Belisama: la Yoni del Lambro ed altre divagazioni

Febbraio, mese adatto per parlare di Belisama poiché il giorno della sua celebrazione è il 2, noto come la Candelora, antichissima ricorrenza pagana della quale, tanto per cambiare la chiesa cattolica si è appropriata trasformandola nel rito della benedizione delle candele.
Alla dea, nota anche come Brigit e venerata presso i Celti, e conseguentemente presso Britanni e Galli, era consacrato il biancospino, con un ramo del quale avrebbe indicato al Gallo Belloveso il luogo dove edificare la città di Milano.
E quindi parlerò della dea nella sua accezione milanese e lombarda, in un viaggio, anzi una gita fuori porta, che sulle tracce della dea ci condurrà verso nord, da piazza del Duomo sino alla sorgente del fiume Lambro, posta fra i due rami del Lario e in vista della Bellagio di Die Toteninsel.
Chi legge non si aspetti un saggio sull’argomento, la rievocazione di improbabili rituali o ancora più improbabili invocazioni alla Dea redatte in pseudo-milanese: nella consapevolezza che tout se tient, a queste righe ho affidato sensazioni, ricordi di viaggi, letture, richiamo ad antichi toponimi e ad echi di riti ancestrali come quello di fecondazione della Terra preservato grazie all’opera di Marina Abramovič.Milano: Bonvesin de la Riva
Per molti milanesi Bonvesin de la Riva è solo una viuzza in Porta Vittoria – già Tosa poiché vi fu effigiata la moglie del Barbarossa intenta a depilarsi il pube1 – dove dal 1977 ebbe sede il ristorante di Gualtiero Marchesi, uomo geniale che, nell’epilogo di quegli anni “formidabili”, seppe riunire in sala, attorno al raviolo aperto e ad altre costose amenità, tutta la pletora dei parvenus2 di seconda ondata, ideali fratelli minori di coloro che si arricchirono nei due decenni precedenti. Tratti comuni: cultura zero, stile lasciamo stare, tendenza politica sinistra intellettuale.
Nota di Redazione: quelli di destra a Marchesi preferivano di gran lunga le osterie di campagna, fottendosene sia del Gambero Rosso sia di sembrare poveri.
In cucina, nobilitata dal 2014 in Accademia per Cuochi Compositori, Marchesi riunì invece uno stuolo di allievi destinati a diventare più o meno famosi: Berton, Cracco, Crippa, Lopriore, Oldani per dirne alcuni citati rigorosamente in ordine alfabetico poiché, se fossero in ordine sparso e dovessero leggere questo scritto, il loro ego ne uscirebbe affranto e darebbe di matto.
E così, mentre Roma ebbe i ragazzi di via Panisperna, Milano ebbe quelli di via Bonvesin de la Riva.
Del resto a Milano si fattura e, come avrebbe detto Guido Nicheli, il commercialista dei cinepanettoni: “Uè Ciccetti, non è che siam qui a pettinare le bambole!”
Per concludere la premessa: alcuni avventori del Gualtiero, incuriositi dallo strano toponimo, vollero approfondire. E scoprirono che Bonvesin de la Riva, vissuto tra il 1240 ed il 1315, fu scrittore e poeta e che la sua opera omnia fu De magnalibus urbis Mediolani, trattato scritto in latino nel 1288 al fine di glorificare i Visconti, allora signori di Milano.
Ma ignorando il latino fraintesero il titolo che, invece di Della grandezza della città di Milano, ritennero significasse A Milano se magna. E fu così che molti divennero socialisti. Ok lo so: la battuta è degna di quel cocomero di Grillo.
Bonvesin de la Riva ebbe l’indiscusso merito di aver stilato la prima descrizione idrografica di Milano, città ricchissima d’acqua poiché si trova lungo la cosiddetta linea dei fontanili, quella porzione di sottosuolo lombardo corrispondente all’incontro di strati geologici a differente permeabilità, stato che permette alle acque profonde di riaffiorare in superficie.
La falda, in città e nell’immediato circondario, è rinvenibile a pochi metri di soggiacenza3, e fu anche grazie a tale particolarità che i monaci Cistercensi alla fine del XII Secolo, e gli Umiliati in quello successivo, poterono avviare la coltivazione a marcita, o prato marcitorio, tecnica colturale un tempo caratteristica proprio della pianura a sud di Milano e che consiste nell’utilizzare l’acqua di risorgiva, captata e indotta alla risalita da appositi tubi impiantati nel terreno. Essa sgorga generalmente per tutto l’anno a temperatura costante 9°C<x<14°C (rispettivamente in inverno ed in estate) e viene mantenuta in continuo movimento dal lieve declivio del terreno. Declivio che impedisce al suolo di ghiacciare nella stagione invernale, favorendo lo sviluppo della vegetazione e rendendo in tal modo possibile effettuare annualmente fino a nove tagli di foraggio contro i quattro o al massimo cinque consentiti, nella migliore delle ipotesi, dal prato cosiddetto stabile.
La disponibilità di abbondante foraggio consentì lo sviluppo dell’allevamento bovino ed il paesaggio venne segnato da innumerevoli opere di ingegneria idraulica, spesso veri capolavori, che attraverso l’irregimentazione delle acque non solo resero fertili campagne originariamente acquitrinose, ma bonificarono quelle paludi che, occupando buona parte della pianura lombarda, la rendevano assolutamente insalubre.
Venne quindi realizzata una fittissima rete irrigua costituita da fossi, rogge, canali, alcuni secoli più tardi completata con la realizzazione dei Navigli, ed anche l’edilizia rurale venne caratterizzata dall’edificazione delle grange, aziende agricole di notevole estensione il cui fulcro era costituito dalla tipica cascina lombarda a corte chiusa, non di rado fortificata, che al suo interno riuniva tutte le funzioni della vita sociale, produttiva e persino religiosa.
Oggi, nell’area ricompresa nel Parco Agricolo Sud Milano, sopravvivono rare testimonianze di questa tecnica, ormai destinate ad un uso prevalentemente museale e didattico.
Va da sè che per Milano, città oltretutto antisismica per eccellenza proprio perché galleggia su un fondo di acqua, l’elemento liquido riveste da sempre un’importanza fondamentale e ne ha segnato storia, tecnica, costumi e persino credenze religiose.
Il nemus scomparso e la chiesa che non è mai esistita
I Celti, intorno al 600 a.C., furono i primi abitanti di un villaggio che chiamarono Medhelan.
Ad oggi dovrebbero esistere in Europa non meno di un centinaio di Medhelan, o Mediolanum, non ancora adeguatamente censiti, e sembra che il nostro originario insediamento coincidesse con un bosco dov’era situato uno stagno utilizzato per finalità rituali, situato a Nord-Ovest dell’odierno Parco Sempione grosso modo in coincidenza con l’area retrostante a quella che oggi è la chiesa del Corpus Domini, costituita da un corpo al piano di campagna, in uso da Pasqua ad Ognissanti, e da uno ipogeo in uso durante la stagione invernale. La chiesa stessa è caratterizzata non tanto da talune particolarità estetiche ed energetiche delle quali ho scritto in altre occasioni, quanto da una menzogna circa la sua effettiva datazione che cercherò di spiegare sinteticamente: a Milano, la presenza dei Carmelitani è certificata a partire dal 1611 ed è noto che si prodigarono durante la peste del 1629-1633, quella “manzoniana”. Nel 1901 Padre Beccaro adatta a chiesa uno dei padiglioni residui delle Esposizioni Riunite, manifestazione fieristica tenutasi al Parco Sempione dal 6 aprile al 6 novembre 1894, e da quel primitivo fabbricato in legno sarebbe nato il complesso monumentale della basilica del Corpus Domini con tutte le opere annesse: convento, tipografia, istituto assistenziale.
Ma è sufficiente fare un salto alla Civica Raccolta Bertarelli per appurare che non è così: già nel Catasto Teresiano risulta esservi un edificio religioso sull’area occupata dall’attuale complesso, e persino Massimo Centini (sulla cui accuratezza non sussistono dubbi) ne accenna nel suo I luoghi dei Templari edito nel 2011 da Xenia. L’edificio è infine presente, pur se non ne viene specificata la funzione, nella Carta di Milano 1880 edita da Vallardi in scala 1:24.000.Detto in altri termini: la chiesa nasce nella seconda metà dell’Ottocento sul sedime di un edificio religioso risalente all’XI Secolo e si compone di un complesso al piano di campagna e di una basilica ipogea, tuttora esistente e fruibile dal 1° novembre ad aprile. La ragione è che riscaldare la vasta basilica superiore rappresenta un costo enorme, mentre quella inferiore, dal soffitto insolitamente basso per una chiesa cittadina, può essere riscaldata a costi accettabili. Perché questa menzogna originaria sull’origine dell’edificio, sorto come detto sulla pre-esistenza di un nemus4 celtico? Diciamo che è una bizzarria e fermiamoci qui.
La zona, detta Isola Botta e della quale l’ultima traccia si ha nella mappa “Mailand, F.A. Brockhaus Geogr.-Artist Anstalt, Liepzig 1894”, era costituita fino alla fine del XIX Secolo da rogge e canali che ne facevano una serie di isole di terraferma sulle quali insistevano edifici ultrapopolari, con servizi igienici praticamente inesistenti e resi malsani a causa delle notevoli risalite di umidità dal sottosuolo.
Venne riqualificata nel 1895 grazie a Virgilio Savini, già proprietario da una dozzina d’anni dell’omonimo lussuoso ristorante, tuttora in attività, nella centralissima Galleria Vittorio Emanuele II5.
L’elaborazione dell’estratto di mappa sovrastante, risalente alla seconda metà dell’800 e proveniente dalla raccolta dell’ingegnere Giorgio Stagni, rende un’idea del sito, il cui centro corrispondeva all’odierno asse Piazza dei Volontari (con parcheggio sotterraneo) – via Abbondio Sangiorgio mentre l’estensione era grosso modo ricompresa fra le attuali vie Pagano e Canova, e corso Sempione.
E così oggi abbiamo quel che resta di un’area risanata, ed una chiesa edificata addirittura nei primi anni del ‘900, fra le cui decorazioni si segnalano spighe, croci celtiche, svastiche.Belisama, la Dea protettrice di Milano
Appurato come Milano galleggi sull’acqua dalla quale è benedetta e nutrita, e rammentando quanta importanza assuma tale elemento in ogni questione energetica, fisica, esoterica, alchemica, cito una leggenda che da tempo immemore ritrovo, puntualmente, in ogni saggio sull’esoterismo in salsa ambrosiana.
In essa si afferma che nei sotterranei del Duomo esisterebbe ancora oggi un lago segreto protetto da un cerchio di colonne recanti incisioni magiche, al centro del quale campeggerebbe una statua della dea celtica Belisama mentre allatta il figlio.
Naturalmente sotto il Duomo non c’è nessun lago bensì acqua di falda la cui presenza, se non ha richiesto particolari accorgimenti a cavallo fra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, in sede di realizzazione della linea 1 rossa della metropolitana che corre mediamente a otto metri di profondità, ha comportato un notevole impegno progettuale e cantieristico a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 durante la costruzione della linea 3, gialla.
Questa, nella tratta centrale fra Repubblica e Crocetta realizzata in due canne sovrapposte a binario unico, si sviluppa a notevole profondità, il cui picco inferiore, -26,7 metri misurato in corrispondenza della stazione Duomo, è costituito proprio dalla canna in direzione San Donato, interamente immersa nell’acqua di falda e per tale ragione rivestita da una guaina tubolare in PVC di particolare consistenza e spessore.
I resti archeologici oggi visibili, dietro ad apposite vetrate protettive, dal mezzanino della stazione Duomo della linea 1, in gran parte rinvenuti proprio durante lo scavo per la metropolitana, rischiarono di scomparire per sempre senza poter essere mai apprezzati, in ragione di una “corrente di pensiero” che fece affermare ad alcuni tecnici della Metropolitana SpA, concordi con alcuni politici locali che: “Siamo a Milano, mica a Roma dove i cantieri si fermano ogni volta che trœuvenn trii ossitt e quatter sass6.”
Fortunatamente, ed anche questa sembra sia leggenda, ma niente affatto inverosimile, un ingegnere della Metropolitana – la cui sede in via del Vecchio Politecnico è stretta fra il Centro Svizzero di via Palestro ed il Palazzo dei Giornali di piazza Cavour – passò clandestinamente una busta contenente alcune foto scattate di sfroso, di non eccelsa qualità ma sufficienti a creare il caso, a Nino Nutrizio, direttore de La Notte, popolarissimo quotidiano del pomeriggio. La Notte uscì in esclusiva e gli altri quotidiani ripresero la notizia, in breve diffusa a livello nazionale.
Che si tratti di una leggenda lo dimostra l’immagine sottostante: anche se la politica può tutto, sarebbe stato ben difficile occultare tanto ritrovamento.Sotto al Duomo, in realtà, ci sono i resti della basilica paleocristiana dedicata a santa Tecla, sorta sulle vestigia del tempio romano consacrato a Minerva, a sua volta edificato sul sedime di un tempio celtico votato alla dea Belisama
La notizia che, puntualmente, si ritrova nella maggior parte delle descrizioni riferisce di come la dea celtica, di volta in volta raffigurata mediante statua, dipinto, bassorilievo, fosse rappresentata come Dea Madre nell’atto di generare il Sole, vale a dire tra quell’Acqua e quel Fuoco che, uniti, costituiscono la Pietra Filosofale degli Alchimisti.
Poiché non resta traccia di dipinti, statue o bassorilievi mi sono sempre chiesto, ed ho chiesto allorché mi si è presentata l’occasione nel corso di convegni, presentazione di libri o conferenze, su quale base si fondasse l’affermazione. Ho ottenuto risposte vaghe, autocitazioni, citazioni di citazioni, e molto fastidio per il mio ardire nel commettere il crimine di lesa maestà. Fatto degno di menzione, anche se non stupisce: non solo dal documentato studioso o dalla gentile ricercatrice onusti di gloria per avere scritto sei volte lo stesso libro con titoli diversi, ma anche e soprattutto da certi astanti, immediatamente riunitisi in claque e pronti ad ergersi come pretoriani in difesa del “loro” studioso, del “loro” guru.
Purtroppo in quelle circostanze si trascende e, pur non traslando fisicamente altrove, gli astanti divennero immediatamente andanti, in quanto fui io a mandarveli. Transit, come dicevano alla Ford, anche se siffatti episodi, purtroppo niente affatto infrequenti, gratificano solo l’ego, ed il fatturato, di certi studiosi ma non fanno assolutamente bene nè alla verità storica nè alla crescita interiore di chi si occupa di certi argomenti, che dovrebbero averla invece come presupposto.
E mi riferisco specificatamente alla ricerca esoterica, segnatamente a quella alchemica e sciamanica, alle quali ci si dovrebbe accostare dopo, o quanto meno contestualmente, all’aver compiuto un percorso di conoscenza interiore.
Torniamo alla nostra Belisama, così nominata nella Gallia Cisalpina e che dalle profondità ambrosiane si contrappone idealmente ad altra dea, quella posta sulla sommità del Duomo, la Madonnina: l’una impersona il fuoco e la saggezza, l’acqua e la luna, l’altra il sole e la rinascita. In realtà la contrapposizione è solo teorica in quanto le due si completano vicendevolmente, possedendo entrambe un tratto comune costituito dalla maternità e costituendo i capi di una linea che passa attraverso Minerva, nella quale i Romani identificarono Belisama e che a propria volta verrà, in epoca cristiana, sostituita dalla Madonna, oggi simbolo della città come anticamente lo fu la dea celtica.
Belisama ed il suo compagno Belanu
Belisama (epigraficamente Bηλησαμα) nei suoi svariati teonimi Belasama, Belesama, Belesana, Belisana, Belisma, Belisna, Breia, Briga, Brigh, Brigit, addirittura Brixia, toponimo originario della città di Brescia, viene citata ovunque ma solo raramente viene evidenziata come merita la figura del suo compagno, Belanu o Beleno, Belen, Bhel, Beil Mawr, dio protoceltico della luce e del sole, ed uno dei maggiori e più influenti tra quelli europei dell’antichità, da taluni studiosi accostato addirittura alla figura di Apollo.
Suoi emblemi sono il cinghiale, l’orso, il cavallo e la ruota9 ed il suo culto è attestato praticamente ovunque in Francia, in parte del Tirolo, nella Pianura Padana, nell’arco alpino e nell’Appennino Ligure-Emiliano. Iscrizioni che lo riguardano vennero rinvenute in Val di Susa, presso Oulx e Bardonecchia.
Dio sciamano, guaritore strettamente connesso ai poteri benefici e curativi del sole, è anche protettore di greggi e la celebrazione a lui dedicata è Beltane, o “Fuoco di Bel” che ha luogo il 1° maggio, riprendendo l’antica festa pagana gaelica. Infatti Bealtaine, nome del mese di maggio in irlandese, è anche tradizionalmente il primo giorno di primavera in Irlanda.
Qui non ne parlerò, per non uscire dal tema, se non per riferire come in suo onore si celebrassero riti collegati ai solstizi e sacrifici, anche umani, oltre che per una curiosa derivazione etimologica.
Numerose fonti riferiscono come la divina coppia fosse adorata anche dagli antichi Liguri, entrati in contatto, convivenza e commercio con le popolazioni celtiche insediatesi nella Pianura Padana.
Ma, secondo alcune teorizzazioni, si direbbe che il teonimo Belanu provenga dall’incontro con popoli del Medio Oriente, in particolare con i Fenici.
In accadico7 rinveniamo infatti Bel con il significato di Signore, che è anche il modo in cui i Fenici appellavano comunemente il dio babilonese Marduk8, e Innu che significa nostro: Bel-Innu è dunque, letteralmente, Signore nostro, che glottologicamente incrociato con bêl-bêlim assume il significato di Signore dei Signori e, attribuito ad una divinità fallica, sta ad indicare pene nel linguaggio popolare.
Esattamente come nel dialetto genovese belìn sta ad indicare l’organo sessuale maschile, assumendo nel tempo numerosi significati traslati: affermativo, beffardo, dispregiativo (rattaiêu da belin, in riferimento ad una donna decisamente non casta [rattaiêu = trappola]), esortativo (desbelinate ‘n po, figiêu!, sveglia, datti una mossa, ragazzo!), ironico, iroso, risentito, sconsolato (a belin de can, alla cazzo di cane a signifcare una cosa mal fatta), solenne, stupito ed innumerevoli altri.
Il sostantivo è tuttora più che mai in uso nella parlata ligure tipica, oltre che della Liguria, nella bassa Lunigiana, in Sardegna a Carloforte e Calasetta dove sopravvive un dialetto di antica origine genovese, e in Francia, da Menton a Nizza, più raramente in Corsica.
Curiose, infine, le forme eufemistiche belandi e belan, derivate da bel’àngiou, bell’angelo10.
Per quanto mi risulta, infine, Fabrizio De Andrè evocò il belìn una sola volta, nella canzone Sinàn Capudàn Pascià, in una metafora della sfortuna: “A sfurtûn-a a l’è ‘n belin ch’ù xeua ‘ngìu au cû ciû vixín”, la sfortuna è un ‘uccello’ che vola intorno al culo più vicino, mentre il termine costituisce il titolo di una canzone contenuta nell’album Paganini dei Buio Pesto.
Milano, fra Terra e Acqua, dove avviene l’Alchimia nel segno di Belanu
Ed oltre che nelle profondità del Duomo, tra i luoghi sacri dove a Milano si afferma che avvenga l’alchimia dell’incontro tra le forze della Terra e dell’Acqua, uno era dedicato proprio a Belanu: oggi è la chiesa di San Calimero, nell’omonima via a poche decine di metri dall’intersezione dell’asse del Naviglio coperto Santa Sofia – Francesco Sforza con il corso di Porta Romana.
Venne edificata nel V Secolo sul sedime di un tempio univocamente attribuito al culto di Belanu.
Il sito del Comune di Milano dedicato al turismo recita testualmente: “La chiesa di San Calimero si presenta elegante nelle linee e sobria nell’insieme. Sull’edificio gli architetti intervennero a più riprese, oggi ammiriamo soprattutto il risultato della maggiore trasformazione avvenuta alla fine del XIX secolo, operata dall’architetto Angelo Colla, e che aveva come obiettivo il ripristino dell’originaria purezza romanica.”
Posto che sul concetto di “ammiriamo” si potrebbe discutere per ore, su quello di purezza romanica ci si potrebbe riferire alla purezza della Venezia ricostruita a Las Vegas… In realtà Angelo Colla, nel 1882, allo scopo di riportare l’edificio a presunte forme medioevali originarie ci diede dentro di mazzetta e piccone, demolendo le attinenze barocche e ricostruendo tutto il ricostruibile in stile neoromanico, facciata compresa, sormontata da tre curiosi pinnacoli e preceduta da un protiro, dipinto con la volta stellata e l’immagine di san Calimero che osserva dalla lunetta posta sopra il portone d’ingresso.
L’interno appare oggi decorato in stile medievaleggiante con concessioni al gusto preraffaellita dell’epoca nei dipinti. Insomma, un tarocco.
Non dobbiamo però dimenticare che quella fu l’epoca delle edificazioni fantastiche in stile medioevale. Ne abbiamo esempi a Torino, dove in occasione dell’Esposizione Generale Italiana del 1884 l’architetto portoghese Alfredo d’Andrade progettò il caratteristico borgo medievale tuttora esistente nel Parco del Valentino, oppure a Grazzano Visconti in provincia di Piacenza, dove nel 1900 il conte milanese Giuseppe Visconti di Modrone volle ricreare intorno all’antico castello un originale centro artistico in veste medioevale.
La stessa Milano conta numerosi esempi, e ne cito uno dalle fattezze tanto inquietanti quanto intriganti: palazzo Berri-Meregalli, edificio storico in commistione stilistica gotico-romanica situato al civico 8 della via Cappuccini, nelle adiacenze di corso Venezia e di manzoniana memoria11, realizzato tra il 1911 e il 1913 dall’architetto Giulio Ulisse Arata.E non dimentichiamo la Stazione Centrale, inaugurata nel 1931 ed unico esempio mondiale di stile assiro-milanese …
Personalmente le trovo opere pregevolissime, in particolare quella torinese che riprende scorci di castelli piemontesi e valdostani medioevali realmente esistenti.
Tornando alla nostra chiesa, le venne fortunatamento risparmiato dall’intervento del Colla lo scempio della cripta cinquecentesca, dalla volta affrescata dai Fiammenghini e che conserva il sacello di Calimero, che fu vescovo dal 270 al 280 o, secondo una falsificazione medioevale, dal 138 al 19112.
Il riferimento al dio Belanu deriva dall’infaticabile attività di Calimero come acerrimo persecutore della religione pagana e fautore del battesimo coatto dei non cristiani che, ad un certo punto, gli valse l’essere trafitto con una lancia. Come contrappasso per la sua attività di battezzatore seriale venne infine gettato nel pozzo sito in quella che i pagani ritenevano l’area sacra al dio celtico, ed in quel tempo al dio Apollo al quale probabilmente Calimero venne offerto, e sulla quale alcuni secoli dopo i cristiani si affrettarono ad edificare una chiesa dichiarando l’acqua miracolosa.
Non si trattò del linciaggio operato da parte di fanatici, bensì dell’esecuzione della condanna a morte comminatagli dall’imperatore Adriano per avere leso gli interessi e la pazienza, nel perseguitare i nemici del cristianesimo, di personaggi influenti legati alla corte imperiale.
Insomma, un fanatico rompipalle in un’epoca in cui, mancando l’ammortizzante sfogatoio costituito dai social, non si andava per il sottile.
Ritroviamo l’architetto Angelo Colla e le sue nefandezze gotico-romaniche anche in un’altra chiesa milanese attinente al nostro tema: San Giovanni in Conca, risalente al V Secolo e la cui denominazione originaria paleocristiana era basilica evangeliorum, ma detta “in Conca” poiché sorgeva su una depressione acquitrinosa.Nel 1949 la facciata venne smontata e trasferita in via Francesco Sforza, dove si trova tuttora, e l’edificio venne demolito nel 1951.
Ne restano oggi l’abside e la cripta, ottimamente conservata ed unico esempio cittadino di romanico originario. Scavi archeologici effettuati nel 1881 permisero l’individuazione di un mitreo e, successivamente, di alcuni reperti riconducibili a riti celtici.Sui pilastri della cripta, che scandiscono sette minuscole navate, alcuni bassorilievi raffigurano il cosiddetto Sole delle Alpi, chiamato anche rosa dei venti, uno dei simboli celtici solari più importanti.
In viaggio verso Nord: Santa Maria ad Fontem
Ed ora ci spostiamo verso Nord, iniziando il nostro viaggio fuori porta che, attraversata a volo d’uccello la Brianza, ci condurrà alla sorgente del fiume Lambro.
Da una pietra di origine pre-romana, incastonata a due metri e venti centimetri nel sottosuolo e recante undici incisioni, sgorga una fonte da sempre ritenuta miracolosa per la cura di artrite ed osteoporosi.
Intorno alla pietra, anche in questo caso nel V Secolo venne edificata la chiesa di Santa Maria ad Fontem, che si trova fuori l’antica Porta Comasina poco discosta dalla via dei Giovi, l’ex-Strada Statale 35.Relativamente all’edificio ed alle sue particolarità scrissi il 4 dicembre 2016 l’articolo Milano, non solo una chiesa sulla fonte miracolosa.
Brianza, figlia della dea Brigid
La Brianza, che ironicamente amo definire O.B., Operosa Brianza, è quell’area geografica lombarda il cui nome deriva dal celtico Brig, che sta a significare colle o altura e che ancora oggi è in uso nella forma bricch, “son’t anáa a finìi in mezz ai bricch”, sono andato a finire in mezzo ai bricchi, per dire che mi sono perso nelle montagne, nelle campagne, chissà dove, tra i selvaggi.
I suoi confini sono comunemente identificati a Nord con le colline prealpine sottostanti il Lario, dov’è per l’appunto situata la sorgente del Lambro, a Est con il fiume Adda, a Sud con il canale Villoresi, ma più spesso con il comune di Milano, a Ovest con il fiume Seveso.
Non è un’istituzione territoriale, ma il senso identitario e di appartenenza sono particolarmente sentiti tra i suoi abitanti, anche in ragione del fatto che le diverse località briantee presentano numerosi tratti comuni che le differenziano per ragioni culturali, demografiche, economiche, linguistiche e sociali, dal resto delle quattro province cui amministrativamente appartengono: Monza, Milano, Como, Lecco.
La Brianza assume il toponimo dalla dea Brigid, il cui nome Brigit-Belisama viene comunemente tradotto in La Brillante piuttosto che L’Elevata, ma anche in Freccia Ardente, o Infuocata (Breo-saighead) o La Luminosa. In particolare Belisama deriva il nome proprio dalla radice Bel che indica la luce.
Abbiamo quindi Brigh, altura, e Bel, luce a comporre il teonimo nelle sue svariate declinazioni, compresi Brigid, che significa colei che esalta se stessa, e Brigantia, ritenuta addirittura la personificazione della Gran-Bretagna.
Sia in Britannia sia nella Gallia Cisalpina Brigid-Briga-Belisama era la Dea protettrice del fuoco sacro e della fiamma perenne, oltre che di pozzi e sorgenti, delle arti e dell’artigianato, dei combattenti e della guarigione attuata mediante l’energia attinta dal fuoco, la cui radice “breo” attiene tipicamente al fuoco della fucina.
Rispettivamente in Inghilterra, nel Galles e in Irlanda sono presenti tre fiumi chiamati con il nome della dea: Brent, Braint e Brigit.
Considerati sacri alla dea erano la ruota del filatoio, lo specchio e la coppa: la prima è da intendere come centro del cosmo, del volgere delle stagioni ed infine dello strumento (il filatoio) sul quale si snoda il filo della vita umana.
Lo specchio, strumento divinatorio per eccellenza, è immagine e portale per l’accesso al Mondo Altro, il cui accesso è riservato a pochi iniziati. Troppo note per parlarne qui sono l’attinenza e la simbologia da molti rilevate in Alice nel paese delle meraviglie, il romanzo fantastico pubblicato nel 1865 dal matematico e scrittore britannico Charles Lutwidge Dodgson sotto lo pseudonimo di Lewis Carroll.
La coppa, infine, è il grembo delIa Dea, della Madre, spesso identificata con il Sacro Graal e dalla quale tutto nasce.
I suoi animali totemici sono la mucca e la pecora, ma soprattutto il gallo, simbolo di un nuovo inizio, il serpente per la sua sapienza e la capacità di rigenerazione, ed il drago, emblema della terra e delle forze che da lei si sprigionano.
Nella mitologia irlandese è moglie di Bres e la Dama del Lago delle leggende arturiane potrebbe essere ispirata a lei.
Successivamente all’evangelizzazione dei celti divenne santa Brigida d’Irlanda, indicata come la nutrice di Gesù e venne sovente accostata alla Madonna in quanto similmente vergine e madre.
Oltre alla Brianza ritroviamo, soprattutto al Nord storicamente abitato da popolazioni celtiche per un lungo periodo di tempo, molti paesi, cittadine e monti ai quali sono stati attribuiti toponimi collegati al nome della dea. Ciò dimostra quanto il suo culto fosse molto forte, sentito e diffuso.
Abbiamo Bergamo, Breia, Brixia (l’antica Brescia) e Briga, che deriverebbe dal gallico Briva, ponte, ma anche altura nella forma Bricha risalente al XIII Secolo, originato dal celtico Bhr̥ĝhā dal qule derivano Bherĝh, alto, e conseguentemente il tedesco Berg, montagna.
Briga, posta all’imbocco settentrionale del tunnel ferroviario del Sempione, lungo 19.800 metri ed aperto all’esercizio nel 1906, possiede come vedremo delle particolarità che ne giustificano una breve digressione.
Circa le origini della città, il sito del comune recita testualmente:
“Die Stadt Brig liegt im Herzen der Walliser Alpen. Wann und wie sie entstanden ist, weiss man bis heute nicht. Unweit von Brig entfernt, in Gamsen, haben Archäologen ein Dorf freigelegt, das zwischen 650 v. Chr. bis 500 n. Chr. bewohnt war. Aus der Römerzeit ist der erste Bau einer Strasse über den Simplon bekannt. Der gallische Name ‘Briva’ (Brig) für ‘Brücke’ wird 1215 erstmals urkundlich erwähnt.”
Traduzione: La città di Briga si trova nel cuore delle Alpi vallesane. Ancora oggi non si sa quando e come sorse. Non lontano da Brig, a Gamsen (oggi quartiere cittadino – NdA), gli archeologi scoprirono un villaggio che ritengono abitato tra il 650 a.C. ed il 500 d.C. Dall’epoca romana è nota La prima realizzazione di una strada sul Sempione. Il nome gallico “briva” (Brig) per “ponte” è menzionato per la prima volta in un documento risalente al 1215.La sorgente del fiume Lambro
Ed eccoci a Magreglio, alla sorgente del fiume Lambro, principale fiume della Brianza che nasce proprio nel cuore del Triangolo Lariano, a quota 944 metri nei pressi del Pian Rancio, dove, se non fosse per una targa metallica opportunamente apposta, si stenta ad individuarlo poiché è poco più di un esile filo d’acqua che sgorga tra due lastroni rocciosi inclinati.La sua sorgente viene indicata con il nome dialettale di Menaresta, vai-rimani, che rispecchia la sua caratteristica più curiosa: ad una portata volumetrica apparentemente continua corrisponde, in realtà, un flusso intermittente, a tratti modesto ed a tratti soggetto a picchi di notevole incremento.
La ragione è dovuta alla combinazione fra la natura carbonatica delle rocce, soggette a fenomeni carsici ed alla presenza di una faglia, vale a dire una frattura nella formazione rocciosa, che trattengono accumulandola l’acqua nel sottosuolo.
Questa ed altre caratteristiche geomorfologiche comportano che il sito, in un’area classata 4 (il livello più basso relativamente al rischio sismico) sia classato al più elevato 2.Nonostante l’antropizzazione del contesto territoriale abbia comportato seri danni all’ecosistema, la sorgente ed il primo tratto del fiume si presentano ben conservati: lo testimonia la presenza di una particolare fauna bentonica, comunità di minuscoli organismi invertebrati che vivono sul fondo dei torrenti, e tra questa larve acquatiche di insetti quali Chironomidae (comprendente, ahinoi, anche le zanzare), Stratiomydae, Syrphidae, Trichoptera Kirby e Odonati (libellule) particolarmente adatte agli ambienti di acque correnti e pulite non intaccate da inquinanti.
La sorgente si trova all’interno di un bosco formato prevalentemente da abeti rossi e larici non autoctoni ma introdotti artificialmente negli ’50 e ’60 del XX Secolo in occasione di estesi rimboschimenti, e che hanno provocato l’acidificazione del suolo.
Le conifere sono accompagnate da latifoglie residue, soprattutto aceri con un sottobosco punteggiato dall’onnipresente tarassaco e all’Anemone dei boschi che, durante il mese di marzo, ricopre letteralmente il terreno di fiori bianchi donando un tocco magico ad un ambiente di per sè piuttosto suggestivo.
Le risorse floreali utilizzate nella medicina popolare
Da segnalare la presenza dell’Helleborus Niger, noto come Rosa di Natale, pianta estremamente velenosa ed in passato associata all’attività delle streghe. Poiché, come buona parte delle ranuncolacee, contiene elleborina e altri alcaloidi tossici può provocare vomito e diarrea e, contenendo glicosidi cardiaci, anche l’arresto cardiaco in pochi minuti13.
Poiché il veleno può essere assorbito attraverso la pelle, con alcune parti della pianta la medicina popolare preparava impiastri da applicare sul corpo, in corrispondenza delle reni per facilitare il rilascio dell’urina in caso di blocchi, sulla pancia per ottenere un effetto purgante, sul cuore per regolare la frequenza cardiaca. L’elleboro veniva inoltre utilizzato per trattare emicranie e disturbi psichici.
Significativa la presenza delle primule, caratteristiche per la precocità della fioritura, che avviene subito dopo la scomparsa della neve quando i prati iniziano a ricoprirsi di erba.
Con i rizomi raccolti da settembre a novembre ancora oggi si preparano infusi, decottio e sciroppi che possiedono proprietà diuretiche, espettoranti e vantano un’azione antiemetica, tonica del sistema nervoso, antireumatica e antidiarroica.
Il decotto di foglie raccolte da aprile a giugno, applicato esternamente, ha proprietà antireumetiche, antiartritiche e curative della gotta, mentre infusi e sciroppi ottenuti con i fiori raccolti da aprile a giugno, appena sbocciati e seccati all’ombra, hanno effetti sudoriferi, calmanti, anticonvulsivi, antinevralgici e in grado di calmare la tosse. Le foglie giovani, infine, consumate fresche, crude o cotte, hanno un’azione depurativa.
Da non dimenticare la presenza dell’Hepatica nobilis, o erba trinità, altra ranuncolacea che contiene anemonina, epatotrilobina e saponina ed utilizzata tipicamente nelle valli alpine per attenuare crampi e spasmi muscolari, per rilassare, come antinevralgico, diuretico e sedativo.
Si usano le foglie, raccolte in primavera, e la pianta, oltre ad essere marcatamente rubefacente, vale a dire in grado di causare un richiamo di sangue negli strati più superficiali della pelle causando rossore, contiene protoanemonina e varie saponine che la rendono altamente tossica.Tra la fauna, menzione speciale per il Nibbio
I mammiferi sono tuttora rappresentati, in particolare, da volpi, faine e rari caprioli, e l’avifauna principalmente dal nibbio bruno, grosso rapace scuro caratteristico per il suo volo planato diurno e per le dimensioni: l’apertura alare può raggiungere i 150 cm.
È assente in inverno, in quanto migratore che trascorre l’inverno nell’area subsahariana etiopica, arriva a partire dalla seconda metà di febbraio. Oltre che di carogne e rifiuti, si nutre di prede vive, e tra queste prevalentemente di pesci, che cattura immergendo gli artigli appena sotto il pelo dell’acqua. Per questa ragione è diffusissimo nel territorio Lariano, adattandosi all’ambiente antropizzato, tanto da foderare il nido con sacchetti di carta e plastica, o altro materiale soffice prelevato dalle discariche.
È talmente caratteristico del Lario che cito nuovamente il Manzoni: nei Promessi Sposi diede il nome di Nibbio ad uno dei due bravi di maggior fiducia di Don Rodrigo. L’altro era il Griso.
Presenti anche sparvieri, rare aquile, falchi e poiane, il picchio rosso maggiore e il picchio muratore.Il Büs di Pegur
Nelle vicinanze della sorgente, sul fianco sinistro del vallone, si apre una piccola grotta detta Büs di Pegur, Buco delle Pecore, detto anche Böcc, formatasi in seguito a fenomeni di carsismo ed il cui accesso, situato alla base di un modesto affioramento roccioso modellato dai ghiacciai in modo tale da assumere l’aspetto di una roccia montonata, conduce a due ambienti in cui si possono osservare concrezioni e stalattiti.
All’interno è presente una spaccatura che forma una Yoni naturale che dà accesso ad una minuscola grotta, in passato sicuramente sede di riti magico religiosi.Il Büs di Pegur, che si sviluppa complessivamente per 74 metri con un dislivello superiore di 8 metri ed uno negativo di 0, è censito al numero FSLo LOCO2052 del Catasto Speleologico Lombardo.
Massi erratici e raffigurazioni devozionali
A pochi metri dalla sorgente Menaresta vi è inoltre un grosso trovante (masso errante, spesso definito masso delle streghe) di roccia granitoide, di forma allungata, rivestito da una patina di muschi e licheni, sul quale sono evidenti incisioni preistoriche o protostoriche di chiara origine umana: alcune coppelle sparse irregolarmente, e tra queste una in posizione sommitale, ed un segno rettilineo esteso per 27 centimetri lungo la linea di massima pendenza del masso.
Opportune osservazioni hanno evidenziato come i grafismi delle coppelle siano orientati verso Orione. Evidente il riferimento a Belisama, poiché Sirio è sempre stata ritenuta molto importante dalle antiche popolazioni degli Orobi e degli Insubri che popolarono la Brianza.
La presenza di coppelle e di altri semplici graffiti, tecnicamente definiti incisioni rupestri non figurative, è frequente nell’arco alpino ed in particolare, per limitarci all’ambito lariano, alla Spina Verde di Como, al Pian delle Noci in Valle Intelvi, nell’alto Lario sul dosso Rezzonico-Cremia e, complessivamente, nell’ampio scenario di presenze ed attività umane che propone caratteri simili sui due versanti delle Alpi.
La concentrazione e la tipologia delle incisioni, e la posizione della pietra incisa, fanno spesso ritenere che si tratti di massi utilizzati con funzione di altare. Infatti è molto probabile che questi segni abbiano assolto a funzioni specifiche legate a credenze religiose ed alla celebrazione di antichi riti. Tentativi di datazione concordano nel riferire le esecuzioni risalenti all’Età del Rame, IV Millennio a.C., all’Età del Bronzo, 3.500-1.200 a.C., e all’Età del Ferro, I Millennio, con il perdurare di certe ritualità sino all’avvento cristianesimo e, una volta che questo mostrò la sua vera natura egemone e predatoria, segretamente anche nei secoli successivi.
Un’altra caratteristica interessante, rilevata a livello mondiale e che ne conferma la natura sacra, è la prossimità al corso d’acqua e, limitatamente al Triangolo Lariano, la presenza ed altre emergenze rientrano nel loro complesso in un più ampio quadro di riferimento ad attività umane che mostrano caratteri simili sui due versanti delle Alpi.
Al limitare del Pian Rancio, sul bordo del ripido pendio digradante verso Bellagio, all’altitudine di 974 metri si trova un masso denominato Pietra Luna, oggi all’interno del parco di un ristorante.
Si tratta di un erratico di gneiss micaceo dalla forma tronco-piramidale, per effetto di migrazioni moreniche proveniente dall’Alta Valtellina, che deve il nome ad una mezzaluna incisa su un fianco, accompagnata dalla data 1763 e dall’acronimo PLDB che, secondo alcuni studiosi, significherebbe Pietra Luna Di Bellagio e, secondo altri, Pietra Luna Donarini Buttafava dal nome dei proprietari del terreno.
Il masso, curiosamente, è noto per essere stato al centro di numerose dispute di confine fra i terreni amministrati dalla Comunità di Bellagio ed i monaci dell’Abbazia di S. Ambrogio sita a Limonta di Civenna, che si fregiavano del titolo di Conti di Civenna Limonta e Campione.
Dal 1984 la pietra è dichiarata monumento naturale e, in tutto questo, non poteva mancare Satanasso: una leggenda locale afferma che il diavolo abbia appoggiato la mano sulla pietra, lasciandone impressa per sempre l’impronta.
Sempre nell’area di proprietà del ristorante insiste un altro masso erratico, detto Pietra Sole, così chiamato per la sua curiosa incisione, risalente forse alla fine del secolo XVIII.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Presso il Museo d’Arte Antica del Castello sforzesco è possibile ammirare un bassorilievo molto particolare, scolpito nella pietra e da molti definito osceno.
Rappresenta una giovane donna in raffigurazione eretta, frontale, a gambe divaricate, mentre con la mano destra solleva la veste e con la sinistra compie l’atto di depilarsi il pube con una lama.
Fino al 1848 il manufatto si trovava sulla porta, allora realmente esistente ed ora, nota come Vittoria, coincidente con piazza V Giornate, anticamente costituente l’ingresso orientale alla città di Milano. Fino al 1861 la porta era chiamata Tosa ed il toponimo pare dovuto proprio all’atto della “tosatura” raffigurato nel bassorilievo. Va inoltre detto che in milanese ragazza si dice tosa.
Il reperto risale al XII Secolo, quando la depilazione era una pena inflitta alle donne condannate per adulterio e prostituzione.
Vi è chi sostiene che la figura femminile rappresenti Beatrice di Borgogna, moglie di Federico Barbarossa, raffigurata in questa posa oscena per offenderne il marito, responsabile di aver fatto radere al suolo Milano. Altri studiosi ritengono trattarsi di Leobissa, imperatrice di Costantinopoli, ed anche in tal caso l’intento era offensivo, però nei confronti della donna stessa che avrebbe negato ai milanesi che si erano recati da lei a Costantinopoli, l’aiuto per ricostruire la città distrutta dal Barbarossa, con il quale era imparentata.
Infine, ed è l’aspetto che in questo contesto ci preme maggiormente sottolineare, potrebbe trattarsi di un’immagine celtica, realizzata con funzioni scaramantiche ed apotropaiche, non solo perché i Celti erano soliti raffigurare donne che esibivano le parti intime, ma anche in riferimento ad arcaici rituali di fertilità e fecondazione della Terra, come quello descritto da Marina Abramovič e visibile qui: https://it.pornhub.com/view_video.php?viewkey=ph56fd6c3511323.
La scultura è oggi collocata stabilmente in una sala del Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco.
2 – parvenu ‹parvënü′› s. m., fr. [part. pass. di parvenir «pervenire, arrivare»]. – Persona che si è elevata rapidamente a una condizione economica e sociale superiore, senza avere tuttavia acquistato le maniere, lo stile, la cultura e sim. che converrebbero al nuovo stato: è un p., una parvenue; la declamazione dell’autenticità individuale diventa una posa da p. quando si parla contro la massa dimenticando di farne parte (Claudio Magris); si vede subito dai modi che sono dei parvenus. http://www.treccani.it/vocabolario/parvenu/
3 – Sotto Milano c’è un lago che sale, la falda ormai a 4 metri dal suolo (La Repubblica, 27 febbraio 2017) https://milano.repubblica.it/cronaca/2011/08/29/news/box_e_cantine_invasi_dall_acqua_la_falda_ormai_a_4_metri_dal_suolo-20983033/
4 – Nel mondo celtico si conoscono diversi luoghi sacri, divisi essenzialmente tra nemeton e Medhelan. Il termine latino nemus indica una foresta che comprendeva dei pascoli, un boschetto e un bosco sacro, nel quale vi era una radura con gli alberi venerati messi in evidenza.
La radice *nem- contiene l’idea di separazione, di isolamento per cui un nemus è uno spazio separato e riservato al dio. Ma per i Celti *nem- indicava soprattutto il cielo, per cui il nemeton celtico viene ad essere il paradiso terrestre o un frutteto meraviglioso. Il nemeton è quindi uno spazio aperto e coperto d’erba in una foresta e contemporaneamente il tempio druidico, con o senza foresta.
Interpretando il nemeton come curvatura o volta, intesa come uno spazio che ripropone ritualmente la volta siderale coi suoi fenomeni, per fondare un santuario si iniziava con il riconoscere i campi celesti, identificandoli nella geografia terrestre.
Il nemeton andava cosmizzato con riti che ripetevano simbolicamente l’atto della creazione per tener fuori il caos.
5 – Rilevata e fatta demolire una modesta trattoria, fa realizzare un nuovo ed elegante edificio in stile villino liberty di foggia neorinascimentale con abbellimenti floreali, su progetto degli architetti Guido De Capitani e Ulisse Stacchini, il progettista dell’attuale Stazione Centrale i cui lavori iniziarono, fra alterne vicende, nell’anno 1906.
L’inaugurazione del nuovo Caffè Ristorante Savini al Sempione avviene il 26 agosto 1896 con una sontuosa serata con oltre 1500 invitati che viene così descritta in un riassunto dai giornali dell’epoca: “Sulle rovine dell’Isola Botta è sorto un magnifico palazzo in stile Rinascimentale, …un elegante villino a due piani dalle linee snelle e leggiere con portici, colonnine e balaustrate, …ricco di ampie sale dorate, di salottini eleganti, di un grandioso salone terreno destinato a diventare il quartier generale di tutti i banchetti, …di fresche terrazze, di magnifici loggiati, …e una torretta-belvedere, slanciata, civettuola, da rendere l’edificio nel suo complesso, assai bizzarro. Dovunque decorazioni eleganti ma sobrie, con buon gusto signorile, e fuori della palazzina, recinto da una bella cancellata di ferro, un parco giardino alberato, disposto con valentia e buon gusto …illuminato con una profusione abbagliante di lampade elettriche.”
Il nuovo ristorante pare sia costato a Savini una grossa cifra per l’epoca, 400.000 lire, viene ben presto considerato il più bel caffè di Milano nel cuore di un nuovo quartiere in via d’espansione.
6 – Lett.: trovano tre ossicini e quattro sassi.
7 – L’accadico, lingua semitica orientale parlata nell’antica Mesopotamia, in particolare dagli Assiri e dai Babilonesi, è la più antica lingua semitica mai attestata. Nella versione scritta utilizza gli stessi caratteri cuneiformi inizialmente dain uso presso i Sumeri, e venne chiamata accadico dalla città di Akkad, possibile fondazione di Sargon, maggior centro abitato dell’impero accadico ed ancora oggi non rintracciata con certezza (fonte Wikipedia).
8 – Marduk (lingua accadica, più diffusamente conosciuto nella letteratura religiosa babilonese con il nome di Bēl, “Signore”) è, nella religione babilonese, il “re degli dèi” e divinità protettrice dell’antica città di Babilonia.
Dio civilizzatore, era considerato creatore dell’universo e dell’ordine civile, generato a partire dal caos primordiale attraverso la sconfitta della dea Tiāmat e, nella mitologia babilonese, identificato come divinità polioftalmica, essendogli attribuiti quattro occhi. Determinava il destino degli uomini, guidava i re nelle cerimonie importanti, era misericordioso, possedeva facoltà magiche e presiedeva agli esorcismi.
9 – La ruota è rinvenibile, a significare proprio il sole, nelle decorazioni a graffito presenti a Milano nella basilica ipogea del Corpus Domini, citata nel paragrafo Il nemus scomparso e la chiesa che non è mai esistita.
10 – Belìn è un termine che costituisce un intercalare tipico della lingua ligure, comunemente utilizzato dai liguri anche parlando in lingua italiana. Se ne fa uso in prevalenza – spesso ironicamente – per comunicare all’interlocutore una forma di sorpresa, stupore o incitamento, similmente ad accidenti o caspita, ma il suo utilizzo e i suoi significati possono essere molto ampi e variegati. Ad esempio il significato della frase cambia a seconda di dove viene posizionata la parola: “belin che focaccia” sta a significare “che buona questa focaccia”, spostando la parola in fondo alla frase come in “che fugassa do belin” il significato muta in “che schifo questa focaccia” (fonte: Wikipedia).
La parola, tecnicamente, indica l’apparato genitale maschile: il pene. Possiede tuttavia una sfumatura molto più ironica, sorniona, e assai meno volgare del sinonimo italiano “cazzo”, come dimostra il fatto che è usata generalmente con tono goliardico, amichevole e familiare nei più vari contesti. Il termine ricorre anche in molte canzoni genovesi.
11 – Milano funge da scenario a due importanti episodi narrativi: il primo viaggio di Renzo in occasione del tumulto del pane, storicamente databile all’11 novembre 1628, e il secondo quando la città è ormai sconvolta dalla peste del 1630.
La realistica e particolareggiata descrizione della Milano dell’epoca, consente di ripercorrere i passi di Renzo tra strade e piazze ancora oggi pregne di antiche memorie. In particolare, nel capitolo XI viene descritto Renzo mentre arriva da Monza e scorge in lontananza la sagoma del Duomo, fermandosi in estatica ammirazione. Successivamente chiede ad un passante informazioni che gli consentano di raggiungere il convento di Padre Bonaventura, al quale dovrebbe consegnare la missiva affidatagli da Fra Cristoforo. Passata Porta Orientale, l’odierna Porta Venezia, giunge finalmente al monastero, sulle cui rovine nel 1812 venne edificato l’attuale palazzo Rocca-Saporiti.
12 – San Calimero, in latino Calimerius, venerato come santo dalle chiese cattolica ed ortodossa, fu vescovo di Milano dal 270 al 280 circa.
Una lastra marmorea posta in duomo contenente la cronologia dei vescovi milanesi lo indica però come vescovo dal 138 al 191, ma tale elemento non è probante poiché l’epigrafe in questione risale al XIX Secolo e non fa altro che raccogliere una retrodatazione risalente all’XI Secolo, quando i milanesi, all’epoca delle investiture e in disaccordo con Roma, retrodatarono la storia della loro diocesi per dimostrarne una pari anzianità con quella romana. Le vite di molti vescovi santi, come Anatalone, Caio e lo stesso Calimero, vennero così collocate antecedentemente alla loro reale esistenza ed ampliate notevolmente nella loro effettiva durata per coprire il buco più che secolare venutosi a creare.
Le due versioni biografiche concordano comunque nell’indicarne il martirio che, tuttavia, non è affatto certo, essendo riportato per la prima volta solo nell’VIII Secolo e non facendone sant’Ambrogio alcuna menzione nei suoi scritti.
13 – I glicosidi sono una classe di composti chimici ottenuti per reazione di un carboidrato in forma emiacetalica e caratterizzati dalla formazione di un legame glicosidico.
Dei glicosidi cardiaci fanno parte i farmaci cardiocinetici, detti anche cardiotonici o cardenolidi, il cui principio attivo non sintetico è estratto dai fiori di diverse piante del genere Digitalis, la più importante delle quali è la Digitalis purpurea. Maggiori informazioni qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Glicosidi_cardiaci.

BIBLIOGRAFIA
F. Landucci Gattinoni: Un culto celtico nella Gallia Cisalpina – Jaca Book, Milano, 1986
AA.VV.: La dea sconosciuta e la barca solare – Edizioni ET, Milano, 2005
Gianluca Padovan, Ippolito Edmondo Ferrario: Milano esoterica, dove la verità occulta conserva il proprio mistero – Newton Compton, 2014
V. Kruta: Il culto delle acque presso i Celti Transalpini in epoca preromana – Minerva Medica, s.i.d.
Varie fonti sul Web