Fanno presto a parlare di perdono. Gli altri.

Fanno presto a parlare di perdono gli altri, specialmente se la cosa non li tocca. Con santi e martiri abbiamo già riempito più volte il calendario, perciò siamo a posto. E passiamo quindi a due storie al femminile.FDA 2016.07.16 Perdono buonista 001C’era una volta… una bambina di sei anni che viveva in campagna. Trascorreva l’estate felice tra campi, orti, rogge e boschi sempre accompagnata da un coniglio bianco pezzato che ogni giorno le faceva da complice nelle sue scorribande.
Un giorno il coniglio scomparve, e la bimba inutilmente lo cercò ovunque. Addolorata e preoccupata da quell’improvvisa assenza tornò a casa per l’ora di pranzo, determinata a coinvolgere fratelli, genitori e nonni nella ricerca. Il piatto del giorno era coniglio, e lei dapprima capì, e poi seppe, che di quel coniglio si trattava, ai funghi con polenta.
Io quella bambina la conobbi, era una mia cuginetta: si chiamava Egle perché dalle nostre parti, lungo il Delta del Grande Fiume, non sono infrequenti nomi come Afra, Dea, Ezilde, Elis, Efrem, Iside, Sira, Siro e, per l’appunto, Egle.
Da quel terribile giorno Egle rifiutò qualsiasi cibo e passò persino dal calvario delle torture ospedaliere, una delle quali sotto forma di alimentazione forzata. Da adulta divenne una splendida donna alta, flessuosa, sensuale, con gli occhi verdi, i capelli rossi e arrapanti lentiggini. Peccato che per un metro e settanta di statura pesasse solo trentanove chili. Morì a trentadue anni, di overdose da ero, quando ormai di ero non si facevano più neppure i peggiori scoppiati.FDA 2016.07.16 Perdono buonista 002Seconda storia: c’era un’altra volta… Anna, una bella ragazza proprietaria di un avviato panificio in una città della Brianza.
Si innamorò, e lo sposò, di un camionista anzi, per meglio dire del titolare di un’azienda di trasporti, che faceva linee per Turchia, paesi balcanici, addirittura Afghanistan e Pakistan. Un tipo tosto, determinato, con il quale era meglio non litigare, ma a quanto pare dolcissimo con la sua Anna per la quale, a detta di chiunque, stravedeva.
Un maledetto giorno gli rubarono, in Montenegro, una motrice ed un semirimorchio: 300mila euro di danno.
A parte il rimborso dell’assicurazione, che come sempre copriva si e no, c’era il cliente: un’importante industria manifatturiera che egli non poteva perdere. Occorreva acquistare subito una nuova motrice ed un nuovo semirimorchio.
Stefano, così si chiamava, individuò immediatamente motrice e semirimorchio esattamente identici a quelli rubati: 217mila euro invece che 300mila perché trattavasi di un ordine non ritirato. Un affare, ma poiché non poteva essere stipulato un leasing occorrevano o contanti o garanzie. Anna firmò una fideiussione garantita dal panificio.
Trascorsi quattordici mesi Anna intercettò casualmente (qualcuno afferma che il caso sia lo strumento degli angeli) un sollecito di pagamento. Stefano, interpellato telefonicamente in Turchia, cadde dalle nuvole e assicurò che appena rientrato si sarebbe dato da fare per chiarire la faccenda. Ma in Anna era subentrato il tarlo del dubbio: si consultò con un’amica avvocato, che in brevissimo tempo scoprì che il mezzo era quello rubato. Revisionato, ridipinto e reimmatricolato. Ma scoprì anche che Anna e Stefano non erano sposati: la cerimonia una farsa, i documenti falsi. Scoprì infine, anzi questo lo scoprirono i Carabinieri, non solo che la Turchia era una specie di agriturismo friulano prossimo al fallimento dove Stefano trascorreva il tempo con un’altra donna e i loro due figli, ma anche che Stefano (che usava anche altri nomi) aveva altre “mogli”.
Di tutta questa storia ad Anna, oltre a un anno trascorso a contrastare il pignoramento che nel frattempo aveva colpito il panificio, rimasero inevitabili strascichi nel fisico e nell’anima.FDA 2016.07.16 Perdono buonista 003Tutti noi conosciamo innumerevoli altre storie: abusi in famiglia, maltrattamenti, vessazioni, torture fisiche e psicologiche. Si dice che con le nostre vibrazioni attiriamo ciò che ci accade, lo cerchiamo anzi, ne favoriamo l’insorgenza. Addirittura che siamo noi a scegliere il nostro percorso, per noi stessi e per portare un insegnamento a quelli che saranno i nostri genitori, quando sfogliamo, lassù o ovunque sia, il catalogo Alpitour dell’anima. Sarà anche questo, ma non è l’argomento odierno.
Inoltre, intendiamoci: non è che ai maschi non accadano vicende terribili, ma ho inteso volgerla al femminile poiché la Donna è l’anfora, la coppa della vita, dell’accoglienza, della comprensione e, appunto, del perdono.
Del resto e ancora oggi è proprio la donna che, se viene violentata, dovrebbe osservarsi: magari è stata lei ad attrarre l’evento vestendo in un certo modo o provocando. Ma, e passatemi il francesismo: non diciamo minchiate.
A mio avviso possiamo, con grande dispendio di tempo e fatica, elaborare la vicenda in modo che non segni le nostre relazioni per il resto dell’esistenza. E non sempre ci riusciamo quando il dolore è stato troppo atroce.
Ma non raccontiamoci palle buoniste come vorrebbero la chiesa e tutta una serie di filosofie spirituali peace&love di tendenza: il perdono è una cosa seria. No, il perdono non si concede alla leggera o perché così fa sentire buoni a chi ti ha fatto troppo male, a chi ti ha tradito, al vampiro, a chi ha fatto strame dei tuoi sentimenti, a chi ha abusato di te. Intanto lo si tiene alla larga mettendolo nella condizione di non nuocerci ulteriormente. Ed anche questo non è sempre possibile, finché ci si trova in uno stato di inferiorità: per esempio in quello della mia cuginetta con i propri genitori. A sei anni cosa fai, dove vai, come ti difendi?FDA 2016.07.16 Perdono buonista 004E non caldeggio neppure ritorsioni o vendette. In certe circostanze, casomai, giustizia attraverso una forma risarcitoria che assume altresì la valenza di atto psicomagico. Non mi dilungo: per chi vuole approfondire la letteratura a tema è piena di esempi in tal senso, a partire da Jodorowsky.
Significa piuttosto che mi lecco le ferite e che cerco di guarire andando al fondo della ragione interiore che mi ha portato a far sì che ciò potesse accadere, in modo che, assunta la consapevolezza che mi riporta alla fiducia in me stesso ed all’autostima, certe cose non accadano più. Ma, se è vero che ho imparato a volermi bene, significa anche rispetto. E quindi nessuna concessione all’ipocrisia di un perdono buonista: se perdono non è perché l’altro lo meriti, o per sentirmi buono in ossequio ad una logica corrente ma non mia, ma perché sono io che intendo  vivere in pace. Ma non dimentico.

Alberto C. Steiner