Iscrizioni runiche, testimoni di un’antica civiltà scomparsa

Percorrendo un sentiero di montagna poco battuto mi sono trovato (stavo per scrivere imbattuto, e non mi sembrava male come battuta…) ad attraversare un ruscello su tre tronchi posati a mo’ di rustico ponte: sono quelli della foto sottostante, della quale propongo anche un ingrandimento dalla prospettiva opposta.FDA 2016.07.29 Lepontine 001I segni che compaiono su quello di destra nella prima immagine (anche su quello a sinistra, ma si notano appena) potrebbero essere dovuti all’abrasione di regge metalliche di tenuta, ma, oltre a quello, credo siano presenti iscrizioni runiche.FDA 2016.07.29 Lepontine 002Intendiamoci, nessun ritrovamento di eccezionali reliquie a testimonianza di antenati magici, gigantesse o presenze aliene: quelle fantasie le lascio volentieri ad altri. Da queste parti le iscrizioni runiche sono normali. Insieme con festoni e corone di erica, ortica ed altre essenze sono frequentemente rinvenibili sulle architravi di vecchi edifici, spesso accompagnate dalla data di edificazione oltre che da pupazzi lignei antropomorfi vagamente somiglianti ad elfi infissi accanto all’ingresso in funzione protettiva dell’edificio e degli abitanti.
Analoghe iscrizioni si ritrovano sui fascioni dei camini e sulle travature del tetto: è questo il caso dei tronchi rinvenuti poiché quello mediano presenta un smusso, detto lingua o becco, tipicamente in uso per l’incastro fra due travi, una verticale infissa o annegata nella parete, generalmente in pietre, e l’altra obliqua facente parte del sostegno della copertura in piode. L’incastro è libero per essere morbidamente flessibile assecondando eventuali deformazioni dovute all’escursione termica: se non fosse lasco le temperature invernali contrarrebbero la trave, spezzandola a causa del notevole peso del tetto, che crollerebbe.
Ma perché un alfabeto runico? Perché ci troviamo in una valletta morfologicamente appartenente all’estrema propaggine occidentale delle Alpi Retiche, in un’area di commistione geomorfologica ed antropologica con le Alpi Lepontine.
Le Alpi Lepontine sono convenzionalmente delimitate a Ovest dal Passo del Sempione e ad Est da quello dello Spluga. Il versante settentrionale, in territorio svizzero, comprende i cantoni Vallese, Uri, Ticino e Grigioni. Quello meridionale, in territorio italiano, comprende le province di Verbania, Como e Sondrio.FDA 2016.07.29 Lepontine 003Prendono il nome dall’antica popolazione dei Leponzi, documentalmente qui stanziata dal I millennio a.C. ed il cui territorio appartenne alla provincia romana della Rezia.
È nota l’esistenza di un alfabeto litico rinvenuto in iscrizioni funerarie, classificato fra le cinque principali varianti dell’alfabeto italico e detto Alfabeto di Lugano in ragione dei principali ritrovamenti. Scritture simili appartengono anche al retico ed al venetico e molti studiosi attestano come le rune germaniche possano derivare da una scrittura originante da questo gruppo.FDA 2016.07.29 Lepontine 005La testimonianza più notevole è data da una stele ritrovata a Prestino, località oggi inglobata nella città di Como.
La lingua leponzia, di matrice celtica ed oggi estinta, era parlata nelle regioni della Gallia Cisalpina fra il 700 e il 400 a.C.: indicata anche come Celtico Cisalpino, è considerata un dialetto gallico.
Da ricerche a suo tempo effettuate sviluppando altri temi presso le biblioteche di Morbegno, Sondrio, Tirano e Bormio ho appreso come nell’area considerata fosse frequente la celebrazione di rituali e feste di matrice celtica. Per chi volesse approfondire, su questo stesso blog ho scritto più volte in merito a questioni antropologiche, storiche ed esoteriche che si rifanno alle tradizioni locali.FDA 2016.07.29 Lepontine 004Ciò premesso intendevo appurare da dove provenissero le travi e mi sono perciò rivolto alle risorse locali: interpellato opportunamente, in coincidenza con lo schiocco del tappo della seconda bottiglia di rosso un indigeno che fa finta di non sapere mai niente – ma in realtà conosce uno per uno persino i fili d’erba – mi ha spiegato che le travi costituenti il ponticello provengono da una casera risalente alla fine del XVIII Secolo, distrutta nel giugno 2011 da un masso rovinatole addosso e dalla quale venne recuperato ciò che fu possibile recuperare.
Però, giusto per non volare troppo con la fantasia, rammento che la doppia runa Sig, o Sieg, costituì il simbolo delle SS, le Schutz-Staffeln di hitleriana memoria, ed alcune delle più nascoste valli delle province di Como e Sondrio vennero utilizzate, negli anni ’70 del secolo scorso, come campi paramilitari da bande di giovani neonazi milanesi.
Non va quindi trascurata un’ipotesi: prima che gli alpigiani facessero, letteralmente, correre i novelli Übermenschen a frignare tra le braccia di mammà mostrando loro come si giocava davvero ai soldatini è possibile che costoro abbiano inciso caratteri runici su tronchi e pietre.

Alberto C. Steiner