La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica

Anche se non l’abbiamo dimenticata, fa sempre bene ripassare l’antica regola vergata da Bernardo di Clairvaux: troverai più nei boschi che nei libri.È possibile che un tempo, stando alla vulgata iconica che ce li rappresenta sempre chiusi in antri segreti tra pentoloni in ebollizione, storte, alambicchi e miasmi più o meno venefici e mefitici, gli alchimisti fossero affetti da gravi patologie respiratorie.
Oggi, almeno per quanto mi consta, il ricercatore alchemico trascorre gran parte del proprio tempo in rete per verificare formule chimiche o proprietà fitofarmaceutiche, piuttosto che appunti di tossicologia, magari indulgendo a giallozafferano, specialmente in prossimità dell’ora che, come dicono in Brianza, volge a Desio … poiché nulla più di cibo e bevande è frutto di alchimia legata al mistero della vita ed al piacere di celebrarla.
“Vi sono più cose in uno stinco al forno con prugne e mele, accompagnato da un Ripasso o da un Côtes du Rhône, Orazio, di quante ne contempli la tua alchimia”
L’antro dello stregone è oggi sempre più simile ad un laboratorio a norme HACCP e, se alla porta dovesse bussare il diavolo o, per dirla con Kit Carson, Satanasso, a proporre la polverina per ricavare l’oro suggerendo nel contempo di non pensare mai per nessuna ragione, durante le sperimentazioni, all’orso bianco, si beccherebbe un ma váa a dáa via i ciapp! accompagnato da un’omerica risata.
Povero diavolo, non ci sono più gli alchimisti di una volta. E nemmeno i diavoli.
Per quanto mi riguarda, pur essendo semplicemente studioso della materia e senza velleità di dichiararmi alchimista o sciamano, man mano che proseguo nel mio cammino riscontro come tradizione e modernità siano sempre più interconnesse e si esplichino in imprescindibile comunione con la cultura, l’anima e l’energia del bosco.
Mi sono chiesto, rispondendomi affermativamente, se quell’ambiente complesso, chiaramente connotato in una sintesi apparentemente confusionaria ma invece armoniosa che è scansione di tempi, odori, spazi e sensi di presenze potesse fornire acquisizioni e cognizioni suscettibili di creare una sintesi tra esperienze, sensibilità ed energie.
Per portare un paragone, solo apparentemente non alchemico, osservo la medesima sintesi spirituale nella selvicoltura, disciplina rappresentativa del perseguimento di un armonioso compromesso tra fruizione e conservazione dell’ecosistema bosco.
Solido come una quercia, si dice. Proprio a questo albero l’arboricoltore, paesaggista e storico William B. Logan, nel suo libro La quercia: storia sociale di un albero attribuisce la massima importanza ritenendolo – mi piace pensare in quanto dalle altre essenze promosso al rango di Standartenführer – capace di insegnare all’uomo i segreti dell’armonia del bosco applicati alla selvicoltura.
L’autore ne traccia l’intrinseca socialità, individuando la quercia come massima espressione del rapporto tra uomo e bosco in ragione della sua notevolissima flessibilità d’uso.
In ragione delle mie assidue frequentazioni silvane concordo con l’enunciato, tranne che per la sua precipua visione utilitaristica, ed affermando anzi come la fonte di arricchimento interiore sia oggi più che mai indispensabile, ed aggiungendovi con pari dignità natura e caratteri di castagni, noci, faggi, pini cembri, fichi, ulivi. E mi associo conseguentemente all’affermazione che indica il bosco custode della spiritualità, delle energie, delle conoscenze più profonde ed ancestrali. Quelle libere dalla sudditanza, imposta dai parametri dell’odierna società cosiddetta civile che hanno inquinato, vilipeso, represso, annichilito e frustrato il sentire primigenio poiché contrasta con le dinamiche del potere: quel sentire fatto di forze ed energie, simboli di fertilità, di vita e di morte, odori e fluidi corporei, voci di oracoli non umani e, va da sè, fucina dell’anima.
Chi mi segue sa bene quanto, ormai dagran tempo, delle parole dei cosiddetti maestri non mi fidi più. Preferisco sbagliare sperimentando, avendo tratto ben poco da libri, fervorini, santini, omologazioni alla così fan tutti che, anzi, possono portare fuori strada, allegramente come il carro di Mangiafuoco, luminoso e scoppiettante di risate che occultano il tragico finale.
La nostra società, massimamente non ancora propensa alla gratitudine, non è in grado di riconoscere come la propria esistenza sia dipesa, e tuttora dipenda, in buona parte da quanto fornitole dal bosco. Pensiamo solo, limitandoci al legno, a componenti per l’edilizia, mobili ed utensili, mezzi di trasporto terrestri e navali. Se aggiungessimo inoltre tutto ciò che attiene a cibo, medicinali, cosmetici, pigmenti, essenze ottenuti attraverso fiori, foglie, bacche, radici l’elenco sarebbe sterminato.
Ed è qui che si situa l’errore fondamentale, quello che fa accendere la scritta lampeggiante -3 -2 -1 time expired. Nelle nostre vite sociali, comunitarie, finanziarie, economiche ancorché ecosostenibili effettuiamo prelievi come se fossimo al bancomat, in palese spregio della massima potenzialità produttiva dell’ecosistema.
E tutto ciò comporta un sempre più elevato tasso di deforestazione. Lacrimuccia sui social, emoticon incazzata e ciao.
Spesso, con il medesimo atteggiamento, viene affrontata la ricerca alchemica e sciamanica. Ci si reca “in natura” in una logica predatoria: avere, e averla alla svelta, una comprensione, una visione, una connessione con l’animale di potere piuttosto che con l’antenato (e, sempre che si presenti, senza avere la più pallida idea se e di chi sia l’antenato) , ricevere il segno che porta a cogliere quell’erba, quel fiore, quella corteccia, quel sasso. Per intenderci, con lo stesso spirito con cui si va al supermercato. Anzi, al discount nonostante le tariffe siano da resort di lusso.
Intendiamoci: non ho scritto sin qui per tirare in ballo i soliti corsi alchemici e sciamanici del week-end, i tenutari di drumming circle con qualifica di portatori di pipa cerimoniale, la costruzione del tamburo e l’assunzione di beveroni più o meno psicotropi. Ne ho già parlato fin troppo.
Desidero piuttosto evidenziare come non vada mai scordato quanto l’approccio al bosco debba essere sacro, di quanto lo si debba percorre in punta di piedi ed in silenzio, consapevolmente ed accettando la possibilità che il bosco possa decidere di non rispondere alle domande. Addirittura di non volerci tra i piedi. Se dovesse accadere significa che, evidentemente, non è il momento, non sussistono le necessarie potenzialità di comprensione, può essere che in quel momento la risposta non porti un beneficio ma un danno. La soluzione consiste nel ritirarsi in buon ordine, con intelligenza, umiltà e gratitudine.
Rimarco i concetti di gratitudine e rispetto, perché il bosco rappresenta una ricchissima fonte di insegnamento, ma deve essere affrontato nella consapevolezza di essere ospiti in casa d’altri.
Ed ora, pur senza trascurare l’importanza di castagni, carpini ed altre essenze, torniamo al nostro maestoso e solido Quercus nelle sue varie declinazioni specistiche ed a ciò che rappresenta, venerato sin dall’antichità come re degli alberi, simbolo di forza, audacia e longevità.
Conseguentemente la sua foglia, dedicata a persone coraggiose, nobili, indipendenti e con i piedi ben piantati nella Terra, rimanda a propria volta alla sterminata letteratura dei miti norreni. E qui mi limito a segnalare il complesso megalitico di Externsteine, al quale sono particolarmente legato e che ho citato in svariate circostanze.Situato nella foresta di Teutoburgo, si estende per circa 100 chilometri, una piccola parte, a sud di Osnabrück, nel Land Niedersachsen, Bassa Sassonia, e la rimanente in quello Nordrhein – Westfalen, Renania Settentrionale – Vestfalia. Vide, nell’anno 9 d.C., la disfatta di 20mila legionari romani guidati da Varo ad opera delle tribù germaniche riunite sotto la guida di Arminio, considerato il primo eroe nazionale.
Ma, in tempi ben più antichi, in quello stesso luogo fu eretto l’Irminsul, il pilastro sacro che reggeva l’universo collegando cielo e terra similmente al mito di Yggdrasill, l’albero cosmico detto anche del mondo: secondo la veggente Vǫluspá un frassino bianco, secondo il monaco Rodolfo di Fulda un tasso o, più probabilmente, una quercia.
Le radici di Yggdrasill si estendono sin nel regno infero mentre i suoi rami, che sostengono l’intera volta celeste, sorreggono altresì i nove mondi, nati dal sacrificio dell’Uomo Primordiale, il gigante Ymir, e costituenti l’universo:
Ásaheimr, o mondo degli Asi
Álfheimr, degli elfi
Miðgarðr, degli uomini
Jǫtunheimr, dei giganti
Vanaheimr, dei Vani
Niflheimr, del gelo o della nebbia
Múspellsheimr, del fuoco
Svartálfaheimr, degli elfi oscuri e dei nani
Helheimr, dei morti.
Interessante notare come, delle tre radici primarie sulle quali poggia Yggdrasill, una raggiunga Niflheimr, luogo dove la vacca Auðhumla nutre Ymir con il suo latte. Da questa radice origina inoltre la fonte detta Hvergelmir o Pozzo Risonante, da cui si dipartono tutti i fiumi del mondo.
Secondo alcune fonti Yggdrasill è identificato come Léraðr, l’albero che si erge di fronte al Valhalla, dimora degli Einherjar, coloro che perirono gloriosamente in battaglia.
I resti visibili del complesso megalitico, databile a 120 milioni di anni fa ed oggi apprezzata riserva naturale, sono costituiti da un cerchio di circa 80 metri di diametro, un fossato, un tumulo e due palizzate di legno all’interno delle quali si aprono tre porte: una a Nord, una a Sud-Est e l’ultima a Sud-Ovest.
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che potesse trattarsi di un santuario orientato funzionalmente al culto del sole. Si è osservato come, ponendo nel giorno del solstizio d’inverno una persona al centro del cerchio, questa potrebbe osservare il sole sorgere e tramontare attraverso le due porte poste rispettivamente a SE e a SO.
Vi sono numerose scene scolpite nelle rocce di Externsteine, ed una di queste raffigura la deposizione di Gesù dalla croce. Si ritiene che l’albero piegato posizionato sotto l’intera scena sia l’Yggdrasill umiliato dal trionfo della cristianità.
Sull’argomento esiste copiosa letteratura ed è inutile, pur essendo la premessa dovuta, che io mi dilunghi qui ripetendo concetti già noti, ai quali non aggiungerei nulla di nuovo.
E veniamo finalmente al perché dello Standartenführer, grado paramilitare corrispondente a quello di colonnello nato con le SA, Sturmabteilung, letteralmente reparti d’assalto, il primo gruppo paramilitare del Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il Partito Nazionalsocialista.
Ma fu con le SS, Schutzstaffel, squadre di protezione, che il grado acquisì maggiore notorietà, conferito agli ufficiali comandanti gli Standarten, formazioni che contavano 300 unità.
Quando, dopo le elezioni del 5 marzo 1933 che attribuirono il 43,9% dei consensi al Partito Nazionalsocialista con 17.277.180 preferenze, Adolf Hitler assunse il potere in Germania, il grado di Standartenführer, pur non essendo il più elevato tra quelli da ufficiale superiore, era ben più prestigioso rispetto a quelli, superiori, di Oberführer, Brigadeführer Gruppenführer, Obergruppenführer, Oberst-Gruppenführer e sino a Reichsführer, il grado più elevato, detenuto da Heinrich Himmler.
La sua insegna, o soldo come si dice in gergo militare, rappresentava una foglia di quercia ed il grado fu il primo in assoluto a visualizzare la stessa immagine su entrambi i collari, quelli cuciti sul bavero e che noi chiamiamo mostrine.Proprio in ordine al suo significato, la foglia di quercia occupava un posto di rilievo nelle rappresentazioni dell’uniformologia nazista, unitamente all’alfabeto runico, presso le SS declinato in quattordici varianti, ciascuna con un ben preciso significato a partire dalla doppia S del simbolo, originariamente indicativa del sole e successivamente reinterpretata come Sieg, vittoria.
Va detto che le SS, in ragione del loro simbolismo evocativo di sceltissimo ordine segreto, curarono molto la loro immagine esteriore, a partire dalle uniformi, disegnate dallo stilista Hugo Ferdinand Boss, nazista della prima ora e fondatore dell’omonima casa di moda la cui produzione era improntata ad un’elevato standard qualitativo.Molta parte della concezione mistico-religiosa di matrice neopagana del III Reich, dalla quale scaturirono le SS, è dovuta al pensiero di Adolf Lanz von Liebenfels, già monaco cistercense, scrittore ed occultista che fondò la confraternita Ostara e che fu ispiratore di Adolf Hitler, del quale propongo di seguito una poesia scritta nel 1915, mentre era di stanza sul fronte occidentale. Certamente non un’opera d’arte letteraria e persino banale nelle sue espressioni, è però significativa del processo che, in poco più di un decennio, porterà alla spedizione in Tibet, alla venerazione della Heilige Lanze di Longino, al recupero delle antiche leggendarie tradizioni ed al restauro del castello di Wewelsburg che divenne, oltre che la sede di segreti rituali officiati da Himmler e da sceltissimi ufficiali delle SS, il sancta sanctorum dei miti norreni. Leggiamola:Ed arriviamo così ad un giorno d’inverno del 1933, quando due uomini sfidano il gelo della foresta di Teutoburgo: il primo è Karl Maria Wiligut, stregone, occultista ed esperto di magia nera e rune. Il secondo è il potentissimo Reichsführer delle SS, Heinrich Himmler.
Sono accomunati dalla visione di un futuro radioso, costruito su un potere antico e occulto, un Germanenorden volano di un nuovo ordine mondiale scandito dalla pratica di riti esoterici neopagani dai forti richiami mistici e medioevali, in una comunione di forze naturali e valori cavallereschi che, pur disconoscendone la matrice cristiana, si rifanno ai Cavalieri Teutonici.“Molto meglio essere pagani che cristiani” affermò Himmler, specificando: “Molto meglio adorare le entità tangibilmente presenti nella natura e quelle degli antenati che non una divinità invisibile e i suoi fasulli rappresentanti in terra, poiché un popolo che onora i propri antenati e cerca di onorare sé stesso darà sempre vita a nuovi figli e perciò vivrà in eterno.”
Quel giorno dalla foresta di Teutoburgo, che per Himmler era un luogo sacro, magico e carico di energie dei primordi, Karl Maria Wiligut condusse il Reichsführer al castello di Wewelsburg, il decadente maniero di origine benedettina risalente al XVII Secolo e che all’epoca costituì un punto nevralgico della caccia alle streghe, centinaia delle quali furono imprigionate, torturate ed uccise nelle segrete dell’edificio ed il cui potere occulto, secondo Wiligut e Himmler, era ancora vivo e percepibile in loco.
Orientato inoltre lungo l’asse Nord-Sud invece che sull’usuale Est-Ovest, e dalla forma che ricordava una freccia, per Himmler costituì la fonte di un potente simbolismo energetico, e fu un autentico colpo di fulmine.E concludo indicando come l’edificio sorgesse, e tuttora sorga, adibito a museo e Bed & Breakfast, vicinissimo al complesso megalitico di Externsteine citato più sopra.
Nota finale: mi rendo conto di quanto queste righe possano apparire criptiche, se non addirittura sconclusionate. A parte il fatto che, consapevole dei miei limiti, ammetto di non aver saputo fare di meglio affrontando un tema complesso e sul quale si sono spesi fior di storici ed esoteristi, sono convinto che chi è in grado di comprendere abbia benissimo compreso quale sia il mio messaggio, senza inutili chilometrici giri di parole

Alberto Cazzoli Steiner