27 gennaio: l’impossibile riconciliazione

Finalmente è arrivato, perso nel mare magnum dei giorni della memoria di qualcosa o dedicati a qualcosa, anche il Giorno della Memoria, the original.
Breve cameo storico, giusto per rinfrescare, appunto, la memoria: venne istituito il 1° novembre 2005, mediante Risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che stabilì di celebrarlo il 27 gennaio poiché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Unione Sovietica entrarono nel campo polacco di Auschwitz.
Bene, ed ora lacrimuccia di circostanza e sbrighiamoci a celebrare i poveri ebrei umiliati, vilipesi, deportati, torturati, usati per esperimenti pseudoscientifici, uccisi. Che el sol el magna le ore e entro mezzanotte dobbiamo smantellare il palcoscenico, perché domani gli ebrei senza distinzione fra Israeliani, Mizrahim, Ashkenaziti, Sionisti, Sefarditi e fin che ce n’è devono tornare ad essere i soliti figli di puttana colpevoli di ogni nefandezza, ed in particolare dell’oppressione del pipipì, povero popolo palestinese.
Scusate ma, proprio perché, per me, trattasi di una ricorrenza importante, credo che vada celebrata degnamente ogni giorno senza orpelli e nel modo più semplice possibile: amando e rispettando lo stato di Israele ed il suo significato. Il resto sono parole di circostanza, ed io non ho nessuna voglia di scrivere il solito pezzo improntato a smielosa e compunta rimembranza.
Per me la ricorrenza, assume un significato intimo, privato, al quale accenno oggi pubblicamente per la prima volta, in quanto riferito ad un episodio familiare: era maggio, avrei compiuto quattro anni il 2 giugno successivo e mi trovavo dai nonni paterni, che vivevano in Ghetto, a Cannaregio.
Per me il Ghetto era solo il posto dove abitavano i nonni, e non si era mai parlato, in famiglia, di ebraismo, nemmeno, per quanto io possa rammentare, per ricordare ciò che avvenne durante la guerra. Ma quel giorno accadde qualcosa, seppi cosa solo molti anni più tardi: mio nonno rientrò in casa, sotto lo sguardo severo e compreso della nonna estrasse una cassa da un mobile, la aprì, vi rovistò in fretta ed estrasse un buffo copricapo, una specie di papalina che, avevo notato, molti uomini indossavano dalle parti dei nonni. Mai avrei immaginato che anche il nonno ne possedesse una.
Se la pose sul capo, guardò la nonna, ed io notai che aveva il volto rigato di lacrime. Ed in silenzio com’era entrato uscì.
Trascorsero, credo, alcune ore e mi recai con la nonna sul minuscolo spiazzo antistante un edificio che sorgeva, e tuttora sorge, a pochi passi da Calle del Forno: ne uscirono molti uomini che, come il nonno, indossavano la papalina e come il nonno avevano un’espressione triste e addolorata, alcuni, mi parve, anche arrabbiata. Seppi che quel posto si chiamava sinagoga ed in seguito, nè di quell’episodio nè della cassa, si parlò mai più.
Sentivo che non dovevo fare domande, e dimenticai.
Trascorsero molti anni e, ormai adulto, mi capitò di dover mettere ordine nelle cose dei nonni, defunti da tempo: fu così che scoprii l’esistenza di un loro caro amico, sopravvissuto ad un campo di sterminio e partito con altri alla volta dell’allora nascente stato di Israele: morì in quel giorno di maggio, non per malattia.
Ebbi nuovamente modo di aggiungere un tassello al mio personalissimo Giorno della Memoria in un assolata mattina autunnale dei primi anni ’80 del secolo scorso, in una località del Libano meridionale dove ebbe luogo l’attacco contro un reparto israeliano, che lasciò sul terreno alcune vittime.
Ed ecco la scena che non posso dimenticare, nè intendo farlo: un soldato israeliano porge il Galil ad un commilitone, estrae la kippah da una tasca della mimetica, strappa rabbioso la pala dal frontale di un M-113 e con quella, recitando sottovoce una preghiera, copre di terra il cervello di un amico, fraterno solo come fra chi esercita il mestiere delle armi può accadere, un soldato morto nell’incursione.
Il tutto nel silenzio più assoluto.
E questo, pur non essendo tutto perché non ha senso citare parenti che ci rimisero le penne a Ebensee piuttosto che a Bergen-Belsen, è quanto.
Credo che certi sconvolgimenti della storia, delle vite, della dignità delle persone non possano, pur con tutta la buona volontà, essere perdonati.
Lo dimostra, fra numerosi esempi, anche la pièce teatrale “Il venditore di sigari” di Amos Kamil, in scena sino a questa sera presso il Teatro Litta di Milano.
La trama si svolge in quel che resta della Berlino appena uscita dalla guerra mondiale, e vede confrontarsi due sopravvissuti: un professore ebreo, che intende partire per fondare lo stato di Israele, ed il proprietario di un tabaccheria.
I due si incontrano ogni mattina alle ore 06:30, ed ogni mattina si attaccano rinfacciandosi reciproche colpe, senza riuscire a trovare un modo per addivenire ad una riconciliazione, scoprendo anzi dolorosamente quanto gli orribili avvenimenti accaduti li abbiano ormai irrimediabilmente condizionati, in quanto protagonisti loro malgrado e su due fronti opposti di quel periodo storico.
Ho saputo dello spettacolo tramite Eyal Mizrahi, presidente dell’Associazione Amici di Israele, che qui ringrazio per averne pubblicato una nota.
E concludo la mia personalissima e niente affatto canonica commemorazione affermando che, quando certi accadimenti sono troppo forti per essere sopportati, lasciano uno strascico di sensi di colpa, non solo nelle persone che ne furono i colpevoli, ma anche nei loro discendenti e, se come in questo caso si tratta di una tragedia immane, lasciano tracce anche sul territorio e sui costumi sociali. E ben sappiamo quanto i tedeschi, ancora oggi, vivano il peso opprimente dell’accaduto. Lo stesso Mein Kampf, l’opera scritta da Adolf Hitler, è stato rimesso in vendita nelle librerie tedesche solo dal gennaio 2016, obbligatoriamente corredato da una prefazione critica.
Ma ciò che mi ha sempre particolarmente colpito ed alla quale ho in più occasioni accennato, è quanto i tedeschi siano fra gli estimatori del BDSM, Bondage Discipline Sado Masochism, non vissuto come un “famolo strano” ma come stile di vita.
Ed ancor più che per le usuali umiliazioni, frustate, torture più o meno soft, il Bdsm germanico è caratterizzato dai filoni pissing, dall’intuibile spiegazione, e scat, vale a dire sessioni a base di escrementi umani, che possono culminare con l’ingestione degli stessi da parte dei protagonisti.
E questo, a mio parere, la dice lunga su quanto ancora i tedeschi debbano lavorare, o espiare, dipende dai punti di vista.
Tra l’altro, nell’esercizio di questa disciplina, i tedeschi sono affiancati, anche se in misura minore, dai giapponesi. Vale a dire, curiosamente, da entrambi i popoli che hanno “perso” la guerra con immani sofferenze.
Gli italilandesi, invece, non partecipano al gioco. A loro basta e avanza essere facce di merda.

Alberto Cazzoli Steiner