Die Toteninsel: parte da Bellagio il sentiero alchemico della trasmutazione

Alcune brevi considerazioni sull’ennesima sfaccettatura di un dipinto che, per chi mi segue, è ormai acclarato come per me non significhi semplicemente un quadro realizzato in cinque versioni.
Tutte le interpretazioni note concordano nel considerare Die Toteninsel, l’Isola dei Morti, per ciò che appare: un approdo, una meta. Va da sè definitiva, stante il suo significato formale finalizzato dall’Autore all’espressione del cordoglio per la figlia deceduta bambina.
Ma nella concezione alchemica e sciamanica, che vede la morte come mero passaggio da uno stato ad altri che conducono alla rinascita in un tempo che è un non tempo, la stessa Isola altro non rappresenta se non un punto al quale arrivare per iniziarvi un percorso.
Il Cammino dove ogni passo costituisce parte di un rito di passaggio, la Via che attraverso la putrefazione e la trasformazione conduce ad una purificazione, ad una nuova visione del sè, all’acquisizione di risposte e strumenti, alla consapevolezza delle potenzialità legate alle energie primordiali.
Immagino quindi la candida figura del Caronte, dai tratti e dai modi infinitamente meno sulfurei e beceri dell’omologo traghettatore dantesco ma più simili a quello virgiliano, che torna ad essere chi è: Kharon, dal greco Χάρων, il passatore sulla cui barca le Anime attraversano l’Acheronte. Uno psicopompo, dal greco antico ψυχοπομπóς, colui che conduce le Anime dei morti in funzione di guida e accompagnatore.
Praticamente il taxista, e chi ben mi conosce sa cosa intendo, considerato che molte tradizioni socialmente accettate ne statuiscono l’esistenza – accompagnata o meno da sacrifici e da animali sacri e di potere quali aquile, balene, cani, cavalli, corvi, delfini, falchi, lupi, serpenti – in forma di divinità, angelo, demone, spirito, essere vivente al quale è demandato il compito di scortare le Anime appena trapassate al mondo dei morti.
Ne l’Isola il nostro Caronte, come nella realtà il taxista, accompagna l’Anima ancora spaesata, rispondendo alle sue domande, fornendo opportune indicazioni e lasciandola al bivio, nella nostra scenografia la riva, solo nel momento in cui questa ha compreso il suo nuovo status.
Ed ecco che l’Anima si guarda intorno, scopre il sentiero che, più o meno accidentato, nascosto, erto e tortuoso, si dipana fra le rocce e, sempre meno timorosa, lo affronta. Del resto, indietro non può tornare e sulla battigia, placida, deserta e tranquilla dove gli unici suoni sono lo sciabordio delle onde e il richiamo degli uccelli (di certo non una Omaha da D-Day) può rimanere un tempo indefinito, anche per l’eternità se lo desidera. Ma l’inazione non aiuta nè l’evoluzione nè la missione. Libero arbitrio.
E dove terminare il percorso con una nuova rinascita, se non in vista di Venezia, città alchemica per eccellenza?Conobbi un’Anima che chiese di non tornare più. Pare ci sia riuscita, per ora. Però è sempre qui, in quelli che furono i suoi luoghi, tra le persone che le furono care. Inquieta in vita ed inquieta post-mortem, non avendo accettato, pur possedendone ampie facoltà, certi aspetti del proprio status di essere speciale.
Concedetemi il paragone: i percorsi dei quali stiamo parlando non sono come i tunnel stradali che, sottostanti la Stazione Centrale di Milano a tutti nota, congiungono le vie Ferrante Aporti e Sammartini sezionando i fasci binari della stazione inferiore, occulta e speculare a quella visibile e dalla quale partivano i treni del famigerato Binario 21.
Oltretutto quei tunnel sono rettilinei, asfaltati e vi si può transitare a piedi (condoglianze per i vostri polmoni) ovvero a bordo di qualsiasi mezzo gommato, dalla bicicletta al filobus.
Nel nostro caso invece ciascun percorso, oltre ad essere accidentato, è unico e visibile esclusivamente a chi ne è destinatario: tiene conto delle vite precedenti, delle relazioni non concluse, delle esperienze e delle conoscenze accumulate, dei dolori non risolti, di eroismi e nefandezze ma senza attribuirvi valore premiante o punitivo, dei mille fattori che concorrono a formare ciò che ciascuno di noi è, ed è più volte stato, anche se nel corso di ogni esistenza fisica non ricorda normalmente nulla dei propri trascorsi, salvo essere provvisto di sensibilità particolari o ricorrere ad un esperto accompagnatore.
Il sentiero, va da sè, è anche disseminato di trappole, prove da superare, orrori da affrontare, fate Morgane e fuochi di sant’Elmo, Lestrigoni e canti di Sirene, Scilla e Cariddi che incombono terribili a ghermirci dal mare e tutto il campionario illusorio che ci piace immaginare. Non ho scritto casualmente ci piace, poiché ciò che più temiamo è in realtà ciò che possiede un’irresistibile capacità attrattiva e seduttiva.
Chi ha presente i film della fortunata serie di Harry Potter ne ricorderà in particolare uno, nel corso del quale gli studenti materializzavano le loro peggiori paure. Lungo il sentiero può verificarsi il medesimo fenomeno. E con ciò non sto affatto esortando a fare in modo che ciò non accada: se non materializzassimo i nostri orrori non potremmo mai osservarli, affrontarli, sconfiggerli. E ciò è imprescindibile sia nel caso in cui la nostra (prossima) esistenza si svolga, passatemi il termine, in modo per così dire ordinario, sia ove debba essere finalizzata ad un compito verso terzi. Dipende solo da noi.
Inoltre, rimanendo ancora per un istante nel mondo di Harry Potter: “Bisogna sempre chiamare le cose con il loro nome, perché la paura del nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa” afferma Hermione.
Certo, lo scrisse anche Friedrich Nietzsche in Aurora. Ma il pathos lo visse sulla propria pelle il protagonista di una barzelletta milanese ambientata lungo un Naviglio reso invisibile dalla nebbia, al quale rubarono la bicicletta e si risolse a chiederla all’amico Giuseppe. Percorrendo un’Alzaia che la nebbia rendeva sospesa e adimensionale, si pose tutte le possibili domande e smontò tutte le possibili obiezioni che, a suo dire, gli sarebbero state opposte dall’amico intenzionato a non prestargli la bicicletta: furto, foratura, incidenti.
Entrato che fu nel cortile della casa di ringhiera dove abitava il Giuseppe lo chiamò a gran voce, nella nebbia incessante protagonista che rendeva tutto invisibile, impalpabile, irreale: “Giüsèpp!”
Questi, affacciatosi nel nulla dal quarto piano, rispose: “Se gh’è?” Cosa c’è.
“Giüsèpp, vàa a dàa via el cüu, tì e la tua bicicletta!” Giuseppe, vai a dare via il culo, tu e la tua bicicletta.
Ecco i disastri che può produrre la paura di aver paura …
E, giusto per non farci mancare nulla, non dobbiamo mai dimenticare, meglio: fingere di dimenticare, o vergognarci di avere delle cicatrici, non importa in quale vita ce le siamo procurate.
E non fingiamo di essercele procurate in un modo diverso da come realmente avvenne. Un imam vivente a Londra, catalizzatore di certe frange terroristiche, cieco e privo delle mani, afferma di essere rimasto ferito durante un’azione di guerra. In realtà accadde quando, apprendista stregone, girava la nitro sotto l’acqua. E si sa, la nitro è altamente instabile.
Churchill, che aveva sicuramente le sue ragioni per farlo, definì i musulmani valorosi guerrieri. Ma è noto come sir Winston bevesse, e di brutto.
Ma torniamo per l’ultima volta a Harry Potter, nella fattispecie a Albus Silente colto mentre dice a Minerva McGranitt, riferendosi ad una terza persona: “Questa cicatrice se la terrà per sempre”
“E lei non può farci niente Silente?”
“Anche se potessi, non lo farei. Le cicatrici possono tornare utili. Anche io ne ho una, sopra il ginocchio sinistro, che è una piantina perfetta della metropolitana di Londra.”
E quindi via, non senza paura ma con la consapevolezza della paura e l’intento di non farsene soggiogare, lungo il nostro sentiero.
Possiamo percorrerlo sia da morti sia da vivi. È, quest’ultima, una scelta coraggiosa che in nessun modo deve essere operata per ragioni turistiche, gioco, curiosità o sciamanesimo della domenica. E nemmeno del giovedì: come la letteratura ci insegna, i giovedì furono fatali alla signora Giulia.
Il rischio, infatti, è quello di farsi molto male. Ma anche in questo caso libero arbitrio: un bel corso sciamanico da week-end, pagato a caro prezzo in ogni senso, un bel rituale dove si scanna pollame, si giochicchia con certi ossicini, ci si ciba di frattaglie, si assumono beveroni senza sapere cosa si stia facendo, e ciao. Mortus est non più buligaribus, recita un latino maccheronico.
Naturalmente non sta a me dire cosa o chi sia possibile incontrare lungo il sentiero: ciascuno incontra quanto gli risuona, ciò che gli serve, ciò che è arrivato ad essere in grado di comprendere.
La differenza è che, una volta morti, il sentiero viene, almeno in parte, percorso in solitudine. Da vivi è possibile compiere il percorso in solitudine solo ove sia strettamente necessario e qualora ci si sia opportunamente attrezzati, diversamente è meglio lasciar perdere o farsi accompagnare. Non tanto e non solo per affrontare passaggi impervi, quanto per tornare a casa integri, soprattutto non fuori di testa.
Ed anche in questo caso lo so, sono omertoso, ma mi guardo bene dall’indicare possibili accompagnatori. Posso dire che di sicuro non si trovano nè nell’elenco telefonico nè tra i professionisti dello sciamanesimo. Si incontrano, questo è certo: non nei cerchi di condivisione ma al bar, in metropolitana, in circostanze tanto disparate quanto inaspettate e fuori dagli schemi del dress-code.
E, ripromettendomi di tornare preso sull’argomento, concludo tornando alla nostra die Toteninsel, questa volta in modo irriverente, vale a dire parlando di Arnold Böcklin e dei mille e uno modi per fare cassa.
Mi spiego: un simposio avente come tema “Tra Shimano e Sciamano: il cambio della bicicletta, quale futuro?” avrebbe costituito degno corollario della mostra, tenutasi nell’aprile 2011 presso il palazzo comunale di Fiesole ed intitolata “Isole del pensiero: Böcklin, De Chirico, Nunziante”, nella quale vennero esposte cinque opere del primo, e tra queste la riproduzione della prima versione de Die Toteninsel, cinque del secondo e, ovviamente, venti del terzo.
Non sono nè un profondo conoscitore d’arte nè un critico – in famiglia bastano e avanzano un cugino e la di lui sorella originari del ramo ferrarese, quello dei banchieri e degli str… stravaganti – ma possiedo in materia una cultura bastevole a farmi comprendere come, secondo un percorso logico e tautologico, filologico nonché apotropaico (che apotropaico è come il cocktail di gamberetti, fa acculturato e con l’indivia è la morte sua) accostare Nunziante, noto riproduttore böckliniano, a De Chirico, infilandoci Böcklin giusto perché si gioca in casa e perché altrimenti Nunziante non avrebbe battuto chiodo con le sue riproduzioni, sta solo a significare un richiamo di massa e di tendenza ma è come abbinare il baccalà mantecato alla pastiera napoletana invece che alla polenta. E bere la cedrata quando neppure i peggiori turisti olandesi sorseggiano più cappuccino con l’amatriciana.
In quella mostra venne annunciato, nientemeno che dallo storico dell’arte Hans Holenweg dell’Università di Basilea, fondatore e curatore dell’archivio completo delle opere e della vita del pittore svizzero, che die Toteninsel avrebbe avuto come modello ispiratore il sole ischitano. Altro che il promontorio di Bellagio, isolotto di Corfù o Cimitero degli Inglesi!
Lasciate che i turisti vengano a me …
Durante il citato simposio venne comunicato che il titolo, L’isola dei morti, venne deciso dallo stesso autore e non, come si pensava fino ad allora, dal mercante d’arte berlinese Fritz Gurlitt, colui che fece la fortuna economica del pittore. Mi sono spesso chiesto come l’umanità abbia potuto sopravvivere sino all’anno 2011 ignorando cotanta notizia.
Holenweg avrebbe infatti rintracciato una lettera di Böcklin datata 19 maggio 1880, vale a dire un mese dopo aver ricevuto la committenza per la seconda versione de l’Isola, destinata a Marie Berna-Christ futura contessa von Oriola. Spedita da Firenze al committente della prima versione, Alexander Gunther, in un passaggio afferma: “L’isola dei morti è pronta, finalmente, e sono convinto che susciterà l’impressione che desidero.”
Come sia possibile, da questa frase, arguire una paternità onomastica lo sa solo il curatore Holenweg, e forse nemmeno lui.
L’altra scoperta riguarderebbe il luogo autentico dell’ispirazione: l’isolotto fortificato del castello di Alfonso d’Aragona, presso Ischia.
Böcklin, che ebbe modo di soggiornare nell’isola flegrea con il giovane pittore tedesco Hans von Marées nel settembre 1879, nel semestre antecedente la realizzazione della prima versione del dipinto, avrebbe confidato al suo allievo Friedrich Albert Schmidt che a suggerirgli l’idea dell’Isola fu proprio la mole del castello di Alfonso d’Aragona.
Nell’illustrare la suggestiva teoria, accompagnato da una copiosa messe di supporti visivi Holenweg affermò: “L’isola presenta notevoli somiglianze con le rocce e le pareti che si ergono sul mare. E poiché in Böcklin la scelta del soggetto nasceva spesso da una suggestione visiva (In un pittore? Da non credere … – NdA) posso affermare che lo spettacolo di quell’isola rocciosa abbia ispirato in lui la concezione del quadro. Proprio di fronte all’isola con il castello, c’è un cimitero a terrazze addossato alla roccia, con un approdo a riva realizzato nel 1836 durante un’epidemia di colera. Evidentemente a quel tempo i morti venivano trasportati al camposanto anche via mare. E Böcklin nel 1879 alloggiò a Villa Drago, nei pressi di questo vecchio cimitero, ora ricoperto di sterpaglie e completamente privo di croci.”
Chissà dalle un tempo bianche scogliere di Dover che suggestioni avrebbe tratto … Evidentemente Holenweg non è mai stato a Venezia nè ha mai sentito parlare di San Michiel de i Morti. E forse non è mai stato nemmeno in Norvegia, dove situazioni analoghe abbondano.Senza la pretesa di ergermi a punto di riferimento io insisto: secondo me l’Isola è ispirata al promontorio di Bellagio, dove a metà dell’Ottocento si diedero convegno, in particolare sotto i portici dell’Hotel Suisse, pittori, scultori, letterati di belle speranze provenienti da Regno Unito, Svizzera, Germania.Uno dei pellegrinaggi mistici aveva come meta la grotta di Villa Serbelloni ed un must era costituito dal déjeuner sur l’herbe al promontorio, con candide tovaglie, porcellane, vimini, bianchi vini alsaziani conservati in ghiaccio. Del resto l’omonimo dipinto di Édouard Monet, che ha segnato un’epoca, risale al 1863, solo 17 anni prima della prima versione dell’Isola.
Mi limito quindi, senza addentrarmi in ulteriori distinguo o commenti, alcune cartoline provenienti dalla mia collezione: ciascuno ne trarrà le impressioni che meglio risuoneranno.E concludo: sappiamo come delle cinque versioni del dipinto la terza versione, quella appartenuta a Adolf Hitler, sia oggi conservata presso la Alte Nationalgalerie di Berlino. La prima, quella eseguita nel 1880, si trova al Kunstmuseum di Basilea; la seconda, quella commissionata dalla contessa von Oriola, è al Metropolitan Museum of Art di New York; la quarta, datata 1884, andò perduta durante la II Guerra Mondiale; l’ultima, del 1886, è esposta a Lipsia presso il Museum der bildenden Künste.
L’opera piacque, anzi in alcuni casi ossessionò, oltre a Hitler, Dalì e Freud, anche Lenin e D’Annunzio che ne fecero realizzare alcune copie. Il Vate, al Vittoriale, fece appositamente impiantare filari di cipressi. E questo è quanto, Per ora.

Alberto Cazzoli Steiner