Ricordo di una donna semplice: Nora e la Madonna delle Erbe

“Un tempo i mali avevano le orecchie e gli uomini sapevano le parole per mandarli via. Adesso le parole sono sparse tra i monti in paesi piccoli con le case di pietra: lì ci sono ancora uomini, e soprattutto donne, che quando sono stati battezzati, se il prete chiudeva un occhio, gli hanno dato da stringere nella mano destra un carbone, una forchetta, una rosa, una moneta d’argento, il fiore della paura, la zampa della talpa o altri simboli dei mali che avrebbero avuto in virtù di poter segnare.
Poi, diventati più grandi, la notte della viglia di Natale, a mezzanotte, qualcuno li ha chiamati da parte per tramandargli, in segreto, le Parole (da Ti segno e ti incanto di Mario Ferraguti, Fedelo’s Editrice, 2012).”FDA 2016.07.18 Nora 004Il 18 luglio di tanti anni fa alcune persone bussarono alla porta di una modesta casa in pietra nascosta nei boschi dell’Appennino, lungo il crinale che divide le province di Parma e Piacenza: cercavano Nora, una donna anziana che viveva schiva e sola lontana dal paese e della quale non si avevano notizie da diversi giorni.
La porta era aperta, entrarono e la videro: seduta sulla sua poltrona, sembrava che dormisse ma era morta. I presenti, e persino il medico condotto e il maresciallo dei Carabinieri necessariamente convocati, affermarono che sorrideva.
Nora era una medgòna, come si dice da quelle parti, una di quelle donne che senza troppo apparire curavano malattie del corpo e dell’anima.
Per non dimenticarla, e non dimenticare chi siamo, aderisco volentieri alla richiesta di onorare con le parole scritte da chi l’ha conosciuta e nella massima semplicità le ha voluto bene, la memoria di Nora e di tante come lei: Donne di Conoscenza, maestre, donne delle nostre campagne e delle nostre montagne, spesso anziane dal molto sapere e dal poco apparire.FDA 2016.07.18 Nora 003Frequentavo da tempo quel villaggio sull’Appennino, andavo a trovare la vecchia Nora, l’amica della mia amica Haria che viveva isolata poco fuori dal paese. Per arrivarci dovevo percorrere un sentiero nel bosco. Avevo sempre cura di portarle una stecca di MS o di Lucky, perché diceva che le Winston blu che fumavo abitualmente a l’è cumpagn ad’ fumèr la paja, è come fumare la paglia. Mi faceva il caffè e parlavamo lentamente, in discorsi inframmezzati da lunghi silenzi che valevano e pesavano più delle parole. Ogni tanto mi regalava certe erbe fresche o seccate spiegandomi come usarle. Qualche volta mi concedeva di aiutarla a preparare decotti o unguenti con la sugna di maiale. Non ho mai saputo a chi fossero destinati, ovviamente. All’approssimarsi del tramonto mi faceva capire che era ora di basta, che me ne andassi: non voleva che attraversassi il bosco a piedi nel buio, anche se eran solo dieci minuti di strada. La not a l’é fata p’r i lädar e par i murùs, la notte è fatta per i ladri e per i fidanzati, sentenziava invariabilmente. In realtà sapeva lei il perché, e io non ho mai fatto inutili domande. Invariabilmente Sfingia, la lupa dallo sguardo dolce e dai molti peli grigi cui mancava un pezzo della zampa anteriore sinistra rimasto in una tagliola, mi accompagnava e restava a guardarmi fino a che mettevo in moto l’auto e partivo; ho sempre avuto l’impressione che mi scortasse anche per assicurarsi che me ne andassi davvero.
Nora mi ha insegnato le Parole: “Mica tutte, perché se dev’essere una certe Parole se le deve trovare da sola, e non deve mai dirle a nessuno”
Nelle belle giornate facevamo un giro nel bosco e mi raccontava di erbe, fiori, radici, cortecce, bacche, pietre e acque, malattie del corpo e dell’anima. Mi indicava certe piante dicendomi quand’era il momento di coglierle e come farlo, e che cosa cogliere, mostrandomi i gesti e i segni con un coltellino dalla lama ricurva e il manico in osso e sentenziando invariabilmente: “Mai portare quelle sacchette di plastica che usate adesso, l’anima delle piante soffre e se non muoiono si offendono e diventano cattive” e sciorinava certi strofinacci di tela grossa a quadri bianchi e verdi o quelle borse a rete che dalle mie parti le donne anziane usavano per riporre la spesa: “Così respirano e arrivano sane”.FDA 2016.07.18 Nora 001Mi raccontava storie di persone, animali e preti, in particolare di uno che in canonica aveva la macchina per fare le fisiche, che lei descriveva come una specie di grossa pentola a pressione grazie alla quale il prete – che non mi ha mai voluto dire di dove fosse o come si chiamasse limitandosi a indicarlo come qul pret là – creava visioni e oggetti.
Mi esortava a non perder tempo, intant ch’al can al pisa la levra la scapa, mentre il cane piscia la lepre scappa, ed a fare le cose in silenzio senza inutile cattaboi, baccano, perché la gente ti chiede ma è cattiva, maligna, vendicativa. E sempre, immancabilmente, mi ricordava di andare in giro badando a perd mia al prasòl, a non perdere il prezzemolo, che dalle mie parti sta anche a significare gli sfilacci degli abiti, nel senso di essere sempre presente a quel che facevo, centrata.FDA 2016.07.18 Nora 002Un pomeriggio, erano i primi giorni di un luglio che sfiniva dal caldo ma il bosco era rinfrescato da una pioggerellina sottile, volle uscire. Attraversammo la nebbiolina che trasudava dal bosco, confesso che provavo una strana inquietudine. Nora raccolse un ramo che usò come bastone per attraversare lentamente e con prudenza il torrente bilanciandosi sui sassi scivolosi sfiorati dall’acqua. Riprendemmo il sentiero camminando fino a raggiungere un trivio. Non ero mai stata là. Nora con il bastone mi indicò una statua, forse di marmo, che raffigurava la Madonna che recava in una mano, credo la sinistra ma non ne sono certa, un cesto ricolmo d’erbe. “Eccola” mi disse “E’ la Madonna delle Erbe” e sedendosi su un masso proseguì: “Le ha colte lei, nei campi, le sa riconoscere perché sono erbe che curano. Lei ha cose più importanti da fare che star lì a guardare gli uomini. Il sole è maschio, la luna è femmina, e lei comanda su tutti perché ricordati sempre che chi è capace a fare è capace a disfare. Guarda e impara che ora è il tuo tempo.”
Rimanemmo in silenzio per un tempo indefinito, un tempo in cui venni attraversata da luci, voci, sensazioni, tante cose, e da una profonda tristezza, un senso di perdita irrimediabile, definitiva. Alcune cose non le so descrivere, ma mi sono rimaste indelebilmente dentro. Di altre non devo né voglio parlare.
Ritornammo in silenzio. Sulla porta della sua casupola mi disse: “Vai adesso che il tempo è brutto e sta attenta alla strada.” Fu l’unica volta che mi abbracciò, un abbraccio caldo e lungo. Sentivo che non ce ne sarebbe stato un altro.
Per una volta guidai con estrema prudenza, quasi temendo un incidente. Ad un certo punto accostai e scoppiai in un pianto dirotto. Non so per quanto tempo.
Tre settimane dopo andai a trovare Nora, ma sapevo… L’avevano trovata morta nel sonno pochi giorni prima, dopo che qualcuno, allarmato dalla sua assenza, era andato a bussare alla porta di casa trovandola aperta. Di Sfingia nessuna traccia, nessuno la vide mai più.

da Eudaimonia / FdA

NOTA – Chi seguiva il cessato blog ArcaniLudi ricorderà questo testo, pubblicato nel settembre 2013.