Orizzonti di gloria. Alle spalle.

Il testo della canzone Gloria, lanciata nel lontanissimo 1978 da Umberto Tozzi e diventata immediatamente famosissima, in alcuni passaggi è oggettivamente banalotto.
Per esempio: per chi respira nebbia… e uno si immagina l’Operosa Brianza. Ma immediatamente dopo: con te nuda sul divano / abbandonata a Shangai. Ma con tutti i divani che ci sono a Lissone proprio a Shangai devi abbandonarla, oltretutto nuda? Per tacere di quel: la mattina nasce il sole… sai che novità Ciccio, se non siamo oltre il Circolo Polare Artico. E lasciamo stare quel: manchi ad una mano / che lavora piano… no comment, che è meglio. E il finale: … senza Gloria / faccio stelle di cartone. Ma esci cazzo! vai a passeggiare in un bosco invece di stare lì appiccicato ad un passato che non tornerà più, incontra qualche amico, fai volontariato, insomma non è che puoi buttare la tua vita nel cesso così!
In una delle innumerevoli versioni parodia la canzone inizia con Gloria, ho perso la memoria. E qui inizio a parlare seriamente (beh, quasi seriamente…) del passato che spesso ci attanaglia impedendoci di vivere il presente, specialmente se si tratta di un passato glorioso, che porta con sè piacevoli ricordi, che ci sembra migliore del presente.FDA 2016.07.05 Passato 001Non vi è dubbio che il passato sia un prezioso insegnante, estremizzando posso persino affermare che nulla dei nostri trascorsi è sbagliato, visto che dobbiamo al nostro passato ciò che siamo ora: consapevolezza, esperienza, maturità, comprensione. Ma rimanere ancorati al passato significa vivere in stand-by.
Molte persone trevano difficile lasciar andare il passato, specialmente se porta preziosi ricordi. Ma lui non torna indietro. La vita è avanti, e se intendiamo essere sereni e felici, avere un presente ed un futuro appaganti non possiamo andare avanti con la testa voltata all’indietro, significherebbe solo stagnazione e depressione.
Iniziamo quindi con il porci una domanda pragmatica e funzionale: Il mio passato può servirmi oggi? Se si, in che modo?
La risposta è in ogni caso affermativa; indipendentemente dal fatto che il nostro passato ci abbia donato felicità ovvero esperienze dolorose, ci è stato maestro e aiuto.
Sta a noi decidere se accettare tali esperienze, elaborarle e farne tesoro. Anche perché, e qui il folletto dispettoso che è in noi ci mette il … berretto, finché non elaboreremo tali esperienze, le stesse si ripresenteranno in forma coattiva.
E quindi se uomini incontreremo sempre le stesse stronze, se donne gli stessi figli di puttana, berremo sempre nei bicchieri dell’Ikea quando una volta, invece… eh, quelle coppe di raffinato cristallo!
Spostiamo quindi l’attenzione al presente, eviteremo così di rimanere bloccati e potremo finalmente spostare coscienza, realtà, percezione. Piccolo dettaglio: eviteremo anche di scassare los marones a chi ci sta accanto con continui riferimenti ai gloriosi trascorsi nostri, della nostra famiglia, delle nostre frequentazioni, delle nostre finanze, delle nostre attività produttive.
Tanto, e questo è il bello e fatevene una ragione: il passato non è quello che amiamo ricordare dopo averne rimosso i buchi neri, le figure di merda, le nostre piccole e grandi nefandezze eccetera ed averlo debitamente edulcorato.
Intendiamoci, la mia non è un’esortazione a fingere: chiediamoci una volta per tutte perché vogliamo tornare al passato, perché questo nostro fardello è così presente in noi al punto da bloccarci. Novanta volte su cento, e sono pronto a scommetterci, non perché era glorioso ma perché non abbiamo appreso delle lezioni, risolto delle questioni, sciolto dei nodi, chiuso dei cerchi.
Inoltre, che ci piaccia o meno, noi non siamo più quelli del passato. Siamo cresciuti e cambiati, e con noi i nostri punti di vista, le esperienze, i convincimenti. Spesso in meglio, la differenza è data proprio dal fatto che in passato vedevamo le cose da una certa prospettiva poiché non avevamo ancora provato le esperienze che abbiamo vissuto successivamente, ma andando avanti con la testa voltata all’indietro è come se disponessimo di un mezzo potente sfruttato solo per una minima parte delle sue possibilità.
La mia opinione è che se non abbiamo imparato la lezione, dovremmo sforzarci di farlo, e anche alla svelta: è un lavoro spesso doloroso e faticoso, che non può essere affidato a terzi.
Alla fine, e come sempre, tutto si riduce ai nostri intenti, ai nostri desideri, al malessere che siamo stufi di provare (ma lo siamo veramente o non ci stiamo piuttosto crogiolando in esso, magari anche per tiranneggiare gli altri?) e … al gradiente di attaccamento.
Si, proprio a quella masochistica forma di resistenza alla vita che rende prigionieri e impedisce di assecondare, vivendola liberamente e gioiosamente, la parte più vera e profonda di noi.
Certo, sappiamo: l’attaccamento origina spesso da un bisogno di accettazione, dal timore di essere respinti o rifiutati, insomma di non essere amati per come siamo. Ma sappiamo di essere come siamo? E, se si, ci piace? No? Ah, ecco perché ci siamo inventati un vissuto da zar di tutte le russie e spacchiamo le palle a chi ci circonda facendolo sentire inadeguato, non abbastanza, non qui e non là! Non sarebbe ora di punirci veramente da soli evitando di ammorbare gli altri?
Non ti senti accettato? Ok ma dimmi un po’, Ciccio: e tu cosa hai fatto finora per farti accettare? No, dire che esisti non è una risposta valida.
Sintesi: invece di attaccarci al passato piuttosto che ad una persona vediamo di dedicare i nostri sforzi ad osservare il fatto che viviamo di illusioni e che alla radice di tutto questo non c’è proprio nulla che derivi dal cuore (che non è quello trifolato con aglio e prezzemolo) ma solo da un bisogno puramente egoico.
Fine dei pensieri mattutini. Eh, non ho più i bei pensieri che formulavo una volta…

Alberto C. Steiner