consiglio o sapere cose del passato, del presente e del futuro e molto ancora.
O per aver cura e medicine, giacché lei è una donna che conosce tutti i poteri curativi della Natura.
Abbiamo passato il giorno camminando poi nell’uliveto e nel bosco.
Ho pranzato con lei, pasto semplice e buonissimo e il dialogo è stato continuo; un dialogo spirituale profondo. Ma abbiamo anche riso tanto, specie quando le ho mostrato il telefonino e Facebook…
Era curiosa di guardare questa diavoleria.
E allora mi ha chiesto di vedere qualcuno dei miei amici qui e io ho cominciato a leggerle qualcosa, dei post e immagini, foto.
Mi ha fatto ridere tanto con il suo intercalare di volta in volta quando vedeva volti e post.
E… non ha mai sbagliato nel leggere i visi:
«Mmm questa non è chi afferma di essere!
Ecco questa si, questa vede il Mondo di là!
Questo è falso evitalo!
No, questa dice di essere una ****** macchè! è bugiarda e invidiosa. Figlia mia guardati da chi cova gelosie e invidie.
Ecco quest’altra ci prova a migliorare ma anche questa ristagna in istinti bassi.
Oh questo è un Angelo, lo riconosco e salutamelo.
Ah, e questo è uno Spirito e con questo non si scherza.
Quest’altro è un’anima tormentata.»
E via dicendo così… Donna Maddalena non ha sbagliato un colpo..
Quando mi sono accomiatata da lei ci siamo strette forte forte.
«Ti verrò a trovare presto.»
«Si figlia mia… il tempo che mi rimane non è molto, sono tanto vecchia ormai.»
«Donna Maddalena non te ne andare ora. Non ancora.»
«Stai tranquilla stria mia beddha.»
Mi ha detto le altre ultime cose e poi sono ripartita con la sua immagine negli occhi.
La amo, amo questa Donna che è un ponte tra questo e gli altri mondi.
Ho rifatto la strada del ritorno con le sue parole nella mente.
Mi ha rivelato molte cose oggi che non posso che custodire nel cuore per sempre.

Maria Rita Falco

NOTE
1 – Pajara
Il pajaru, o paiaru, o furnieddhu, o caseddhu a seconda del luogo, è una costruzione rurale tipicamente salentina tronco-conica realizzata con la tecnica del muro a secco, secondo una tradizione iniziata intorno all’anno 1000 d.C..
Può avere pianta quadrangolare o circolare e si presenta prevalentemente isolata ma talvolta la si trova riunita in gruppi di due o tre a costituire edifici più complessi, appoggiati gli uni agli altri.
Oggi rappresenta uno degli elementi caratteristici del paesaggio salentino, tanto da essere oggetto di tutela e valorizzazione.
2 – Stulara
Antonio Garrisi nel suo Dizionario Leccese così definisce la figura della Stulara: da stola, abito svolazzante, creatura femminile immaginaria, donna arcigna e scostante ma meno maligna e perfida della strica, che ad ogni plenilunio celebra il sabba con altre consorelle: “a mmenzanotte sutta alla còrnula bàllanu le stulare”, a mezzanotte sotto la chioma del carrubo danzano le stulare si mettono a danzare.
Viene citato il maschile stularu per indicare un essere fiabesco, immaginato come un vegliardo che vive in un antro profondo dedicandosi alla magia nera ma che nessuno avrebbe mai incontrato, nemmeno chi ricorre alle sue arti magiche, quali fatture e incantesimi.
3 – Grico
Lingua di matrice greca parlata nel Salento, in una delle due aree ellenofone italiane: l’altra è quella calabrese, che si stima parlata da non più di 500 abitanti, mentre il Grico è comunemente usato da circa 10mila persone.
I greci odierni chiamano tale lingua Κατωιταλιώτικα, Katoitaliótika, Italiano meridionale.

 

Melusina e le mura veronesi

Il legame è labile, anzi inesistente ma, ritenendo probabilmente stucchevole rappresentare “The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet” di Guglielmo Crollalanza, l’associazione Ape Musicale ha preferito mettere in scena una gradevolissima versione recitata e danzata della fiaba di probabile origine celtica Melusina, accompagnata in sottofondo dalle note di Das Märchen von der schönen Melusine di Felix Mendelssohn Bartholdy, ascoltabile qui: https://www.youtube.com/watch?v=7qi_Tii1sFM.Interpreti bambine e bambini della scuola primaria dell’Istituto Canossiane di Brescia, dove ha avuto luogo ieri sera la rappresentazione, prosecuzione di un’ideale staffetta iniziata alle ore 17:30 presso la Sala degli Accademici di Palazzo Erbisti, a Verona, con la presentazione del volume Le mura di Verona: storia di un capolavoro d’arte militare.Edito dalla trevigiana Chartesia con la collaborazione dell’Ufficio Unesco e della Biblioteca Civica del Comune di Verona, è stato pubblicato grazie al sostegno della Cassa Padana di Leno, minuscolo ma attivissimo istituto di Credito Cooperativo della provincia bresciana, non nuovo ad iniziative culturali tra le quali, degne di menzione, la ricerca archeologica sull’antico monastero benedettino di Leno ed il recupero della Cripta di San Benedetto al Monte a Verona.
«Da dove credi dunque che vengano le Melusine delle campagne, dei boschi, delle valli, delle vecchie montagne? … Vengono dai piccoli pertugi neri del tronco preistorico e secco … di alberi antichi stanchi strampalati (che) si rinchiudono neri … e allora dalle radici dei fossi escono le Melusine.» scrisse Dino Buzzati in Poema a Fumetti, celebrando la leggendaria figura medioevale della fata acquatica con la doppia coda di pesce o di serpente.
Delle innumerevoli versioni divulgate, l’Ape Musicale ha scelto di rappresentarne una delle due veneziane, quella che narra la vicenda del pescatore Orio che cattura la bellissima sirena Melusina.
Sboccia l’amore e Melusina, rinunciando alla sua natura di pesce, va a vivere a casa di Orio, imponendo però una condizione: fino alla data del matrimonio, Orio dovrà rimanere lontano da casa nella notte tra sabato e domenica. Orio acconsente per alcune settimane fino a quando, incuriosito e geloso, rompe il patto.
Giunto a casa trova un mostruoso serpente. Sta per ucciderlo quando la bestia si rivela essere Melusina, vittima di un maleficio che può essere rotto solo con l’amore e il matrimonio.
Orio e Melusina si sposano ed hanno tre figli. Vivono felici fino a quando, un brutto giorno, Melusina si ammala e muore.
Orio, nascondendo il dolore per la perdita dell’amatissima Melusina (e qui l’interpretazione danzata dei bambini è stupenda per resa scenica e tenerezza) esce ogni giorno a pesca, stupendosi nel trovare, al proprio ritorno, figli e casa in perfetto ordine.
Ma un giorno, rincasato prima del previsto a causa di una tempesta, trova una serpe in cucina e, terrorizzato all’idea che possa fare del male ai bambini, la uccide.
Da quel giorno, al suo ritorno dalla pesca, Orio trova sempre la casa in disordine e comprende che la serpe altri non era che la natura animale dell’amata Melusina, sopravvissuta alla morte e che lui aveva ucciso, perdendola per sempre.Il libro Le mura di Verona: storia di un capolavoro d’arte militare ci illustra invece, con dovizia di testo e immagini, cosa sia rimasto delle mura imperiali di Gallieno spiegandoci perché dopo la morte di Cangrande della Scala Verona subì il “guasto”, ossia la demolizione per circa un chilometro di tutto ciò che si trovava fuori dalle mura.
Le cinte murarie ed i forti della città scaligera si snodano attraverso duemila anni di architettura militare, lungo un percorso di oltre 9 chilometri che copre un vero e proprio museo a cielo aperto esteso per 100 ettari.
Il libro, curato dall’architetto Manuela Zorzi, storica dell’architettura e assistente allo Iuav di Venezia, ci accompagna con un itinerario che tra il centro e Veronetta si spinge fino alle Torricelle lungo il cammino delle cinte romane, ezzeliniane, scaligere, viscontee, veneziane ed infine austriache, dall’Adige alle prime porte di accesso.
Il viaggio si conclude alle porte: per prima la Iovia, l’odierna Borsari, risalente al I Secolo d.C. ed ancora oggi maestosa, che costuituiva il principale ingresso cittadino e dalla quale si snodava il percorso urbano della via Postumia, la fondamentale arteria che univa il Tirreno con l’Adriatico.E poi Leoni, Nuova, San Zeno, Palio e via enumerando fino alla Rondella delle Boccare, a Borgo Trento, mirabile esempio di ingegneria militare veneziana oggi inglobato nell’area dell’istituto tecnico Marco Polo.

ACS

Vanità, decisamente il mio peccato preferito

FDA 20191111 Avvdiav 001Ho affrontato spesso l’argomento, uno dei mei preferiti perché so quanto sia lungo e tormentato il percorso verso la consapevolezza di sè, e considero un dovere sociale il contrasto e, all’occorrenza, lo sputtanamento non solo di guru, illuminati, maestri farlocchi, ma anche della pratica della spiritualità prêt-à-porter, quella del tutto e subito, dell’iniziazione, dell’illuminazione in un fine settimana.
Quella dell’ayahuasca, del buonismo ad ogni costo, dell’essere zen, della mentechemente, della lobotomia, del lasciar andare l’ego a meno che non si sia un guru, degli abbracci, delle manine, dei guerrieri di luce e della restante paccottiglia.
Ed è per questa ragione che oggi condivido i pensieri vergati di getto da Maria Rita Falco:
«È il suo tempo questo, si.
Mi sa che forse forse è proprio così. In ogni campo, in ogni aspetto, in ogni anfratto di società … e non parlo certo del diavoletto con le cornine sulla testa no … stupidaggini.
Parlo di una Potenza ed Energia che si è infiltrata vestendosi di bene, di tecnologia … e di spiritualità.
Si, la spiritualità dell’usa e getta. La spiritualità da quattro soldi da fine settimana.
E tutti per magia vedono, tutti sanno.
Tutti illuminati…
Un proliferare di scritti e sapienza … farlocca.
Scritture partorite da certi tipi con vite anonime, ai quali non daresti due euro ma, che qui diventano e si improvvisano potenti.
E la vera Verità c’è … ma lavora con timidezza.
La Verità ha pudore e cautela e molto spesso passa inosservata in questo mare di menzogne.
Se il Male ha una forma … ha la forma delle parole a taglio dolce ma che lasciano nelle anime un devastante disagio e molta confusione.
Diventate astuti e ragionate se non volete cascare nella trappola …
Ma … si … forse è proprio questo il suo Tempo.
Tic tac
Tic tac … »
Niente affatto casualmente l’autrice abbina, allo scritto soprastante, questo link: https://www.youtube.com/watch?v=qsYbHXjXDnY, che propone il monologo finale dedicato da Al Pacino, padre e diavolo, a Keanu Reeves, figlio ed ambizioso avvocato, nel film L’avvocato del Diavolo girato nel 1997 ma attualissimo.
«La vanità è decisamente il mio peccato preferito. Kevin, è elementare: la vanità è l’oppiaceo più naturale.»
Apoteosi, apice di quella pellicola, attimo sublime in cui regista, autore dei testi e sceneggiatore sono stati geniali, spingendosi ben oltre il banale confine della moralità, quella che avviluppa di mieloso perbenismo il mondo newage della spiritualità al caviale, dello sciamanesimo da tamurriata nei boschi.
Un lampo di vera illuminazione, questa si, ottimamente interpretata da Al Pacino feroce, roboante e teatrale, in magistrale sintonia con il doppiaggio di Giancarlo Giannini.
Entrambi non interpretano Satana, entrambi sono Satana, in una reale raffigurazione del Giano bifronte.
«Voglio che tu sia te stesso.
Lasciatelo dire: il senso di colpa è come un sacco pieno di mattoni, non devi fare altro che scaricarlo! Perché ti accolli tutti quei mattoni?
Dio… non è così? Voglio darti una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio. A lui piace guardare: è un guardone giocherellone! Lui dà all’uomo gli istinti, concede questo straordinario dono, poi che fa?
Ti assicuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo cosmico spot pubblicitario … fissa le regole in contraddizione: guarda, ma non toccare! tocca, ma non gustare! gusta, ma non inghiottire!»
Esattamente in sintonia con la dicotomica moralità benpensante di certa spiritualità, i cui adepti si sentono liberi, ma in realtà hanno sostituito un padrone con un altro.
Perché sono esseri che hanno bisogno di un padrone, hanno bisogno di dipendere, hanno bisogno di attribuire ad altri le ragioni della loro nullità.
Ed infatti il monologo prosegue: «E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate, perché è un moralista! è un gran sadico! è un padrone assenteista, ecco cosa è! e uno dovrebbe adorarlo? No, mai!»
Keanu Reeves / Kevin ribatte, piccato e saccente esattamente come i frequentatori di centri di meditazione allorché si esprimono con sferzante disprezzo e giudizio quando accennano ai “normali”, ovvero a coloro che non hanno accesso al bene supremo della loro setta: «Meglio regnare all’Inferno, che servire in Paradiso: non è così?»
«Perché no?» replica Al Pacino / Satana, specificando: «Io sto qui col naso ficcato nella terra e ci sto fin dall’inizio dei tempi. Ho coltivato ogni sensazione che l’uomo è stato creato per provare. A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato.
E sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato, nonostante le sue maledette imperfezioni. Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista! Sono probabilmente l’ultimo degli umanisti!E chi, sano di mente, potrà mai negare che il XX secolo è stato interamente mio?»
Il fato, chiamiamolo così, ha voluto che mentre visionassi il filmato, nella colonna delle proposte di Youtube mi comparisse il finale di un altro magistrale film, Codice d’Onore, https://www.youtube.com/watch?v=lNPh4NjANBI che qui cito guarda caso per il monologo del colonnello dei Marines Nathan Jessep / Jack Nicholson, rivolto a Tom Cruise che veste i panni di un avvocato della Marina degli Stati Uniti:
«Tu non puoi reggere la verità. Figliolo, viviamo in un mondo pieno di muri e quei muri devono essere sorvegliati da uomini col fucile.
Chi fa questo lavoro, tu? O forse lei, tenente Weinberg?
Io ho responsabilità più grandi di quello che voi possiate mai intuire. Voi piangete per Santiago e maledite i marines.
Potete permettervi questo lusso. Vi permettete il lusso di non sapere quello che so io: che la morte di Santiago, nella sua tragicità, probabilmente ha salvato delle vite.
E la mia stessa esistenza, sebbene grottesca e incomprensibile ai vostri occhi, salva delle vite.
Voi non volete la verità perché nei vostri desideri più profondi, che in verità non si nominano, voi mi volete su quel muro! Io vi servo in cima a quel muro!
Noi usiamo parole come onore, codice, fedeltà. Usiamo queste parole come spina dorsale di una vita spesa per difendere qualcosa.
Per voi non sono altro che una barzelletta, ed io non ho né il tempo né la voglia di venire qui a spiegare me stesso a un uomo che passa la sua vita a dormire sotto la coperta di quella libertà che io gli fornisco, e poi contesta il modo in cui gliela fornisco!
Preferirei che mi dicesse: la ringrazio, e se ne andasse per la sua strada. Altrimenti gli suggerirei di prendere un fucile e di mettersi di sentinella.
In un modo o nell’altro io me ne sbatto altamente di quelli che lei ritiene siano i suoi diritti.»
Questo è quanto. Namastè.

Alberto Cazzoli Steiner

Марина Абрамовић, Seven Easy Pieces, e il valore del silenzio

Sono contento quando un mio scritto innesca discussioni, confronti ed approfondimenti oltre il risicato confine partecipativo del social dal quale, al momento, rilancio ciò che pubblico su La Fucina.
Lo sono altresì per il fatto che a mano a mano che scrivo approfondendo il tema trattato ed entrando nel merito degli interessi effettivi, delle modalità attuative e delle loro impalcature antropologiche, letterarie, mitologiche e rituali, il pubblico dei lettori si assottigli ma ne guadagni la qualità.
Posso tranquillamente affermare di scrivere per una decina di persone, delle quali possiedo il numero di telefono e che spesso conosco personalmente, in una sorta di circolo esoterico alchemico-letterario esplicato con messaggi, scambio di link, file in formato pdf e, cosa estremamente più importante di tutte, battute a livello del peggiore cazzeggio che rendono, a mio avviso, il tutto estremamente serio. Approfitto qui per ringraziare queste persone amiche e davvero preziose.
Discutendo del pezzo “Tutti che portano luce, mai nessuno che porti da bere” pubblicato il 4 corrente abbiamo rilevato come il contenuto si presti ad essere ampliato integrandovi due argomenti: una specifica di dettaglio su Марина Абрамовић, Marina Abramović, ed un approfondimento sui tanto complessi quanto affascinanti rituali che prevedono la castrazione e l’evirazione, corredati dal necessario sostegno mitologico.
In questo breve scritto mi occupo della Abramović, ed in particolare di Seven Easy Pieces, l’opera citata nello scritto sopra nominato.
Questa opera, della durata complessiva di 1h32’49” e diffusa in rete nell’anno 2007 con montaggio curato da Babette Mangolte, rievoca sette esecuzioni fondamentali, alcune delle quali rifacentesi agli anni ’60 e ’70 della guerra fredda, tutte interpretate come partitura musicale.
Il lavoro fu rappresentato dal 9 al 15 novembre 2005 al Guggenheim Museum di New York, ed ogni esibizione affrontò un tema specifico:riuscendo a coinvolgere numerosissimi spettatori, a proposito dei quali la Abramović affermò: “Non voglio che il pubblico senta che stiamo trascorrendo del tempo con le esibizioni, voglio semplicemente che si dimentichino del tempo.” Questo il link al video: https://archive.org/details/ubu-abramovic_seven.
Non sono solamente quelli che chiamo i miei cromosomi balcanici a farmi apprezzare Marina Abramović, ma anche il suo coraggio, il suo essere fuori dal coro, ed alcune sue caratteristiche che a mio avviso ne fanno una Donna di Conoscenza senza né svolazzi né proclami. Di seguito una selezione di immagini tratte da Seven Esay Pieces:Ebbi l’opportunità di incontrarla alcuni anni fa al PAC di Milano, e di sentire la fortissima Energia che da lei emana.
Di lei, oltre a quanto descritto sopra, ricordo qui la performance che, nuda su una piramide di ossa insanguinate, compì come forma di protesta e grido di dolore contro la guerra – in generale e nei Balcani in particolare, essendo lei di origine bosniaca – e Balcan Erotic Epic, il film girato nel 2005 e da me spesso citato, che riprende l’antichissimo rituale contadino dei Balcani, la Fecondazione della Terra attraverso una vera e propria penetrazione attuata dagli uomini mentre le donne danzano in cerchio (questo il link: https://vk.com/video-1789739_159160944).
Nel percorso di scoperta ed approfondimento delle proprie tematiche, e mi riferisco in particolare alla conoscenza dei talenti insiti nel Lato Oscuro, posso affermare che alcune tecniche, mediate da quelle della Abramović, sono di notevole impatto e grande efficacia.
L’approfondimento di certe esperienze mi convince sempre più del fatto che Consapevolezza e Risveglio, pur riguardando anima, interiorità, coscienza o come preferiamo definirle in una visione immateriale, debbano sottendere una visione ed un approccio verso ogni manifestazioni della Natura, ivi compresa quella umana, rendendo imprescindibile la massima attenzione a corpo, fisicità, sessualità nelle loro attinenze sacre. La valenza esperienziale del mio percorso mi ha insegnato come la materia della quale siamo fatti non costituisca affatto un ingombrante e peccaminoso involucro contenitore di organi e fluidi ma una fonte di apprendimento, di piacere e di amore, oltre uno strumento per ottimizzare ed acuire le Energie funzionalmente all’estensione percettiva ed all’accesso al mondo altro.
Come affermo sempre: mi baso sulla mia esperienza, pratica e non teorica, e non mi permetto né di parlare né di scrivere pretendendo di affermare verità assolute. Quel che a me è valso e tuttora vale affinché io possa compiere il mio cammino, può non valere o addirittura essere controproducente per altri.
Ciascuno ha i propri bioritmi, le proprie attitudini ed i propri convincimenti e non sta a me dire quali siano giusti e quali errati. Onoro tutto e tutti senza giudizio allo stesso modo in cui pretendo che sia onorato il mio sentire.
Un tratto comune delle esibizioni di Marina Abramović che apprezzo notevolmente è, infine, il silenzio: l’artista piange, singhiozza, guaisce, urla ma non parla ove non sia strettamente necessario. E non lo è quasi mai. Nell’ambito del percorso di ricerca e sperimentazione la voce del Sacro si manifesta attraverso il silenzio.
Lo affermò anche Federico Fellini: “Se tutti facessimo un po’ di silenzio forse qualcosa potremo capire” riferendosi a quello esteriore come passo verso il silenzio della mente e del cuore per conoscere se stessi e il mondo.
Ho scoperto a suo tempo che avrei potuto procedere lungo la Via della Conoscenza solo a condizione di educarmi al silenzio. Per sentire il corpo e le sue vibrazioni, per ascoltare quello che hanno da dirmi un albero o un torrente piuttosto che il vento, la luce, l’acqua, una foglia.
Il silenzio, liquido amniotico che nutre pensiero, parola e poesia, e che consente di percepire meglio anche gli odori. Il silenzio permette di osservare meglio anche quando sembra che non vi sia nulla da vedere, ed è parte fondamentale della conversazione vera, quella che permette di condividere: mi consente di ascoltare in termini reali assimilando ciò che il mio interlocutore sta esprimendo. Il silenzio può anche costituire una risposta, perché non mi sento obbligato ad una risposta e non ne chiedo. E cerco di fare in modo che la conversazione inizi sempre con un istante di silenziosa riflessione.
Per me il silenzio è anche segno di stima e rispetto, e rifuggo dalle persone esagerate, appariscenti e schiave delle apparenze, da quelle che parlano velocemente, mangiandosi le parole: mi infastidiscono, mi urtano, mi fanno incazzare.
Ho avuto bisogno di ritrovare il silenzio come valore educativo e percettivo, come necessità profonda per crescere e vivere in modo sano acuendo le mie facoltà. E faccio di tutto per salvaguardarlo anche attraverso la solitudine, che mi è amica e compagna.
Posso percorrere quel vero e proprio laboratorio dell’anima costituito da un semplice sentiero nel bosco o in montagna solo in compagnia di persone a loro volta educate al silenzio ed alla meraviglia. Mi sono stancato di suscitare antipatie chiedendo: “Scusa potresti fare silenzio che non riesco a sentire?”
Chi vuol vivere nella cacofonia è libero di farlo. Chissenefrega, purché lontano da me.
Il silenzio mi consente inoltre di pervenire ad uno stato alterato di coscienza, necessario prodromo alla visione o al viaggio nell’altrove. Viaggio che compio solo quando strettamente necessario e non certamente per turismo.
Guadagnare il bene del silenzio significa incrementare la capacità di ascolto e riflessione, lo spazio per pensare in solitudine, per conoscersi, per sentire, per entrare in contatto con la propria interiorità. Il silenzio dovrebbe costituire una priorità, una quotidiana conquista che permette la risonanza emotiva e cognitiva, un’opzione irrinunciabile di serenità per il proprio ed altrui benessere. Uno strumento imprescindibile per lavorare con l’Energia, per sentire la pioggia che scroscia, ticchetta o zampilla, il saluto di una foglia che cade in autunno pronta a macerarsi per trasformarsi nel nuovo.
Il silenzio porta con sè la meraviglia indispensabile per ammirare il fuori e portarlo dentro, rallentando respiro e movimento, incrementando percettività e potenza energetica.

Alberto Cazzoli Steiner

Tutti che portano luce, mai nessuno che porti da bere

E τελεστική, telestiké! chioserebbero gli iniziati agli antichi riti misterici. E non potremmo dar loro torto, visto che uno dei fondamenti dell’iniziazione misterica, che attribuisce il potere di nominare ed evocare l’Energia, per chi lo preferisce nominabile come Divinità, consiste proprio nella consacrazione dell’offerta, del dono, la cui consistenza giunge a comprendere elementi fisici appartenenti ad officianti e partecipanti: dall’immancabile sangue, e quello mestruale occupa il posto d’onore, a ferite inferte sul corpo e sino a parti dello stesso: capezzoli, clitoride, cuore, dita, fegato, occhi, pene, seni, testicoli. Oggi secondo la formula dell’atto liturgico, un tempo non raramente anche in termini effettivi. Due esempi per tutti: i sacerdoti devoti a Cibele e le sacerdotesse di Vesta.
Tali riti arcaici comportano che l’Energia, la Divinità, possa, per il tempo necessario o per sempre, incarnarsi nei partecipanti conferendo loro poteri particolari, straordinari, a partire dalla divinazione fino a ritrovare l’Androgino ermafrodita archetipico.La teurgia, nota nell’Antica Grecia e che influenzò notevolmente il tardo Neoplatonismo, costituisce antropologicamente uno dei più classici esempi di manifestazione trasversale, che ritroviamo nell’Africa equatoriale ed in Asia Minore, in Estremo Oriente e nelle Americhe.
Tipico della tradizione Lakota-Sioux e valido esempio di rito tuttora praticato in estate, è il Wiwanyag Wachipi, o Sacra Danza del Sole, rito di passaggio di notevole efficacia e scenograficità.
Al centro di un cerchio formato con pali di legno viene scavata un’ampia e profonda buca che rappresenta Madre Terra, all’interno della quale viene posto il Wakachan, il Sacro albero di pioppo che rappresenta l’Elemento Maschile, l’antenna che invierà al Grande Padre, il Sole, le sofferenze e le suppliche. Il guerriero od aspirante tale, detto danzatore, che intende sottostare al rito lega una corda ai rami alti del pioppo, che rappresenta il cordone ombelicale che un tempo legava alla madre terrena.
L’accompagnatore spirituale, in genere lo sciamano o un anziano guerriero, pratica un taglio sul danzatore in corrispondenza dei muscoli pettorali, utilizzando due schegge in osso che provocano un notevole dolore fisico, accentuato dalla corda che viene fissata alle schegge stesse, delle quali il danzatore cercherà di liberarsi, non con le mani bensì attraverso strappi, lacerandosi la carne e procurandosi un dolore fisico, al limite dello svenimento e anche oltre poiché il rito comporta la permanenza all’interno del cerchio per quattro giorni senza né mangiare né bere, e danzando allo sfinimento per pervenire alla Visione.
Arriva un momento in cui Wakan Tanka, il Grande Spirito, espressione della concezione panenteistica del dio, entra nel corpo del danzatore/guerriero, per esserci durante il rito e per infondere il proprio soffio nel corso di tutta la vita, permeando le azioni che non potranno che essere coraggiose ed onorevoli.
Tale dolore onora quello che la madre provò partorendo, e che in questo modo viene reso a Madre Terra, e il dono è sancito dal sangue che stilla e cola lungo il corpo finendo per essere assorbito dalla terra.
Il rito intende inoltre esprimere l’umiltà, che il danzatore offre mediante il sacrificio del proprio corpo e del sangue, e simboleggiare la promessa di sacrificarsi per gli altri componenti la comunità, assumendo su di sè tutte le sofferenze.
La teurgia si sostanzia attraverso operazioni rituali, che seguono un cerimoniale preciso e solenne e che utilizza gesti, simboli, formule ed elementi adeguati ad evocare la divinità desiderata.
Gesti e simboli, la stessa lingua parlata ed i nomi delle Forze evocate nel corso del Rito, non devono essere né comprensibili né pertinenti al mondo razionale. L’efficacia del rito dipende in misura direttamente proporzionale dall’intento oggetto del Rito e dalla capacità di affidarsi senza riserve al/alla partner sospendendo, anzi annullando, qualsiasi forma di controllo. Solo in tal modo è possibile attivare le forze che consentono di ricevere la potenza energetica.
Il/la partner ricevente, pur consapevole che subirà pratiche cruente, deve porsi in una condizione di eccitata attesa di ciò che gli/le accadrà, accogliendo qualunque azione il/la partner officiante eserciterà sul suo corpo, compresi tagli o bruciature per onorare nel gesto il senso di agire come un dio, vale a dire trasmutare il proprio status in divino per mezzo dell’azione psicomagica che per mezzo di riti specifici conduce alle nozze jerogamiche.
Nessun rito pretende di sottomettere, e chi afferma il contrario o è un idiota che gioca al maghetto nei boschi sfondandosi di canne e idromele, o è in malafede. Di solito lo/la si riconosce anche se non veste come il mago Otelma perché si dà arie di chi sa tutto, parla per enigmi come il/la depositario/aria di chissà quali millenari segreti ed ovviamente, nella gerarchia del proprio ordine, ricopre i ranghi più elevati. Da evitare.Il rito, per il ricercatore alchemico, il mago, lo sciamano o comunque vogliamo chiamarlo (la definizione vale ovviamente anche al femminile), serve a chiamare le Forze che vengono invocate ed evocate possedendone la Potenza del Nome, chiedendo, imponendo, disponendo ed ordinando grazie all’autorità che deriva dall’umiltà e dal carisma riconosciuto. Ma al tempo stesso ponendosi al loro servizio.
Sembra una sciarada, ed è effettivamente un momento delicato al quale prestare attenzione. Potremmo addirittura redimerlo alla formula M = kEyJ, giusto per significare che anche in questo caso abbiamo gli elementi che concorrono e un valore critico.
Potremmo trarne un modello matematico, ma preferisco limitarmi a dire che sotto il profilo cronologico, e conseguentemente energetico, l’intento e la sua manifestazione attuata mediante l’organizzazione del Rito appartengono al passato, ancora prima non solo della conclusione, bensì dell’inizio dello stesso.
Allo stesso tempo, nello stesso modo e per la medesima ragione vi appartiene il futuro nello stesso istante in cui, diventato presente, scivola inesorabilmente verso il passato.
Senza tirare in ballo l’abusata quantistica, perché qui l’equazione di Dirac sarebbe proprio fuori luogo, il significato di tutto ciò è estremamente semplice: la parte più complessa non è porsi nella condizione di lasciar andare il passato, ma in quella di lasciar fluire il futuro. Mi sto ovviamente riferendo allo spazio-tempo del Rito, anche ed a maggior ragione se diverso da quello che ci si era raffigurato.
Un aspetto sulle cui sfaccettature avremo modo di tornare. Nel frattempo, secondo la mia personalissima e certamente non accademica visione teurgica, mi preme citare Marina Abramović, un’icona nonostante i 73 anni che compirà il prossimo 30 novembre e nonostante una pletora di detrattori che le attribuiscono ogni nefandezza, compreso mangiare bambini. Anche se, ne sono certo, non è mai stata comunista.
Ella raffigura a mio avviso un’ottima esemplificazione teurgica: pensiamo alla forza evocativa dell’accoppiamento con gli scheletri, a quella della fecondazione della Terra scandita dalle sequenze di Balcan Epic, allo stare seduta fissando in silenzio chi le sta di fronte o all’incidersi, con una lametta, una stella che zampilla rossa di sangue sul ventre.
Il gradiente libidico del suo stesso corpo, che ha fatto deflagrare le convenzioni del consorzio cosiddetto civile e perbene, la creatività, le idee, la narrazione, l’eros che è cerebralismo ma è anche carne nella carne tormentata, offesa, ferita, violata per essere offerta in olocausto contro la barbarie della guerra fanno di questa donna un unicum.Le due immagini soprastanti sono riprese da un video girato nell’anno 2013, che raffigura Lady Gaga nuda in un bosco nell’Upstate New York mentre pratica una serie di esercizi pensati per aumentare la consapevolezza dell’esperienza fisica e mentale del momento presente, ideati dalla performer serba che ha recentemente aperto un proprio spazio, il Marina Abramović Institute, dedicato all’insegnamento del suo particolarissimo metodo, destinato all’esecuzione ed all’osservazione della prestazione, non necessariamente artistica.
Questo il link al video integrale per chi volesse approfondire: https://vimeo.com/71937056.
Iconica, e a mio modo di vedere teurgica. Del resto fu proprio Mircea Eliade, nel suo Rites and Symbols of Initiation, a scrivere: “Il momento centrale di ogni iniziazione è rappresentato dalla cerimonia che simboleggia la morte del novizio e dal suo ritorno alla comunità dei vivi. Egli ritorna come un uomo nuovo, che ha assunto un nuovo modo d’essere. La morte iniziatica significa la brusca fine dell’infanzia, dell’ignoranza e della condizione profana.”
E, come accade nella vita, al termine di questa carrellata arriviamo a lei: alla Nera Signora, a Sorella Morte, ad uno dei più grandi tabù della nostra società. Oggi, paradossalmente, ancora più che in passato, se pensiamo solo al fatto che fino a non molti anni fa bisnonni, nonni e genitori morivano in casa, o in ospedale nel breve decorso terminale di una malattia, accuditi da figli e nipoti. Oggi, fatte salve rare eccezioni, vi è la tendenza a smaltire l’anziano, il vecchio, come se fosse un rifiuto ingombrante e maleolente, in strutture asettiche, medicalizzate, dove la morte odora di disinfettante.
Ma tale atteggiamento di rimozione comporta l’acuirsi della paura verso la morte, relegandola nella stanza delle cose da non dire, da non vedere: “Chiudo gli occhi così non mi vedono”, recitava una filastrocca di quando eravamo bambini.
Tutto muore, deve morire, altrimenti non possiamo diventare tutti uguali, passando attraverso la putrefazione e la trasformazione per rinascere. È parte imprescindibile del ciclo della vita, e chi vive la spiritualità naturale accoglie, ed anzi governa con consapevolezza, il susseguirsi di tali eventi, pronunciando parole e compiendo gesti di pietra e di piuma che provengono dalle profondità ancestrali dell’anima, restituendo il loro significato metafisico ed onorando la maturazione del Seme deposto nella Coppa, nel materno tempo incubatore delle Tenebre pronto al risveglio nella Luce.
Luce da non confondere con quella delle manine di luce, degli abbracci di luce et similia.
Avvicinatevi, non temete: ho la possibilità di salvarvi ma debbo essere rassicurata sulla vostra capacità di mantenere il segreto su ciò che di straordinario vedrete nei giorni a seguire. Vorrete quindi impegnarvi in questo patto?
Ricordate: ovunque fuggiate sarete sempre legato al nostro patto.
Rosa di Rose
Fiore di Fiori
Donna di Donne
Signora di Signore
Il nostro Patto, il nostro Patto
(dal film L’Arcano Incantatore diretto nel 1996 da Pupi Avati, filastrocca musicata dalla band metal the Prophecy, video qui: https://www.youtube.com/watch?v=NRMkyGcRqcs)Ricordiamocelo: possiamo chiamarli Dei, Dee, Demoni, Energie, come ci pare, persino Pippo Pluto e Paperino se ne abbiamo voglia. Purché con serietà e rispetto, perché non esistono punti di appoggio che non siano dentro di noi.
Affermazioni come “pregare i demoni, piuttosto che gli dèi” pretendono di poggiare sicurezze e responsabilità su di loro, ma costituiscono una totale devianza in stile newage, quello che travisa l’essenza divina che alberga in ciascuno di noi in un potere di leggi, e volontà proiettate all’esterno.
Chi desidera addentrarsi o proseguire lungo il cammino della ricerca e della sperimentazione deve imparare a fidarsi di se stesso, delle proprie sensazioni e dei cosiddetti demoni, intesi come alleati della nostra stessa interiorità.
Tutto il resto è proiezione, è paura della propria ombra. Chi ricerca sperimenta e crea, e chi fa sbaglia, è pertanto controproducente perseguire un improbabile ideale di perfezione. Meglio ambire ad essere Creatore invece che creatura. E se l’errore di valutazione dovesse essere fatale, ciao: game over, mortus est non più buligaribus.
Di qualcosa bisogna pur morire.

Alberto Cazzoli Steiner

Quella curiosa somiglianza tra Castel San Pietro e die Toteninsel

Una notevole somiglianza accomuna Castel San Pietro, l’edificio militare veronese che sorge sul Colle San Pietro, a Die Toteninsel, l’Isola dei Morti, il dipinto realizzato dallo svizzero Arnold Böcklin tra il 1880 e il 1886 in cinque versioni, una delle quali andata ufficialmente perduta durante la Seconda Guerra Mondiale.
Me ne sono accorto solamente pochi giorni fa e le immagini a corredo lo dimostrano.La storiografia ufficiale ci rende noto come Die Toteninsel, originariamente intitolata Un luogo tranquillo, venne così denominata dal mercante d’arte Fritz Gurlitt in occasione della terza versione dell’opera, risalente al 1883, in ragione dell’atmosfera mortifera e dall’oscura simbologia che pervadono il dipinto, forse dovute al pensiero rivolto dall’autore alla figlia morta bambina.
In realtà un simposio tenutosi nel 2011 accredita, in ragione di un carteggio, la scelta del nome proprio all’autore (la notizia è riportata in uno dei tre articoli linkati, quello datato 27 marzo 2019.
La terza versione del quadrò affascinò Adolf Hitler, che l’acquistò nel 1933 per collocarla nel Berghof e, successivamente, nella Cancelleria. Essendo noto l’interesse del Führer per l’esoterismo, ambito al quale il Reich dedicò ricerche approfondite e complesse, non è da escludere che nel dipinto si siano letti significati particolari.
Dell’opera, che trovo più che affascinante, della sua origine e della simbologia ho scritto in diverse circostanze e, tra queste, meritano una menzione particolare:
2 marzo 2016 – Nuova vita per Villa Bellagio, l’ultima dimora di Arnold Böcklin
31 agosto 2018 – Il cimitero di Rosazza, Toteninsel in terraferma
27 marzo 2019 – Die Toteninsel: parte da Bellagio il sentiero alchemico della trasmutazione
Anche il sito veronese presenta delle interessanti particolarità. Sul Colle, luogo strategico per il controllo del fiume Adige e del passaggio lungo la via Postumia, in epoca Romana sorse un tempio collegato al sottostante Teatro, risalente al I Secolo a.C. e tuttora esistente ed utilizzato per eventi e rappresentazioni. Sul colle vennero rinvenute anche tracce di insediamento pre-romano, risalenti all’Età del Ferro.
L’edificio che possiamo ammirare oggi venne costruito fra il 1852 e il 1858 su progetto dei genieri austriaci e la supervisione dell’ ingegnere Conrad Petrasch. Il complesso esistente in precedenza, su base originaria dell’890, ricostruito nel 1393 dal milanese Gian Galeazzo Visconti ed ampliato nel 1627 e nel 1703, fu devastato nel 1802 dalla soldataglia napoleonica.
Una delle prime uscite condivise con l’appassionata ricercatrice Nadia Galeazzi ci condusse al cimitero fiorentino degli inglesi, dove Böcklin inumò la figlia, Mary deceduta bambina, e che per lungo tempo venne ritenuto ispiratore, per la sua conformazione, de l’Isola.
Ci recammo anche a Fiesole, dove si trova Villa Bellagio che fu l’ultima dimora del pittore, che vi morì il 16 gennaio 1901.
Esclusa l’ispirazione fornita dal Cimitero degli Inglesi, le teorie sull’origine del massiccio isolano conversero sull’isolotto di Pontikonisi, vicino a Corfù dove peraltro il pittore non si recò mai, e sul promontorio ischitano che accoglie il castello di Federico di Aragona.
Nessuna delle ipotesi ci convinse, e intanto il nome Bellagio, che è anche un noto toponimo, ricorreva spesso nei nostri discorsi. E fu proprio transitando in treno da Varenna, lungo la sponda orientale del Lago di Como, che Nadia osservò sul promontorio di Bellagio, una falesia in tutto e per tutto simile alle rocce scoscese che caratterizzano le varie versioni del dipinto.
Successive ricerche confermarono come il Böcklin ebbe occasione di dimorare nella cittadina lariana, dove a metà dell’Ottocento si diedero convegno, in particolare sotto i portici dell’Hotel Suisse, pittori, scultori, letterati provenienti da Regno Unito, Svizzera, Germania, ed uno dei pellegrinaggi mistici aveva come meta la grotta di Villa Serbelloni, con déjeuner sur l’herbe al promontorio, in scenografie simili a quelle rese da Édouard Monet.
L’occasione non si è ancora presentata, ma contiamo di recarci ad esplorare quel luogo, dal quale forse non trarremo mappature, ma sicuramente notevoli suggestioni.

Alberto Cazzoli Steiner

A certe persone bisognerebbe praticare l’esoterectomia

Della serie: esoterismo, esiste ma bisognerebbe reinventarlo, evitando però di farne un fenomeno di massa, errore fatale commesso a partire dalla seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso sull’onda del movimento hippy e dei vari passaggi in India alla ricerca del sè, oltre che di roba buona da fumare, appannaggio della sinistra più benestante che acculturata.Nel breve volgere di pochi anni questa impestò, com’è suo costume fare di ogni cosa, il tema suddividendolo in correnti, scuole di pensiero, di spiritualità, di meditazione, di ecopsicosostenibilità ciascuna provvista del proprio guru, maestro, referente oltre che dei suoi dogmi. Su tutto ciò provvidero a stendere le proprie ali preraffaellite piuttosto che neogotiche la newage, il neoceltismo ed altri movimenti in modo da creare, anche per chi politicamente si riconosceva nella Destra, la propria fascia di mercato.
Certo, mercato: si stima che l’esoterismo e le sue emanazioni antropologiche, storiche, ideologiche, pratiche e di costume valgano, solo in Italiland, non meno di otto miliardi di euro annui, con un’evasione calcolata al 95% tra cartomanti e veggenti, centri di meditazione, neo-stregoneria e neo-paganesimo, gruppi iniziatici e satanisti, culti ufologici e quantistici e chi più ne ha più ne metta.
Anche qui, esattamente come nelle religioni tradizionali, la fa da padrone il fear marketing, il marketing della paura: di vivere, di non essere all’altezza, di soffrire, di non trovare l’amore, il benessere, la salute.
E vengono quindi in soccorso le più disparate tecniche sciamaniche, druidiche, tantriche, di illuminazione: praticamente, delle illuminotecniche.
Presentate da docenti, sciamani, sacerdotesse con accrediti presso improbabili New Awareness University piuttosto che Celtic Health Soul High School ed in altri pseudo-istituti che si riconoscono tra loro mediante associazioni, sindacati, federazioni. Su tutto campeggia il Conacreis, il Komintern della spiritualità.
Uno dei termini più abusati del linguaggio exobiobau è guarigione. Termine spesso fuffaro poiché per guarire bisogna essere malati, e sin qui va bene perché lo siamo più o meno tutti, e quindi pazienti nelle mani di un terapista. Terapista de che? Formatosi in quale facoltà di medicina? Provvisto di quali titoli riconosciuti dal Ministero della Salute? Che opera sotto quale codice deontologico ed offrendo quali garanzie di non danneggiare il paziente?
Risposta: il nulla, il buio più assoluto. Un mare magnum di cazzate, come quella della sannyasin che, avendo vissuto per anni accanto al maestro ne ha assorbito l’energia. Si, a furia di far pompini.
Si sprecano, chiaramente, le autonomine a sciamano araucano piuttosto che curandero, ma che davero?, sacerdotessa wicca, yucca e taka-taka, imperversano i conti di Saint German e le Lilith, le Morrigan, le Ecate. Insomma, un’ecateombe.
Alla base di tutto questo c’è la paura del buio, quella paura ancestrale che prende il bambino, l’essere umano agli albori della storia, quella paura che non permette di avere una visione, che blocca, che fa ammalare.
Sorpresa: questo buio non è oscurità inscalfibile, ma un alleato che, se opportunamente conosciuto ed elaborato, ci permette di avere una visione luminosa, di vincere le nostre battaglie, di scoprire ed apprezzare le nostre potenzialità, i nostri talenti.
Lo sa bene chi, per millenni, ha tenuto sotto scacco l’umanità proprio attraverso la paura e le sue emanazioni: paura del male fisico, paura della dannazione eterna, paura indotta con i sensi di colpa, il senso del peccaminoso, dell’immorale, dell’illecito alimentati da ignoranza e superstizione.
Dobbiamo invece ricordarci che noi, e solo noi, siamo i padroni di noi stessi, e che la paura, normalmente sano segnale che ci riporta all’istinto di sopravvivenza, è solamente un ospite che deve adeguarsi alle nostre modalità, al nostro bioritmo, alle nostre usanze.Ma come superare la paura? certamente non con i corsi base del fine settimana offerti da certi gruppi di sciamanesimo, spesso tenuti da questo o quello sciamano.
Non funziona così: anzitutto i veri sciamani non si proclamano tali, non girano il mondo come le star e, inoltre, il loro lignaggio di sensitivi, medium, esperti guaritori data da generazioni.
E certe cialtronate, oltretutto, non sono rispettose nei confronti dei veri sciamani, in genere poverissimi e che hanno dovuto superare prove durissime a carico del fisico, della mente, dell’anima: nudi per giorni o settimane nella foresta senza né cibo né acqua piuttosto che al buio in una caverna, subendo dolori fisici assimilabili a vere e proprie torture o lutti e perdite.
Chi pretende di insegnare, inoltre, lo fa proponendo pratiche edulcorate alla melassa, volemose bene che tutto s’aggiusta.
No, niente affatto. A parte il fatto che non lo si insegna come se ci si trovasse ad un seminario aziendale, lo sciamanesimo, o comunque vogliamo definirlo, è consapevole che esistono aggressività e violenza, superbia e manipolazione, controllo e prevaricazione. Utilizza anzi tali elementi in qualità di armi, strumenti, opportunità. Ci si accorge di avere a che fare con una sciamana o uno sciamano perché l’ambiente è privo di inutile e lugubre serietà, si è anzi pervasi da allegria, amore, disinteresse, sorriso, senso di responsabilità.
Senza che nessuno si prenda troppo sul serio, perseguendo così e diffondendo la vera illuminazione.
Che è un processo distruttivo: la demolizione di tutto ciò che non è veritiero, di tutto ciò che abbiamo creduto che invece lo fosse, e non ha niente a che fare con il diventare migliori, più felici, più buoni, più ascesi, più sani, più bio.
È come il risveglio dal e sul Sentiero delle Tenebre: non ha nulla di mistico, aulico, spirituale, non odora di santità. O è o non è.
E, tanto per esercitarci alla chiarezza, non esistono pratiche sciamaniche, o magiche, nere. Nessuna magia è nera, di nero c’è solo l’animo umano. Il resto è energia, da utilizzare secondo poche e semplici regole, all’insegna del senso di responsabilità individuale.
Male non fare paura non avere. Appunto. Fai del bene scordatene, fai del male pensaci. Esattamente.
È perfettamente inutile che io, qui, esorti a diffidare di chi pratica conto terzi, su commissione, di chi fa “rituali” per infastidire, danneggiare, ferire, vincolare, influenzare, manipolare o controllare terze persone. Sono anzi, si fa per dire, dalla parte di chi li pratica: se chiede cifre esorbitanti fa benissimo, perché non si sta arricchendo alle spalle di un gonzo, ma di un essere spregevole che intende rovinare la vita di un’altra persona, un vigliacco che non se la gioca, ma anzi affida il compito ad un sicario.
Le stesse considerazioni valgono, a mio avviso, per chi pratica, o chiede, di conquistare o legare una persona, o per ottenere dalla stessa benefici sessuali.
Sia chiaro: non sto giudicando, anche se non vi sarebbe nulla di male, sto solo enunciando i miei convincimenti, ivi compreso il fatto di ritenere tutto questo niente affatto etico, oltre che squallido. Il potere, o dono o quel che è, non è cosa nostra ma, essendoci stato affidato, va amministrato e somministrato con oculatezza, conservato nel silenzio e nella riservatezza, non utilizzato per gratificare il proprio ego, e tanto meno utilizzato senza il consenso dell’interessato.
Se si rispettano semplici regole di correttezza, consolidate ed universalmente accettate da migliaia di anni, anche nella vita ordinaria, si dispone di un mezzo meraviglioso per conseguire benessere e trasformazioni positive e personali. Qualsiasi utilizzo antitetico, o il farne sfoggio, trasforma tale potere in un strumento malefico. Per tale ragione a certi sciamani, maestri, sacerdotesse disognerebbe praticare l’esoterectomia.

Alberto Cazzoli Steiner