Morto un papa se ne fa un altro, ma chiodo non scaccia chiodo

Mi è recentemente accaduto di rivivere l’esperienza del campo minato: non come in Libano o in Bosnia ma recapitando in una scuola primaria una torta di compleanno. Mai più.
Si è reso necessario chiedere al pasticciere di stilare preventivamente una lista degli ingredienti, dapprima diffusa via chat di whatsapp a tutti i genitori e successivamente stampata ed affissa a scuola perché, nell’ordine:
Paolo può mangiare solo il miele di acacia sylvestris patatulensis raccolto a Piripicchio di Sopra
Pietro solo la crema catalana rappresa nel crogiuolo di rame appartenuto alla Strega Ciliegina
Simone solo le fragole dell’Himalaya, purché bio e colte alle cinque del mattino
Giuda può mangiare gli smarties, ma non più di trenta
A dire di Tommaso la torta non era né bio né veg, ma in realtà era perché si stava sfondando di patatine.
Che palle i ragazzini di oggi, anzi no: poveretti. Che palle i genitori, che con due settimane di anticipo sull’evento hanno cominciato a menarla su ingredienti e loro provenienza, temperatura di servizio, conservazione, trasporto, materiale dell’imballo.FDA 2016.07.11 Chiodo 001Ho la sensazione che questi bambini iperprotetti da genitori che li assillano e non negano loro nulla per non traumatizzarli – a mio avviso millantando di farlo per il loro bene, ma in realtà perché è più comodo e per attestare l’un l’altro quanto sono attenti, informati e consapevoli – se non si danno una mossa per scrollarsi di dosso queste piattole ossessive si ritroveranno, da adulti, privi dei necessari strumenti per elaborare rifiuti, dolori, avversità, perdite.
Ma come possono fare, poveri piccolini? Bella domanda. Spero solo che più avanti non debbano finire preda di guru, sette, newage, adoratori del cipirippo interplanetario.
E vengo al dunque, perché proprio delle perdite intendo parlare, addirittura di quella irrimediabile: la morte.
Credo molto nel messaggio dei proverbi, ma non sempre la cosiddetta saggezza popolare ci azzecca: è il caso del chiodo che scaccia chiodo che, se può andar bene per quello da muratore, per quanto riguarda emozioni, dolori, sentimenti è quanto di più sbagliato possa esservi.
Detto in altri termini è un riflesso automatico che porta all’anestesia. E poi, come da quella chirurgica, ti risvegli e il tuo dolore è ancora lì.
A quel punto che fai? Ti ributti in qualcosa di compulsivo: shopping, amanti, viaggi, baccalà o baccarat, alcol, droghe, lavoro, picchiare sconosciuti per strada, farti picchiare da un guru? Spiacente. Non funziona.
La differenza, nella nostra esistenza, non la fanno gli accadimenti, e meno ancora tizio, caio o sempronio. La differenza la fa la nostra capacità di reagire.FDA 2016.07.11 Chiodo 003Quando si verifica un evento che ci priva improvvisamente ed irrimediabilmente di affetti, relazioni o cose che per noi rappresentano punti fermi: la perdita di un figlio, un genitore, la fine di una relazione, la casa perita in un incendio, il licenziamento, una irrimediabile perdita di denaro, una malattia incurabile, o siamo capaci di accettare la cosa o, ed è più frequente, dopo uno choc più o meno lungo iniziamo a fantasticare che avrebbe potuto andare diversamente, che sarebbe andata diversamente se, che avremmo pututo comportarci diversamente, che se ci fossimo comportati diversamente. Insomma un percorso ad ostacoli tra sensi di colpa e inadeguatezza.
C’è anche l’ipotesi opposta, anche questa anestetica: se lui, lei, loro si fossero comportati diversamente.
Tali fantasie, oltre a sottrarci energia conducendoci all’immobilità, non ci portano ad elaborare la perdita ma a respingerla, a negarla congelando le emozioni e l’opportunità di esprimerle.
Si tratta di una modalità instillataci in primis dai genitori, e a seguire da tutti gli altri – salvo rari casi di educatori illuminati – che hanno avuto occasione di porsi nei nostri riguardi come modelli: fattela passare, detto in innumerevoli salse più o meno sfumate; chi muore giace chi vive si dà pace; non è che puoi passare la vita a piangere, devi reagire; morto un papa se ne fa un altro e, per l’appunto, chiodo scaccia chiodo.
A quel punto si innesca il circolo vizioso della compensazione. Dovremmo invece essere attenti e presenti alle nostre emozioni, in modo da poter osservare sufficientemente a lungo le nostre reazioni, e conseguentemente le azioni in modo da comprendere quando l’abitudine, l’anestesia, il riflesso condizionato stanno sopravanzando il reale bisogno emozionale.
La cosa interessante da osservare è che questo riflesso condizionato si attiva non solo quando perdiamo qualcosa o qualcuno, ma anche quando temiamo di perderlo. E a volte, anzi spesso, ci comportiamo inconsapevolmente agendo proprio per perderlo: l’avevo detto che l’avrei perso! E così la profezia si autoavvera, e vissero tutti infelici e scontenti.
Restiamo nella perdita, non scostiamoci neanche un millimetro dal nostro dolore. Non è facile, specialmente se ci hanno insegnato che non dobbiamo piangere, disperarci, mostrare le nostre emozioni e se non ci è mai stato negato nulla, se tutto ci è stato concesso, se siamo stati tenuti sotto una campana di vetro, se ad ogni piccolo segno di angoscia arrivava qualcuno a farci sniffare o deglutire i fiori di bach.
Se prima ancora che iniziassimo a sudare arrivava qualcuno con la felpina, se ogni volta che aprivamo bocca per profferire anche le più ignobili stronzate interrompendo tutti nessuno ci ha mai fatto presente che al mondo esistono fondamentali regole di rispetto, se quando abbiamo buttato giù dalle scale un altro bambino nessuno ha mai rivoltato come un calzino noi e i nostri genitori per non traumatizzarci.FDA 2016.07.11 Chiodo 002Spiegatemi, su queste basi, come possiamo essere in grado di accogliere tristezza, rifiuto, perdita edificando le fondamenta di una sana elaborazione di quello che gli psycho chiamano lutto.
Altro mito da sfatare: non è mai troppo tardi, si dice, ma a volte non è vero. Però possiamo provare a mutare le abitudini, a riprendere il contatto con le nostre emozioni, a lasciarle fluire, a viverle, a sopportare il fatto che qualcosa possa andare in modo diverso da come noi ci aspettavamo. Diversamente possiamo continuare a pestare i piedi o a scappare.
Dimenticavo: un’altra non-soluzione consiste proprio nel cercare una soluzione, una via d’uscita. Non c’è. Quindi tanto vale fermarci, sederci, respirare e nel silenzio di noi stessi sfangarcela una volta per tutte: urla, strepiti, lacrime, bestemmie, pugni nel muro. Va bene qualsiasi cosa. Attenzione: le lacrime di solito non arrivano mai per prime.

Alberto C. Steiner