Ma lo chiamavan Drago: significato alchemico del drago

Dopo la scomparsa del Cerutti Gino della ballata di Gaber, che chiamavan Drago e di cui gli amici, al bar del Giambellino, dicevan che era un mago, anche per i draghi in Lombardia è necessario ricorrere agli immigrati: sono quelli delle feste tradizionali cinesi.
Ma un tempo la regione, come sempre terra di primati, ne annoverava una quantità impressionante: per lago e per terram, si potrebbe dire parafrasando il motto del Battaglione San Marco, sorvegliavano impervi passi, custodivano inestimabili tesori, a modo loro amministravano la giustizia, esigevano pedaggi e, naturalmente, facevano quello che millenni più tardi divenne appannaggio dei comunisti: mangiavano bambini.
Nella memoria collettiva popolare ne sopravvivono tre, uno dei quali documentato da resti fossili. Un quarto è stato invece inventato in una graziosa favola per bambini. Se ve ne fossero altri a me ignoti volentieri accolgo segnalazioni.
Ed ora, prima di elencare nomi e gesta, una breve digressione sul significato esoterico del drago: per chi già non lo conoscesse le sorprese sono assicurate.FDA 2016.07.10 Drago 005Il drago è presente da tempo immemore in ogni cultura: in quella orientale con valenza benefica e portatrice di prosperità, in quella occidentale come malefico portatore di morte e distruzione.
Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio un drago custodisce il Vello d’oro, altri draghi sono presenti in altri miti greci e nella letteratura: per esempio Scilla (già splendida ninfa, figlia di Forco e Crataide trasformata in mostro da Circe per gelosia) e Cariddi (figlio di Poseidone e Gea) protagonisti di un fondamentale capitolo dell’Odissea.
Relativamente alla letteratura romana Plinio il Vecchio accenna ad alcuni draghi nella sua Historia Naturalis ed alcuni studiosi, essendo lo scrittore, naturalista ed ammiraglio nato a Como, vi avrebbero rilevato riferimenti al Lariosauro.FDA 2016.07.10 Drago 009L’immagine del drago come comunemente la intendiamo noi occidentali ci proviene dai miti germanico-norreni: Fafnir, il drago tedesco custode dell’Anello dei Nibelunghi, ucciso da Sigfrido che ne mangia il cuore per poter comprendere il linguaggio degli uccelli. Oppure Niðhöggr che tenta di distruggere il mondo rosicchiando le radici dell’albero Yggdrasill. O Miðgarðsormr, figlio di Loki e della gigantessa Angrboða, talmente grande da riuscire a circondare tutta la terra mordendosi la coda da solo. Evidente la similitudine con l’Ouroboros, dal greco οὐροβόρος ὄφις, serpente che si mangia la coda.FDA 2016.07.10 Drago 008E infine quello che maggiormente incarna lo stereotipo accolto dall’immaginario popolare e dal fantasy: Beowulf, il serpente alato che sputa fiamme e custodisce un antico tesoro.
Il drago rappresentato da più secoli nelle nostre terre deriva dal serpente primordiale che rappresenta il caos e viene collegato alla Dea Madre.
Con il cattolicesimo – a mio avviso, diversamente dal Cristianesimo, una delle più grandi piaghe che abbiano afflitto ed affliggano l’umanità – il simbolo diviene espressione del male, incarnazione demoniaca e compagno di streghe ma prima di allora il drago è sempre stato portatore di fecondità, nascita e morte, ben rappresentato dall’Ouroboros, inteso come sigillo alchemico di trasmutazione della materia.
FDA 2016.07.10 Drago 001Presso le popolazioni celtiche il drago rappresentava la reminiscenza e la rappresentazione mentale e, nonostante la demonizzazione, ritroviamo spesso il drago raffigurato sulle chiese cristiane, limitandoci alla Lombardia a partire dal Duomo di Milano, e nello stesso stemma visconteo.
Esotericamente il drago rappresenta la prova da superare per l’iniziato, rappresentato come l’Eroe che vuole impossessarsi di ricchezze e conoscenze: strappando e mangiando il cuore diventerà sapiente.
Gli inestimabili tesori custoditi dal drago sono sempre nascosti in cima ad altissime montagne, in territori impervi difficilmente raggiungibili dagli umani, o nel giardino delle Esperidi dove cresce l’albero dei pomi d’oro.
Il tesoro non è costituito da forzieri traboccanti d’oro ma dalla conoscenza arcaica, di valore inestimabile e destinata a pochi coraggiosi soprattutto perché riguarda il controllo dell’energia sessuale, quella che dona vita, morte e conoscenza del creato.
Il termine Eroe ha infatti il proprio etimo in Eros, il dio dell’amore e quindi della sessualità e in molte tradizioni l’Eroe, per essere dichiarato tale, deve affrontare il drago. E ha solo due possibilità: essere annientato o conquistare ricchezze e conoscenze di valore immenso. Inevitabile un pensiero alla Kundalini.FDA 2016.07.10 Drago 006Il simbolismo di queste leggende è tuttora valido: il nostro lato oscuro rimane quasi sempre celato, ignorato o rinnegato, ma chi osa entrare nella grotta affrontandone le tenebre, riconosce l’esistenza di queste forze e, dopo averle dominate, può trarne forza a propria volta, esattamente come l’Eroe che vincendo il drago ne esce ricco di conoscenza, gloria e onore.
La maggiore concentrazione di draghi italiani si trovava in Lombardia in quanto legata allo scomparso lago Gerundo, da dove proviene quello finito sullo scudo visconteo e – con buona pace di chi vi vede allusioni rettiliane ed al nuovo ordine mondiale – nei loghi di Alfa Romeo, Inter e Mediaset.
Sulle rive dell’immenso bacino la cui realtà fisica è indiscutibilmente attestata da prove geologiche, paleontologiche ed archeologiche si insediarono vari popoli che vivevano in palafitte. Una curiosa testimonianza del parallelismo storico creatosi tra le vicende longobarde e la presenza dei draghi è visibile al Museo di Arte antica del Castello sforzesco di Milano: nella sala VI, il reperto 776 è un singolare bassorilievo in pietra che raffigura un guerriero accosciato con drago. Presso il Museo Civico di Crema, oltre a due grandi piroghe, è conservata una ricca documentazione sulle civiltà che si svilupparono intorno all’isola Fulcheria e al lago Gerundo. La Lombardia, che un tempo era il Gerundo, e tutta una vastissima area circostante hanno conservato numerose tradizioni orali e scritte sulla presenza di grossi rettili sconosciuti che abitavano i corsi d’acqua che vi facevano capo.FDA 2016.07.10 Drago 002Ed eccoci, in chiusura, a brevi cenni sui quattro draghi di Lombardia. In primis e per onore di anzianità il Lariosauro (Lariosaurus Balsami), che non è l’ex marito puttaniere di Veronica Lago di Como, ma un rettile fossile che se ne sta tutto solo inciso nella pietra nell’asettico silenzio del museo di Lecco. Vissuto nel Triassico, circa 237-235 milioni di anni fa, con una lunghezza compresa tra 60 e 130 centimetri era tra i più piccoli notosauri conosciuti; suoi resti fossili, per esempio quelli del cugino svizzero Ceresiosaurus, sono stati ritrovati anche in altri paesi europei.
Il primo esemplare noto di Lariosaurus fu rinvenuto nel 1830 a Perledo, località di Varenna lungo la sponda lecchese del Lario, da Giuseppe Balsamo Crivelli che ne scrisse su Il Politecnico di Milano nel 1839 ma fino al 1847, anno in fu confermato che trattavasi di un animale mai descritto in precedenza, il reperto non ebbe un nome.
Curiosa la coincidenza onomastica tra lo scopritore e l’altro Giuseppe Balsamo, l’avventuriero, esoterista e alchimista noto come Conte di Cagliostro, nato a Palermo il 2 giugno 1743 e morto prigioniero nella Rocca di San Leo il 26 agosto 1795.
A parte alcuni avvistamenti farlocchi inventati di sana pianta dalla stampa nel 1947, l’innocuo Lariosauro è stato protagonista della ballata Ul Mustru del menestrello lagheé Davide Bernasconi, in arte Davide Van de Sfroos.FDA 2016.07.10 Drago 007Ed ecco immediatamente dopo, nella top quatter (non può essere una top ten, visto che sono solo quattro…) quello pericoloso: Tarantasio, il mitico abitante del Lago Gerundo che terrorizzava la popolazione nell’area compresa grosso modo fra Lodi, Crema, Treviglio e Cassano d’Adda, una cui frazione è tuttora denominata Taranta.
Si riteneva che si nutrisse di bambini, distruggesse barche e che con il suo fiato pestilenziale ammorbasse l’aria provocando la malattia denominata febbre gialla.
La vulgata tramanda come il drago sia nato dalle carni putrefatte del condottiero Ezzelino III da Romano, nato a Romano d’Ezzelino, nel Vicentino, il 25 aprile 1194 e morto a Soncino il 27 settembre 1259, condottiero e politico noto per spietatezza e crudeltà.
Se altre fonti popolari attribuiscono l’uccisione del drago, il prosciugamento e la bonifica del lago a san Cristoforo, e persino a Federico Barbarossa, la più suggestiva e accreditata riguarda l’uccisione del drago da parte di Ottone Visconti, che avrebbe poi adottato come simbolo la creatura sconfitta, ovvero il biscione con il bambino in bocca.
Lo storico Bonvesin de la Riva, nel suo De magnalibus urbis Mediolani risalente al 1288 afferma però: «Viene offerto dal comune di Milano a uno della nobilissima stirpe dei Visconti che ne sembri il più degno un vessillo con una biscia dipinta in azzurro che inghiotte un saraceno rosso; e questo vessillo si porta innanzi ad ogni altro.FDA 2016.07.10 Drago 003Questo privilegio si dice concesso a quella famiglia in considerazione delle vittoriose imprese compiute in Oriente contro i saracini da un Ottone Visconti valorosissimo uomo.»
Una curiosità: nel secondo dopoguerra l’artista Luigi Broggini ideò il cane a sei zampe divenuto simbolo di Eni e Agip ispirandosi a Tarantasio.
Al terzo posto il Drago volante di Santa Brigida, in Valle Brembana, così chiamato perché viveva nei dintorni di Santa Brigida, ma nessuno sapeva esattamente dove.FDA 2016.07.10 Drago 004Aveva un dorso gibboso coperto di squame giallastre, due ali di pipistrello grandi come pale da mulino, zampe corte e tozze che terminavano con poderosi artigli atti a ghermire ed immobilizzare anche le prede più grosse e resistenti, una lunga coda mobile come uno scudiscio che terminava in una specie di unghia nera e tagliente dalla forma del tutto simile alle chele di uno scorpione. La testa larga e piatta era sormontata da una lunga cresta di scaglie ossee e piume di colore turchino. L’norme bocca era munita di una fila di denti lunghi e acuminati e nel mezzo della lingua, rossa e biforcuta, era posto un diamante grosso come una mela che brillava di una luce sfavillante, che esso utilizzava per cacciare di notte, così intensa da accecare chiunque avesse avuto la sventura di posarvi lo sguardo anche solo per un attimo. Appariva improvvisamente e con lo sbattere delle ali scoperchiava i tetti delle case, per scomparire immediatamente dopo portandosi via agnelli e capretti.
Un giorno un abitante del luogo scoprì che il drago si rifugiava sulle pendici del monte Pugna, in una grotta che ancora oggi gli abitanti del paese chiamano Büsa.
Deciso a sfidarlo e ad impadronirsi della gemma una notte salì sul monte, entrò nella grotta e, approfittando di un attimo di distrazione del drago, si avventò sul prezioso.
Ma appena lo toccò rimase ustionato mentre intorno a lui si scatenò un inferno di vento e tempesta che si placò solo all’alba.
Del drago si persero infine le tracce quando un tale di nome Ventura progettò di uccidere la bestia col suo trombone: raggiunto il bosco della Pugna si costruì un ricovero di pietre e vi si nascose in attesa dell’arrivo del mostro, che giunse inaspettatamente. Il Ventura, colto di sorpresa, cercò di far fuoco contro l’animale ma l’arma gli scoppiò tra le mani. Il mostro gli si avventò contro sbranandolo ma lasciando per terra la testa, che fu successivamente rinvenuta con gli occhi sbarrati e la bocca digrignata e venne seppellita nel cimitero di Santa Brigida. Da quella il mostro scomparve, anche se per molti anni i mandriani sui pascoli della Pugna affermarono di udire nella notte gli spaventosi sibili della belva e i lamenti strazianti del cacciatore che aveva pagato cara la sua temerarietà.
E per finire il Drago Bianco, giunto cucciolo dal Galles e che svolazza sull’Adda in prossimità del traghetto leonardesco a beneficio del turismo locale: è il protagonista della divertente favola scritta da Arianna Pinton e leggibile qui: Il Drago Bianco nelle acque dell’Adda di Leonardo Da Vinci.
Per finire, a Cassano d’Adda è indetta da alcuni anni una manifestazione detta La giornata del Drago, una divertente kermesse dedicata ai bambini che ha luogo il 23 aprile, giorno in cui si festeggia San Giorgio. Che, senza il drago, non se lo sarebbe filato nessuno e certamente non sarebbe diventato santo.

Alberto C. Steiner