Simbologie alchemiche e sciamaniche nella “Cappella Sistina delle Alpi”?

Con questo articolo La Fucina dell’Anima augura a chi la segue una gradevole fine d’anno ed un sereno 2019.
Avevo trovato una dimensione di silenzio e solitudine trasportando giornali di notte, e dopo qualche mese da Milano a Udine lungo la A4 e la A23, venni assegnato ad un itinerario che, attraverso il Col di Tenda o il Passo della Maddalena a seconda delle consegne e dei ritiri, mi portava a Nizza.
Percorso tranquillo, poiché lunghezza e lentezza ne comportavano lo svolgimento a giorni alterni, e piacevolissimo per il contesto paesaggistico che, mentre la notte schiariva, da Cuneo in poi lo rendeva affascinante. Facevo in modo che l’alba mi cogliesse alla sommità di uno dei valichi perché lo sguardo potesse spaziare dall’Alta Provenza alla Costa Azzurra e, nelle giornate veramente limpide, sino alla Corsica. Spesso solo un’idea della Corsica, ma a me andava bene anche così.
Prediligevo i 1.996 metri di altitudine e l’ampiezza della Maddalena piuttosto che lo sbocco dai tre chilometri dell’opprimente tunnel di Tenda, le cui infiorescenze di salnitro e muffa ricordavano, anche olfattivamente, l’arrivo in treno a Genova Principe.
Fu però lungo questo itinerario, agibile tutto l’anno contrariamente all’altro, che un giorno, entrando nel minuscolo abitato di La Brigue, già Briga Marittima e territorio italiano fino al 1947, scorsi, al limitare di un prato innevato, una minuscola chiesetta denominata, stando ad una targa scolorita, Notre Dame des Fontaines.
Nulla di speciale, una delle tante che si incontrano lungo le strade di montagna: romanico rimaneggiato in epoche successive, tetto a capanna, portichetto antistante addossato a sezione quadrata, catino absidale retrostante. Aspetto decisamente modesto e trascurato.
Ma qualcosa mi spinse a parcheggiare il furgone ed a varcare l’ingresso, proprio in quegli istanti aperto da un’anziana infagottata in sciarpe e scialli, che immaginai fosse la solerte perpetua e che mi rivolse un saluto nel dialetto locale, salvo ripeterlo in francese dopo aver scorto la targa, italiana, del furgone.
Saluto al quale, vista l’impuntatura sciovinista, replicai con uno squillante Salam-Aleikum.
Entrai e, mentre la cariatide mi marcava stretto, rimasi letteralmente incantato dal trionfo di affreschi che rivestivano le pareti, il soffitto, l’abside e la controfacciata, sulla quale spiccava un Giudizio universale estremamente evocativo, e persino inquietante.Pensai a Giotto, anche se la mano era completamente diversa: seppi trattarsi dei piemontesi Giovanni Baleison e Giovanni Canavesio, e sorrisi pensando alle cronache giudiziarie che, proprio in quei giorni, imperversavano a carico dei fratelli Canavesio, bocconiani che fecero il botto con i cosiddetti titoli atipici lasciando sul lastrico migliaia di risparmiatori.
Ebbi comunque l’impressione di immergermi in una piccola Cappella degli Scrovegni, e non mi stupii quando lessi che il piccolo santuario era noto come “la Cappella Sistina delle Alpi Marittime”, dal 22 maggio 1951 censito nell’elenco dei monumenti storici francesi ed oggi curato e visitabile al modesto costo di tre euro, liberamente in orario di apertura dal 2 maggio al 31 ottobre e previo appuntamento telefonico dal 1° novembre al 30 aprile.
Sembra che anche un non meglio identificato “Maestro di Lucéram”, località non lontana, contribuì a dipingere le pareti del piccolo santuario, in italiano denominato Nostra Signora del Fontan e nel dialetto locale Madòna dër Funtan, che nacque da una precedente cappella, datata con certezza 1375 grazie ad un atto notarile.
Un’interessante caratteristica del sito è che sorge in corrispondenza del nodo costituito da alcune piccole sorgenti, alcune intermittenti, che proprio sotto l’edificio si riuniscono a formare un unico torrente, alle cui acque da sempre vengono attribuite proprietà taumaturgiche.
La stessa edificazione del santuario è da attribuire, secondo una leggenda locale, ad un terremoto che aveva prosciugato le riserve idriche ed al voto degli abitanti, che decisero di erigere un santuario per riavere l’acqua: costruito e consacrato il santuario l’acqua ritornò.
Il dipinto a mio avviso più significativo, per non dire evocativo, di tutti, scompare nella messe di vite dei santi e crocifissioni: si trova verso il fondo della parete di sinistra e raffigura un demone che estrae l’anima dalle viscere di Giuda, morto suicida.Non furono tanto il senso di exemplum e la carnalità dell’immagine a colpirmi, quanto la sua prossimità ad un rituale alchemico, di conoscenza, e sciamanico, di guarigione: lo smembramento.
Ne ho scritto in diverse circostanze su La Fucina, e mi limito qui a rammentarne le fasi salienti, consistenti nell’asportazione simbolica di occhi, lingua, cuore, fegato, genitali e mani secondo precisi tagli rituali. Cuore, fegato e genitali vengono in parte mangiati ancora vivi e sanguinanti. I resti vengono bruciati in una buca scavata nella terra, nella quale vengono infine versate acqua e argilla, con le quali si procede ad impastare nuovi organi che, seguendo un preciso procedimento, vengono reinnestati al posto di quelli asportati riportando così la persona assoggettata al rito ad una fase di ripulitura, rinnovamento e rinascita.
Curioso il fatto che, proprio sotto al dipinto, un cartiglio indichi la data di ultimazione del ciclo pittorico: 12 ottobre 1492, il giorno della Scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo e, convenzionalmente, la fine del Medioevo.
Un elemento di ulteriore interesse, nella dinamica del dipinto, originalissimo rispetto a quelli coevi ed energeticamente molto potente (bisogna osservarlo dal vero per comprendere il senso della mia affermazione) è il fatto che l’anima venga estratta dalla pancia secondo le antiche credenze pagane, successivamente soppiantate, almeno iconograficamente, dall’estrazione dell’anima dalla bocca, ovvero dal respiro secondo il concetto greco del πνεύμα, pneuma.
Malauguratamente i colori del ciclo pittorico, dopo un restauro che ha puntato alla conservazione ma non alla ricerca filologica degli antichi pigmenti, non hanno più nulla di quelli originali. Il santuario, inoltre, non dispone di un’adeguato impianto di illuminazione, e ciò comporta che la visione dei dipinti è subordinata alle condizioni di luce naturale.
Incidentalmente, infine, le vicende del piccolo santuario si dipanano conducendoci a Orvieto, ed in particolare ad un amaro d’erbe risalente al XVII Secolo e noto per le sue proprietà medicamentose, recentemente riscoperto grazie alla passione di un imprenditore locale: l’Orvietan.Noto anche come antidoto contro numerosi veleni, nella sue breve e contrastata vita si contrappose ai due farmaci ben più famosi: il mitridato e la teriaca, utilizzati per quasi due millenni e fino a metà del XIX Secolo.
L’Orvietan non mancò di suscitare contrasti accademici e creare nemici ai suoi promotori, Girolamo Ferranti prima e Cristoforo Contugi successivamente che, pur osteggiati dalla professione medica e farmaceutica ufficiale, godettero inspiegabilmente e per lungo tempo della protezione di potenti, papi e monarchi.
Ed è in questo contesto che si situa l’intento del Contugi di ottenere una “patente” niente meno che dall’allora sovrano francese, il Re Sole. L’iniziativa non nasce casualmente, visto che il liquore era al tempo diffuso non solo sulle piazze, grazie ai venditori ambulanti detti “ciarlatani”, ma anche nei salotti di quella che oggi definiremmo la Parigi bene.
Il Contugi mosse quindi, non da Orvieto bensì da Firenze dove da tempo viveva ed operava, alla volta di Parigi e, fino all’ultimo, temendo aggressioni, non rese noto il proprio itinerario.
Giunto in prossimità di Genova sdoppiò il suo piccolo corteo: una parte, con un suo sosia, prese la via litoranea lungo il Ponente, l’altra scomparve nelle montagne.
Salvo riapparire, il 2 febbraio 1647, presso il santuario. Lo testimonia un’annotazione sul registro parrocchiale, ora conservato presso la Biblioteca Vaticana, che attesta la “donatione di optimo liquor medicamentoso estratto da herbe”. Va detto che il tenore della scritta, in particolare i termini “liquor” e “medicamentoso” e la sintassi, lasciano supporre che l’annotazione possa essere stata redatta in epoca successiva all’evento.
Ci piace però immaginare un mondo ipogeo interconnesso, costituito dai corsi d’acqua sotterranei alla chiesa e dai pozzi orvietani, e la contiguità di attività alchemiche e sciamaniche.

Alberto C. Steiner