Che la piasa, che la tasa, che la staga in casa: inquisizione, stato dell’arte

“Se un inquisitore avesse fra le mani il papa, con la tortura riuscirebbe a far confessare anche a lui di essere uno stregone.”
Questa affermazione, attribuita al gesuita Friedrich Spee von Langenfeld1 (α Kaiserswerth am Rhein, 25 febbraio 1591 – Ω Treviri, 7 agosto 1635) e sul quale torneremo, la dice lunga sugli abusi commessi nei processi per stregoneria.Sono anni che scrivo che gli adunchi artigli del Sant’Uffizio, acquattati nell’ombra di pesanti cortine di velluto nero, non hanno mai smesso di baluginare d’affilato acciaio in attesa della preda da ghermire per farne scempio vagheggiando l’aria pregna degli odori della paura e del sangue, di feci e urina rilasciate, insieme con le lacrime, con in un ultimo sussulto di vergogna ma senza più ritegno e malamente coperti da quello dell’incenso, oltre all’inconfondibile fetore del ferro riscaldato e della carne bruciata, conclusi dall’apoteosi dei fluidi di fanatici orgasmi.
Ed oggi come non mai, mi addolora constatare quanto avessi ragione a temere il rigurgito della fogna inquisitoria, che vede come alfieri piccoli pericolosi uomini, e donne, frustrati, bigotti, sessuofobici. Lo dimostrano proclami secondo i quali la famiglia, rigorosamente costituita da un uomo e da una donna, è una e indivsibile finché morte non la separi. In luogo del divorzio verrà ripristinato l’uxoricidio nobilitato, si fa per dire, in delitto d’onore? Non lo escluderei.
La rivisitazione della figura femminile prevede, per dirla in Veneto, che la donna la piasa, la tasa e la staga in casa, anzi “Par dirla tuta: césa, cusina, leto e casa. Le ùniche done ca no staséa in casa, le staséa in casin, anca lì a servire i òmeni conforme al bisogno.”2
Si auspica che l’aborto possa finalmente tornare ad essere praticato clandestinamente in asettiche cliniche per chi può permetterselo. Per le altre il vecchio caro tavolo di cucina e il prezzemolo. E se muoiono amen, qualche troia dissoluta in meno.
Credo che l’immagine più adeguata ad accompagnare questo rigurgito di oscurantismo sia la pera vaginale, il cui azionamento mediante vite senza fine è noto e che possiede la particolarità di poter essere all’occorrenza utilizzata anche come pera anale per punire gli omosessuali.Quella raffigurata sopra proviene dal minuscolo ma attrezzato museo della tortura del borgo medioevale di Grazzano Visconti, che ormai mi immagino come unità locale coperta, stand by di una Gladio pronta ad entrare in funzione, con tempi di reazione e modalità di ingaggio già sperimentate in tanto ripetute quanto segrete esercitazioni notturne.
Non sono affatto un pessimista ma, come nel caso di quello che per anni paventai come Medioevo prossimo venturo e che puntualmente si sta verificando, mi sento di affermare che il sempre maggiore spazio sociale abusivamente occupato da certi soggetti, che in una società sana sarebbero già da tempo stati relegati allo sberleffo e, rinchiusi, alle cure di uno veramente bravo, sia loro come sempre concesso da ignavia, indifferenza, marketing della paura, solito ancestrale bisogno di avere un dominus, un carceriere, un maître à penser che sollevi da ogni responsabilità.
Nulla di nuovo, purtroppo: la difficoltà di vedere ciò che realmente accade è spesso accresciuta dalla cosiddetta Luft der Zeit, aria del tempo, da convinzioni, abitudini e credenze del momento storico, che talora rendono nitida la visione, tal altra la offuscano.
Una delle più ardue e rare virtù, che rivela un’eccezionale libertà e creatività di spirito, si esplica nel non farsi condizionare da pregiudizi e dalla mentalità codina.
A mio avviso uno dei più notevoli esempi in tal senso è Friedrich Spee von Langenfeld, gesuita del XVII Secolo, confessore di molte donne condannate al rogo perché streghe.
Egli fu tra i primi a criticare l’uso della tortura giudiziaria, sostenendo che non potesse costituire una forma probatoria, poiché le donne che la subivano erano disposte ad ammettere qualsiasi cosa, nella vana speranza di farla cessare.
Morì di peste a Treviri nel 1635, togliendo il disturbo ad una chiesa che non lo sopportava più, durante la Guerra dei Trent’Anni, mentre si prodigava nella cura dei soldati che ne erano colpiti.
Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1610 e venne ordinato sacerdote nel 1622, insegnò a Treviri, Fulda, Würzburg, Spira, Worms e Magonza fino a quando, nel 1626, venne nominato docente all’Università di Paderborn. Predicò a Paderborn, Colonia, Hildesheim e nel 1628 venne inviato a Peine, dove predicò il cattolicesimo ai cittadini protestanti, riscuotendo grande successo ma facendosi anche molti nemici, tanto è vero che nel 1629 rimase gravemente ferito da un tentativo di omicidio.
Nota, anche se in una ristretta cerchia di estimatori, è la sua produzione letteraria, in particolare il Goldenes Tugendbuch, Libro d’oro delle Virtù, e il Trutznachtigall, In gara con l’usignuolo, compendio di inni sacri che occupa un posto di rilievo tra i libri religiosi del XVII Secolo.
Ma la sua opera omnia resta la Cautio Criminalis, seu de processibus contra sagas, indagine dettagliata dei processi per stregoneria basata sulla sua esperienza personale come confessore di donne ristrette con l’accusa di stregoneria.
Il libro fu stampato in latino nel 1631 a Rinteln in forma apparentemente anonima, come si evince dall’immagine a corredo.Spee, pur non sostenendo l’abolizione dei processi per stregoneria, descrisse puntualmente gli abusi che si verificavano durante lo svolgimento, ed in modo particolarmente lucido e sarcastico quelli che toccavano la sfera delle indagini, delle verifiche e delle torture a sfondo sessuale, contestando la validità delle confessioni rese sotto tortura perché, affermò “Sotto tortura si finisce per dire e ammettere qualsiasi cosa, pur di farla cessare” ed ammise di non sapere come si sarebbe comportato egli stesso ove fosse stato sottoposto a intollerabili sofferenze.
Suggerì, sottilmente, come la tortura, proprio inducendo ad affermare anche il falso e ad accusare innocenti pur di farla cessare, fosse essa stessa colpevole ed inceppasse la stessa giustizia.
Descrisse con asciutta efficacia la crudeltà di magistrati inquirenti, specialmente se sacerdoti, la pruderie dei riti preliminari alla tortura, della rasatura delle imputate, dell’ossessiva ricerca, specialmente nelle pudenda, di marchi, cicatrici e deformità da interpretare come opera demoniaca.
Si fece addirittura promotore dell’introduzione del concetto di responsabilità dei giudici per eventuali danni causati dalle sentenze ingiuste. Concetto che la casta giudicante ancora oggi fatica a recepire.
Tra i Gesuiti, da sempre in contrasto con Francescani e Domenicani considerati poco più che degli zotici, il trattato, la cui lettura convinse ad abolire i roghi in alcune località, fu accolto con favore.
La Cautio Criminalis ebbe il pregio di far riflettere su questioni, all’epoca, affatto indifferenti, prima fra tutte la condanna dietro ammissioni estorte con la tortura.
Sostenne il principio della presunzione di innocenza e suggerì come le messe in scena pubbliche dell’orrore arrecassero un notevole danno all’immagine della stessa autorità pubblica che li promuoveva.
Propugnò inoltre un serio diritto alla difesa, tanto più importante quanto più grave erano i capi d’imputazione e, “poiché la tortura non produce verità”, dal momento che coloro che propose di considerare come ininfluenti le chiamate di correità in quanto “o la persona torturata è innocente, nel qual caso non ha complici, o è davvero in combutta con il diavolo, nel qual caso le sue denunce non possono essere degne di fede.”
La chiamata di correità possedeva secondo il Gesuita un devastante effetto domino: “Molte persone che incitano con veemenza l’Inquisizione contro gli stregoni nelle loro città e nei loro villaggi, non sono affatto consapevoli e non si accorgono né prevedono che una volta che hanno iniziato a chiedere la tortura, ogni persona torturata deve denunciarne molte altre. I processi continueranno, e alla fine le denunce raggiungeranno inevitabilmente loro e le loro famiglie, poiché, come ho avvertito sopra, e non si metterà fine ai processi finché non saranno tutti bruciati.”
Intendiamoci, Spee von Langenfeld era figlio del suo tempo, ed oltre ad essere preparato ad incontrare streghe, stregoni e seguaci del maligno era fermamente convinto dell’esistenza di malefici e commerci demoniaci.
Ma ebbe la geniale capacità di rendersi conto che come nessuna di quelle poverette fosse una strega ed ebbe il coraggio di denunciarlo pubbblicamente con uno scritto che rischiò di megtterlo seriamente in pericolo, esponendolo a propria volta alla possibilità di essere incriminato per eresia, commerci demoniaci ed una sfilza di altri reati
In tal senso la Cautio Criminalis redatto con logica e razionalità costituisce è un atto di amore per il prossimo e per la verità, quell’amore che la cultura cattolica sbandiera a chiacchiere per ogni dove ma che alla prova dei fatti lascia molto a desiderare.
Nella Cautio Criminalis rivive la terribile Germania del XVII Secolo, devastata e lacerata in un vortice di anarchia e violenza, fame e pestilenze, dalle guerre politiche e religiose che avrebbero annientato ben due terzi della popolazione.
Purtroppo oggi voci come quella di “von Spee” non se ne levano, da più parti anzi si esorta all’accensione di nuovi roghi.

Alberto Cazzoli Steiner


NOTE
1 – Spesso indicato erroneamente come Friedrich von Spee
2 – Quatrociacoe, mensile di cultura e tradizioni Venete, quatrociacoe.it
Bibliografia
An.: Friedrich Von Spee – Catholic Encyclopedia, Encyclopedia Press, 1913.
Leonello Vincenti: Friedrich von Spee – Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1936.
Pamela Reilly: Friedrich von Spee’s Belief in Witchcraft: Some Deductions from the Cautio Criminalis – Modern Language Review, Jan 1959
Anna Foa: Friedrich von Spee, i processi contro le streghe – Salerno Editrice, 2004.
Brian P. Levack: The Oxford Handbook of Witchcraft, in Early Modern Europe and Colonial America – Oxford University Press, 2013