Trasformati in gatti per diventare cibo. Vicenza? No, (im)probabile futuro

Desidero condividere un sogno, che risale a poche ore fa.
Come tutti i sogni, pur se dettagliato, presenta falle logiche e lacune tecniche. Ma lo trovo curioso nelle sue modalità, oltre che interessante per le sensazioni che mi ha trasmesso.
Lo scenario raffigura gli ultimi barlumi di un mondo sovraffollato, nella sua dimensione superurbanizzata e inquinatissima. La vicenda si svolge in una megalopoli, unica forma di urbanizzazione presente sul pianeta che ha conglobato in sè tutte le città un tempo esistenti.
Il resto del globo è un deserto, solcato da fiumi putrescenti e punteggiato dagli esiti di esperimenti falliti: enormi fabbriche di cibo in colture idroponiche o in brodaglie chimiche destinate a produrre vitamine, proteine, carboidrati in forma di cubotti più o meno consistenti, pappette colorate ed insaporite, confezionate in buste e scatolette che ricordano quelle che, in un passato non lontano ma dimenticato, venivano acquistate nei supermercati come carne di pollo e manzo o come tonno, sgombro, alici, salmone e via enumerando.
Esistono comunque pasta, broccoli, costate con l’osso, vino, ma il loro aspetto è cambiato e vengono commercializzati da un’unica catena distributiva, sotto l’insegna Easy food, accompagnata dal motto your red arrow for fun.
La forma di governo centralizzato, per arginare il malcontento e le sommosse conseguenti ad un eventuale, anche se improbabile, risveglio, ha implementato il controllo totale nell’unica forma possibile: dotando ogni essere sin dalla nascita di un microchip sottopelle in grado di trasmettere stimoli neuronali, ordini subliminali, gratificazioni e punizioni in caso di comportamenti, atteggiamenti, pensieri socialmente non accettabili.
Per i casi irriducibili il sistema prevede deportazione in colonie penali o lobotomia. Una cosa non esclude l’altra.
Alcuni soggetti, al servizio della compagine governativa, hanno impiantata in fronte il terzo occhio: una microcamera permanentemente attiva con la quale filmano in soggettiva qualunque avvenimento si verifichi di fronte ai loro occhi, anche nella vita privata.
Tutto, fatti salvi alcuni tanto minuscoli quanto ininfluenti angoli morti, è monitorato.
Ciascun individuo, alla nascita, viene provvisto di una dotazione governativa consistente, oltre che nel microchip, in un telefono ed un tablet, realizzati in parte riciclando componenti di vecchi prodotti ed in parte mediante l’escavazione di minerali in miniere sottoposte a stretto controllo governativo, in realtà colonie penali dove vengono trasferiti coloro che si sono macchiati di reati attinenti la sfera dei beni più preziosi: cibo e pensieri.
Un cielo permanentemente livido segnato dai fumi di incendi, un odore misto di urina stantia, abiti sporchi, avanzi di cibo costituiscono lo scenario che scandisce la vita quotidiana degli urbanizzati, esseri che vagano credendo di andare da qualche parte, convinti di essere vivi, certi di provare sentimenti e nutrire affetti, sicuri di avere un lavoro che li impegna e forme di intrattenimento e divertimento.
Ormai quasi privi della facoltà della parola si parlano prevalentemente scambiandosi selfie e messaggi telefonici, il cui contenuto è massimamente affidato ad icone piuttosto che all’alfabeto.
Ad esclusione di dialetti locali, un tempo chiamati lingue, l’idioma prevalente è una sorta di rudimentale slang anglofono contaminato da termini cinesi, russi, franco-africani.
E poi c’è l’iniezione che trasforma gli esseri si fa per dire umani in gatti. Ogni forma di vita non umana è praticamente scomparsa, estinta, dissolta. Sopravvivono in pochissime unità, da qualche parte nel deserto e nelle brodaglie maleolenti chiamate oceani, residue specie la cui esistenza è assolutamente precaria e la riproduzione un evento rarissimo.
Cani non se ne vedono più e dei gatti, prevalentemente della classica razza cosiddetta europea nelle sue varie declinazioni di colore, gli scienziati sono riusciti a sintetizzare una sorta di dna reso compatibile ed anzi interscambiabile con quello umano. Inoculato mediante un’iniezione endovenosa, il suo effetto è pressoché immediato: l’essere umano si trasforma irreversibilmente in gatto.
Va da sè che, considerato lo scenario sociale, si tratta di gatti randagi. Che saranno utilizzati come cibo.
Naturalmente si tratta di una procedura segreta. Le persone vengono convocate per una sessione periodica di igienizzazione e profilassi, termine che ha da tempo sostituito quello di vaccino che tanti fastidi aveva procurato al potere. L’ordine giunge attraverso il solito microchip e il soggetto, nel giorno ed all’ora stabilita, si presenta nell’ambulatorio.
L’iniezione contiene una componente soporifera.
Il resto è costituito da camere di decompressione, e da container diretti presso le fabbriche di trasformazione alimentare.
E poi ci sono i resistenti, persone apparentemente normalissime, asservite e dormienti che, un giorno, alzato lo sguardo dal display del tablet, incrociarono quello, altrettanto vivo, triste e consapevole di un loro simile.
Ebbero l’accortezza di non parlarsi ma di comunicare attraverso sguardi e gesti apparentemente casuali. L’alchimia che, in particolari circostanze, fa sì che gli esseri umani possano comprendersi, piacersi, trovarsi in sintonia, fece il resto e queste pochissime persone costituirono l’embrione di un movimento rivoluzionario. Il cui scopo non fu quello utopistico di abbattere il regime, che prima o poi si sarebbe abbattuto da solo implodendo e trascinando nella rovina i miliardi di esseri inconsapevoli che affollavano quel che restava del pianeta, ma quello di sopravvivere in una realtà nuova, tutta da costruire, anzi da ricostruire.
Come e dove, questi pionieri non ne avevano idea. Sapevano solo che sarebbe accaduto e che, al momento opportuno, avrebbero ricevuto segnali.
Il loro motto non fu un ambizioso in hoc signo vinces, un improbabile per ardua ad astra o, peggio, un restiamo umani. Semmai venne coniato fu “basso profilo”.
Occorse molto tempo ma, con prudenza e metodo, crebbero di numero. Li caratterizzava un tratto, in particolare: amavano conoscere, sviscerare per quanto possibile l’anima delle cose, ricercare tra le scarsissime testimonianze sociali, culturali, tecniche di un passato perduto ed aborrivano i riti caratterizzanti la società di alienati della quale si trovavano, sempre più a disagio, a far parte.
Il caso si presentò sotto forma di un’ampia valle nascosta, incuneata sotto una faglia che la rendeva invisibile dalla superficie e nella quale sopravvivevano, stentatamente, alberi, erba, un fiume a carattere torrentizio, ed alcune specie animali, compresi alcuni volatili che, gli scopritori ebbero modo di osservare, non lasciavano mai la valle, sfuggendo così ai rilevatori satellitari. Venne appurato come la conformazione valliva, ipogea ma non tanto da non ricevere la luce del sole, fosse nata da un movimento tellurico che aveva inabissato un lago, ricoprendolo con parte delle sovrastanti montagne che, franando, andarono a costituire una specie di bolla rocciosa che, marcata da una fenditura sovrastante, si estendeva per alcune decine di chilometri. Un evento più unico che raro.
L’area, in passato fiorente, era da tempo disabitata e l’evento interessò solo sismografi e satelliti. Venne individuata a causa di una ricerca di luoghi potenzialmente adatti all’insediamento di fabbriche di cibo, ma fra gli esploratori vi erano alcuni appartenenti al movimento di coloro che intendevano sopravvivere in modo diverso.
Ingegneri, geologi, biologi, agronomi si compresero quindi al volo, e la valle venne immediatamente classata come inadatta. Rischiarono, e molto ma, si sa, la fortuna aiuta gli audaci.
Subito prese forma un progetto, non scritto, essenziale e senza fronzoli: occorreva qualcuno che, da vero pioniere, si recasse ad abitare la valle preparandola per futuri arrivi.
E lungo la stessa strada per giungere alla valle dovevano essere allestite alcune tappe, rifugi che consentissero di sostare durante il trasferimento. E, nonostante, tutte le risorse tecnologiche messe in campo dal governo, la notte seguitava ad essere amica.
Vennero sottratte, non senza rischi, alcune tute un tempo utilizzate per l’osservazione della fauna marina e di certi fenomeni biomagnetici: erano realizzate, sulla scorta di una tecnologia militare, con un materiale che rifrangeva ogni tipo di luce o vibrazione e l’effetto era quello di un buco nel nulla. Chi le indossava diventava praticamente invisibile.
I fuggiaschi, inizialmente tutti adulti senza bambini, le avrebbero indossate nottetempo durante i trasferimenti da un rifugio all’altro. Gli stessi rifugi furono realizzati con una sovrastante rete di copertura, respingente ed anch’essa di derivazione militare, che li occultava da visione satellitare, vibrazioni e infrarosso.
Alcuni ingegneri appartenenti al movimento misero a punto, ripescandolo da certi esperimenti di realtà virtuale, una sorta di ologramma individuale da offrire ai sensori, in grado di creare un’aura estesa per un paio di metri attorno al soggetto che ne indossava il generatore, chiamato inibitore di campo, delle dimensioni di una noce e pinzato all’abito: in tal modo qualsiasi movimento, spostamento, manipolazione sfuggiva ad eventuali controlli, rappresentando il soggetto nella propria abitazione intento a dormire piuttosto che ripreso durante una innocente passeggiata.
Fu così possibile asportare ingenti quantità di materiali, ed i veicoli destinati a trasportarli, anch’essi resi invisibili ai rilevatori.
Tutto era pronto, si trattava di entrare in clandestinità mediante un atto inevitabile: la rimozione del microchip. Il sistema avrebbe registrato immediatamente l’anomalia, inviando dapprima segnali e successivamente, non ricevendo risposta, agenti delle forze di controllo.
Accadeva, talvolta, per un guasto od un errore di sistema, oltre che per gesti di soggetti mentalmente disturbati, che si autoamputavano l’arto.
Ma erano fenomeni isolati e circoscritti. Non era pertanto neppure ipotizzabile che, nello stesso giorno, il distacco dal sistema riguardasse più di due o tre soggetti, avendo riguardo al fatto che non dovevano risultare fra coloro che si frequentavano abitualmente.
L’operazione di rimozione, medicazione, ricovero in una casa sicura in attesa di completare il gruppo durò alcune settimane e, finalmente, una notte, il gruppo costituito da dieci persone prese il largo, a bordo di quattro autocarri contenenti tutto lo stretto necessario per l’implemento dei rifugi tappa e delle prime strutture nella valle nascosta, oltre che per proteggere la stessa da sguardi indiscreti.
Nel corso del tempo furono relativamente numerosi coloro che decisero di cambiare completamente vita. Scomparvero, e con loro i bambini.
La valle fu progressivamente abitata fino ad accogliere circa un migliaio di unità, e progressivamente protetta alla sua sommità fino a diventare completamente invisibile.
Gli abitanti della valle vivono ovviamente in una specie di Arcadia, coltivando ciò che mangiano, costruiscono ciò di cui abbisognano ed intrattengono relazioni fondate sulla mutualità e la condivisione, nella responsabilità individuale del fare.
Nel senso che non esiste una forma di democrazia, e meno ancora rappresentativa: ciascuno è responsabile di se stesso e di fronte alla comunità.
E io che c’entro in tutto questo?
C’entro relativamente al fatto che mi sono visto mentre giungevo al centro di igienizzazione e profilassi, chiamato dal messaggio subliminale.
Avrebbe dovuto trattarsi di un’iniezione finta, praticata da un membro del gruppo ma, quando arrivai, mi resi conto che non sarebbe stato così.
Sapevo a cosa sarei andato incontro ed avrei potuto scegliere se reagire, nell’ambito di un’accorta prudenza che non mettesse a rischio gli altri, o se immolarmi.
Ho scelto di reagire.
Quanto all’accorta prudenza, non c’era tempo per le raffinatezze. Mi sono quindi presentato sorridente, con l’aria del cittadino ligio e remissivo, scambiando due battute sceme con l’addetto all’iniezione ed attivando contestualmente l’inibitore di campo.
Il tizio, così distratto, si è ritrovato la siringa nel collo mentre io, dopo averlo rivestito con i miei abiti e collocato sul tapis roulant che l’avrebbe condotto alla camera di decompressione, indossati i suoi abiti sono uscito dalla stanza recandomi al bagno. Dove ho rimosso il microchip praticandomi un’incisione con un bisturi che mi ero portato. Rapidissima medicazione, più che altro solo un tamponamento, e via.
Sapevo dove andare e come arrivarci, e sapevo come farlo velocemente, prima che la macchina della repressione poliziesca si attivasse. Tutto il resto sarebbe stato da inventare, mentre mi sembrava che il cielo schiarisse e l’aria fosse più frizzante. Fine del sogno.
Una delle domande è: perché i gatti? Ho pensato che fosse perché i gatti rappresentano la quintessenza della libertà e dell’autonomia. In questo modo, invece, il potere onirico ne annichilisce la fierezza reificandoli a mero cibo.
Metafora di ciò che accade quotidianamente a chi, ligio alle regole, pavido benpensante e fieramente tutto d’un pezzo, si illude di essere libero come un gatto. E invece è solo cibo.
Per ora mediatico, ma non mettiamo limiti alla provvidenza.

Alberto Cazzoli Steiner