Riconosciamoci compagni di viaggio

Per le persone che scavano dentro se stesse al fine di comprendersi e comprendere il percorso termina, posto che possa mai terminare, una volta che, affrontati mostri, fantasmi e dolori si sia fatta chiarezza sulle dinamiche che presiedono ad emozioni e comportamenti.
Per chi ha invece scelto la via alchemica, sciamanica o che dir si voglia quello è solo un passaggio finalizzato ad acquisire la conoscenza necessaria per poter essere utili agli altri.
Affronto quindi argomenti che, solo apparentemente, esulano dal contesto principale, portando come sempre non nozioni astratte ma quanto ho potuto mediare dalla mia esperienza personale.FDA 2016.01.22 Cammino 001Inizio con un breve preambolo: nel 1967 il dottor Richard Stephenson avrebbe condotto un esperimento coinvolgendo dieci scimmie, una gabbia, una banana, una scala e uno spruzzatore di acqua gelata.
Uso il condizionale perché alcuni ritengono tale esperimento un falso, pur se pubblicato con il titolo Cultural acquisition of a specific learned response among rhesus monkeys in Progress in Primatology, (Fischer, Stuttgart) ma in questa sede non mi interessa argomentare circa la veridicità dell’evento bensì – essendo lo stesso verosimile – delle sue attinenze con le relazioni umane.
Stephenson rinchiuse cinque scimmie nella gabbia, all’interno della quale mise una scala e, su questa, un casco di banane. Quando le scimmie si accorsero delle banane e una di loro si arrampicò sulla scala, lo sperimentatore la spruzzò con dell’acqua gelida, riservando successivamente il medesimo trattamento alle restanti scimmie, e tutte restarono sul pavimento, bagnate e disorientate. Ma la tentazione delle banane indusse una scimmia ad arrampicarsi nuovamente sulla scala. Un altro spruzzo di acqua gelida inondò l’ambiziosa scimmia e le sue compagne. Quando una terza scimmia provò ad arrampicarsi per arrivare alle banane le altre scimmie, non volendo essere spruzzate, la bloccarono malmenandola. Da questo momento le scimmie non provarono più a raggiungere le banane.
Seconda parte dell’ esperimento: introduzione di una nuova scimmia nella gabbia; appena accortasi delle banane provò a raggiungerle, ma le altre scimmie la obbligarono a scendere dalla scala picchiandola.
La nuova scimmia rinunciò quindi a mangiare le banane, pur non essendo stata spruzzata con l’acqua gelida e quindi senza sapere perché non potesse farlo.
Tra sostituzioni varie l’esperimento giunse a conclusione con la presenza, nella gabbia, di scimmie “nuove” che non avevano mai vissuto l’esperienza traumatica dell’acqua gelida.
L’ultima di queste tentò di avvicinarsi alle banane ma le altre glielo impedirono, anche se nessuna di esse conosceva il motivo del divieto.
Stephenson descrisse l’atteggiamento inquisitorio di questa ultima scimmia, come se cercasse di capire il perché fosse vietato mangiare quella banana così invitante e, nella sua relazione, affermò che le altre scimmie si guardavano tra loro quasi a cercare questa risposta. Ma nessuna delle scimmie la conosceva, poiché nessuna di queste era stata punita dallo sperimentatore per averci provato. Era stato il gruppo a opporsi, nel nome di una nuova regola, tramandata alla generazione successiva, ma le cui motivazioni erano scomparse con la scomparsa del gruppo che l’aveva appresa.
Cosa significa tutto ciò? La vedo semplicemente come un’esortazione a non cessare di indagare, chiedere, trovare nuovi paradigmi. Spesso il nostro modo di agire è solo il frutto di azioni che ripetiamo perché l’abbiamo visto fare da altri, senza sapere il perché.FDA 2016.01.22 Cammino 002Dobbiamo mutare le nostre abitudini, senza timore di andare controcorrente o di porci domande anche scomode. E vengo così alle relazioni umane: anche chi predilige la solitudine non è fatto per rimanere isolato. Se vive una solitudine malata è tristemente solo, se vive una solitudine consapevole è gioiosamente in relazione con il Tutto, anche quando non lo è fisicamente.
Ogni parte di noi è in relazione con altre ed un vero salto di qualità si verifica quando, attraverso la comprensione reciproca, ci si riconosce appartenenti a una Terra comune. Ciò è spesso frutto di un lungo e difficile processo di avvicinamento destinato a produrre relazioni empatiche: sentire il mondo personale dell’altro come se fosse nostro, sentire l’ira, la paura, il turbamento dell’altro senza aggiungervi nulla di nostro.
Ma anche sentire la gioia, il piacere, il benessere, la completezza dell’altro gioendo di quello stato e partecipandovi.
Essere empatici significa sentire la ferita o il piacere dell’altro come egli (o ella) sente, percepirne le ragioni come egli/ella percepisce, ma senza identificarsi.
Ciò è possibile solo se siamo convinti che noi e gli altri abbiamo tanto in comune e che solo le vicende della vita ci hanno portato ad incontrarci per condividere un tratto di cammino, fosse anche solamente lo spazio per il proverbiale caffè.
Un’autentica relazione empatica permette di superare lo stato delle maschere a favore di un incontro fra esseri umani autentici. Non identificazione, bensì vicinanza e comprensione. In un certo senso è “misericordia”: riconoscersi come compagni di un viaggio, e donarsi reciprocamente ma senza aspettarsi nulla in cambio.
Attenzione: la carità cristiana non c’entra. Per chiarire il concetto uso l’esempio di due persone che fanno l’amore. Ho scritto amore, non sesso, quel termine lo lascio volentieri agli Yankees che l’hanno inventato, e che prima di trombare (si, ho scritto trombare) usano filo interdentale, spruzzino per l’alito, controllano le ascelle e non so che altro… minchia! (si, ho scritto minchia) sembra di fare la TAC, non di scopare!
E poi: e questo si, però così, e questo no, e mi stai abusando, e non sono mica una troia, e … e vaffanculo!
E poi ci sono le performances trombatizie maschili: patapum-pum-pum-pum sino a che la testata del letto scava un solco nel muro (si ciao, nei sogni più scatenati forse…) e sino al finale con l’immancabile domanda di controllo: sei venuta bene? No, sono venuta mossa (memorabile battura consegnataci da Paolo Rossi). E poi, parliamoci chiaro: ma quando mai, se è vero che la maggior parte dei coiti (perché “quello” è considerato il rapporto sessuale) si consuma nella frazione infinitesimale di pochi minuti, in un’ottica di pura fruizione strumentale e senza considerare nulla che non sia puro tecnicismo o presunto virtuosismo nell’ottica della prestazione?FDA 2016.01.22 Cammino 003Lo so, sono un rompicoglioni, ma la vedo diversamente: per me fare l’amore significa iniziare nel momento in cui ci si incontra, si beve insieme un caffè, si osserva una foglia, si condivide un tramonto, uno scorcio, un affresco, una risata o un che ne so, ci si guarda, e ci si guarda sempre più in un “certo modo”. E poi magari ci si lascia per ritrovarsi giorni dopo, e per lasciarsi nuovamente fino a sfinirsi in un’apoteosi di carezze, sguardi, respiri, odori, sapori, gemiti, sospiri, madonne e frasi sconce urlate, e chissenefrega se ti sentono in tutto il palazzo, richieste che sostanziano bisogni esplicitate non necessariamente con la parola, momenti di delicata violenza attuata e subita. Significa polpastrelli, lingue, dita, fiati, labbra, braccia e gambe, significa accarezzarsi con ogni parte del corpo, significa provare la pulsione di mangiare l’altro ed esserne mangiati, significa essere l’altro, essere nell’altro. Significa sentire. Significa abbandonarsi.
Certo, me ne rendo conto: non accade tutti i giorni. Ma quando accade è una festa dell’anima. Significa che hai incontrato un tuo simile, significa che si sta parlando la stessa lingua. Significa che, senza nulla chiedere in cambio, ti stai donando all’altro. E che l’altro sta facendo la stessa cosa.
E, sia chiaro, non c’entra nulla il tantra. Il tantra è, a mio avviso, l’ennesima quintessenza del mentale, un manuale delle giovani marmotte. Sbaglierò, ma per come la vedo io il tantra è da motel, o da centro di meditazione, non da fienile … Esaurito, e credo in modo sufficientemente esaustivo, l’esempio, ritorno al tema.FDA 2016.01.22 Cammino 004Riconoscersi, quindi, come compagni di viaggio, significa far cadere le maschere di potere, età, ruoli sociali, titoli accademici, condizioni economiche, luoghi di nascita.
Questa Terra è un luogo dove, forse, siamo tutti stranieri ma qualcuno, per il solo fatto di esserci approdato prima o di occupare uno spazio geografico che crede privilegiato, ritiene di essere il padrone di casa.
E invece siamo tutti provvisori compagni di vita e viaggio, e non sarebbe male se chi possiede un patrimonio di esperienze e ricordi lo mettesse a disposizione, senza farlo pesare, di chi è arrivato dopo. Aiutandoci gli uni gli altri faremmo esperienza, ci conosceremmo meglio, sperimenteremmo il piacere di rendere la vita più facile.
Questo, a mio avviso, è sciamanesimo o sciamanismo che dir si voglia: non adornarci di piume di gallo quando siamo solo capponi, non vestirci da pirla, non scimmiottare giaculatorie e rituali non pertinenti alle nostre culture ancestrali. Ma semplicemente lasciarci andare e viverci.
Attenzione: il misericordioso non accetta l’inaccettabile, né si sottomette per pavidità o impotenza alla prepotenza altrui. Quello lo lascio agli esegeti del peace&love. Proprio perché sono convinto di trovarmi davanti ad una variante, potenzialmente pericolosa, di un mio simile, esprimo misericordia. Sino a non superare, all’estremo, i limiti di una legittima difesa per difendere la vita mia e altrui ove necessario.
Se è vero che siamo alla ricerca di noi stessi non occorre andare troppo lontano o farsi spennare da fior di guru, seguire maestri nello “spazio protetto” di un centro di meditanza per poi schifare la sofferenza del prossimo più prossimo. Basta scendere in strada, sotto casa, e osservare con gli occhi ed il cuore aperti: potremmo scoprire legami inaspettati con altri esseri umani, potremmo trovare lo stimolo per dedicare un’attenzione vera, potremmo subire e diffondere un benefico contagio.
Tutto ciò significa che potremmo cercare, nei limiti del possibile, di non soffrire ed anzi accogliere tutto ciò che di bello, mistico, profondo ci offre la Vita. Ma occorre coraggio, e non è vero ciò che scrisse il Manzoni: “chi il coraggio non ce l’ha non se lo può dare.” Vale più ciò che canta il Liga: “basta poco”

ACS