Venezia, 12 ottobre 1866: quando la Corona Ferrea tornò a casa

Il 12 ottobre, convenzionalmente noto come il giorno in cui ebbe fine il Medioevo, è anche il giorno in cui, nell’anno 1866, la Corona Ferrea si apprestò a tornare a casa, a Monza, dopo un esilio durato sette anni.
L’antefatto: nel 1814, successivamente alla caduta di Napoleone, venne creato il Regno del Lombardo-Veneto, dipendente dall’Impero Austriaco, e la Corona ne divenne l’insegna reale.Saltiamo a piè pari, poiché ininfluenti ai fini del nostro tema, gli eventi che portarono alla sconfitta dei Piemontesi da parte degli Austriaci e culminati nell’Armistizio Salasco firmato il 9 agosto del 1848.
Invece di restarsene lì “belli paciarotti”, come si direbbe nell’O.B., Operosa Brianza, ad inzuppare cardi e peperoni nella bagna cauda scappellandosi ossequiosi al passaggio di vezzose Madamin, il 1° marzo dell’anno successivo i parlamentari sabaudi approvarono con 94 voti favorevoli e 24 contrari la ripresa delle ostilità. Il sovrano Carlo Alberto decise che sarebbero decorse dal mezzogiorno del 20 marzo e, secondo quanto prescritto dall’armistizio, agli Austriaci venne gettato il guanto con otto giorni di anticipo.
Per evitare che cadessero nelle mani dei Piemontesi, il 15 marzo il maresciallo Radetzky decise di trasferire a Mantova la Corona ed altri preziosi custoditi nel duomo di Monza.
Dopo aver inferto ai Piemontesi la seconda, sonora, batosta il 23 marzo nella fatal Novara ed avere sistemato alcune incombenze amministrative, il 18 agosto gli Austriaci riportarono la Corona a Monza, dove rimase fino al 22 aprile 1959 poiché, prima che iniziasse la Seconda Guerra di Indipendenza, l’arciduca Massimiliano volle trasferire a Vienna la Corona e la tazza di Teodolinda.
È ragionevole supporre che la Corona fu deposta in prossimità della Heilige Lanze, la punta della lancia con la quale Longino trafisse il costato di Cristo morente sulla croce e che, considerata dall’esoterismo nazista uno dei più potenti talismani, venne collocata all’indomani dell’Anschluss nel castello di Wewelsburg, sorta di santuario voluto dal Reichsführer delle SS Heinrich Himmler (per approfondimenti: 26.01.2019 – La quercia: Standartenführer della ricerca alchemica e 24.05.2019 – La Donna Veneta, Ipazia di Alessandria ed il potere della Coppa).
Il 17 marzo 1861 nacque il Regno italilandese, il Lombardo-Veneto vide progressivamente erosi i propri confini sino alla cessione del territorio residuo ai francesi, che lo girarono ai Savoiardi, e, all’indomani dell’annessione del Veneto e di Mantova al regno sabaudo grazie al plebiscito-truffa tenutosi il 21 ed il 22 ottobre, la Corona riprese la via di Monza, dove giunse il 6 dicembre 1866, .
Essa venne però consegnata il 12 ottobre dal generale Alessandro di Mensdorff al generale Luigi Menabrea, e sostò a Venezia dove una lapide commemora l’evento. Il Menabrea la consegnò a Vittorio Emanuele II il 4 novembre, in concomitanza con la consegna dei risultati del plebiscito delle province venete, accompagnando la consegna con un proclama all’insegna dell’ipocrisia: “Il ritorno fra noi di questa antica e venerata reliquia, segna l’istante solenne e per sempre memorabile in cui la Venezia, spezzate le sue catene, si unisce con voto unanime al regno d’ltalia, recando alla comune patria il largo tributo del suo ingegno, delle sue glorie e delle sue virtù. La corona di ferro, tanto ambita e contrastata, e che fu testimonio di sì lunghe e terribili lotte, non poteva rimanere fuori del suolo d’Italia; essa era riservata all’illustre dinastia che la Provvidenza destinava a liberare questa bella e nobile terra dal giogo straniero.”
Queste parole denotano però quanta importanza venisse annessa al simbolo, qualunque fossero le fazioni politiche o le raffigurazioni del potere susseguitesi nel corso dei secoli. C’è sicuramente da chiedersene la ragione.
Con regio decreto del 27 novembre 1890 la Corona fu inclusa nello stemma reale ed il breve excursus storico si conclude qui, non senza ricordare come durante le due guerre mondiali la Corona lasciò nuovamente la propria dimora per Roma, restituita rispettivamente nel marzo 1919 e nel gennaio 1946.La Corona Ferrea è universalmente riconosciuta come una delle reliquie cristiane più preziose ed uno dei più antichi simboli del potere temporale.
La sua storia leggendaria origina dal rinvenimento, nell’anno 324, della croce da parte di Elena, madre dell’imperatore Costantino I, e dei relativi chiodi, uno dei quali costituisce secondo la tradizione la lamina circolare percorrente internamente le sei placche in lega di argento e oro all’80% di cui è composto il manufatto, il cui aspetto attuale è opera dell’orafo Antellotto Bracciforte che la restaurò nel 1345.
Indagini scientifiche condotte negli anni 1989 e 2001, prospettano come la Corona, derivante da interventi attuati tra il IV ed il VI Secolo con rimaneggiamenti nel corso del IX secolo, potesse essere un’insegna reale forse ostrogota passata ai re longobardi e pervenuta infine ai sovrani carolingi, che l’avrebbero fatta restaurare (per l’appunto nel IX Secolo) donandola al Duomo di Monza.
Poiché il diametro di cm 15 non consente di cingere una testa, venne ipotizzato che originariamente le placche fossero otto in luogo delle sei attuali, legate fra loro da cerniere verticali. Quelle che possiamo ammirare nel duomo del capoluogo brianzolo sono ornate da 26 rose d’oro a sbalzo, 22 gemme tra granati rossi e ametiste viola, un notevole corindone blu ed altre decorazioni in pasta vitrea.
Raffrontando il diadema con due corone di fattura bizantina rinvenute nel XVIII Secolo a Kazan, oggi capitale della repubblica russa del Tatarstan, gli studiosi ritengono che gli artefici fossero orafi orientali. L’altezza del gioiello è di 55 millimetri ed il suo peso è di 535 grammi.
Una curiosità: la Corona Ferrea ispirò persino un film, diretto nel 1941 da Alessandro Blasetti.Nell’anno 1576 Carlo Borromeo istituì il culto del Sacro Chiodo, per poter sancire ufficialmente il riconoscimento del diadema come reliquia legandola all’altro Sacro Chiodo, conservato nel Duomo di Milano e che secondo la tradizione Elena avrebbe fatto forgiare a forma di morso per il cavallo del figlio Costantino, a metafora dell’ispirazione divina nel comando dell’Impero.
A partire dall’anno 1896 la Corona è conservata in un altare consacrato ad essa dedicato, situato a sinistra dell’altare principale ed eretto dall’architetto Luca Beltrami su commissione di Umberto I, il sovrano deceduto proprio a Monza il 29 luglio 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.
Nel corso del tempo il diadema, dotato di forza straordinaria, divenne un simbolo del potere temporale e della cristianità, e nei secoli gli vennero attribuiti poteri mistici e occulti, tanto è vero che fu oggetto di un culto esoterico e massonico che, in un discreto edificio ancora oggi presente a Monza nel centralissimo vicolo Molini, riuniva segretamente adepti appartenenti alle classi benestanti: imprenditori, alti ufficiali, rappresentanti politici, professionisti di rango elevato, religiosi. Ciò avvenne di fatto a partire dal XVIII Secolo e, ufficialmente, a decorrere dal 5 giugno 1805, quando Napoleone Bonaparte istituì l’Ordine Imperiale della Corona Ferrea, dal 1° gennaio 1816 confermato e ripreso dagli austriaci imperiali ed il cui motto non avrebbe potuto essere più monzese: Dio me la diede.
Tuttora esistente consta di un Gran Cancelliere e Principe Sovrano, un Balì Gran Dignitario di Giustizia, 20 Dignitari, 100 Commendatori e Commendatrici, 500 Cavalieri e Dame e, tra questi: cappellani, di giustizia, di placca, di merito, per merito di servizio, d’ufficio, ereditari.
Tra gli aderenti meritano una menzione: il duca Carlo Visconti di Modrone, i conti Gian Giacomo Trivulzio, Carlo Martinengo Cesaresco e Luigi Porro Lambertenghi, il noto linguista abate Melchiorre Cesarotti, il generale Pietro Teuliè, il marchese Barbò Barbiano di Belgioioso d’Este e il duca Francesco Melzi d’Eril, il conte Kajetan von Bissingen-Nippenburg (governatore del Veneto austriaco), lo scienziato e politico Pietro Paleocapa, il Feldmaresciallo Josef Radetzky e, per concludere in bellezza, Vittorio Amedeo Vialardi di Verrone: commendatore dell’Ordine Militare di Savoia, Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Tenente Generale comandante dei Granatieri di Sardegna, fu governatore della fortezza di Fenestrelle, posta ad un’altitudine di duemila metri in Val Chisone e tristemente nota per essere stata il lager dove, a partire dal 1861, i Piemontesi uccisero e fecero scomparire nella calce viva centinaia di soldati borbonici e papalini, contadini meridionali, ex-garibaldini dell’impresa di Aspromonte, prigionieri comuni e politici senza distinzione di sesso ed età.
Torniamo alla Corona: si ritiene che, grazie al chiodo della croce, il manufatto possieda particolari poteri curativi, consenta di controllare la mente delle persone, infonda coraggio e fortuna, renda capaci di conquistare e controllare altre nazioni. Comprensibilissimo, quindi, l’interesse a conservarla, mantenerla, proteggerla, contenderla. Persino i tedeschi, durante la II Guerra Mondiale, fecero di tutto per impadronirsene, ma il Cardinale Ildefonso Schuster la fece trasferire segretamente in Vaticano.Come abbiamo visto, sia pure brevissimamente, la Corona è strettamente, intimamente, legata alla storia della Penisola, ma soprattutto a quella di Modœtia, antica denominazione di Monza.
Ed ancor più lo è alla sua energia, che le deriva dal simbolo ancestrale del Potere Femminile, la Luna Rossa legata ai rituali di fertilità e conoscenza e connaturata al sangue, non necessariamente e non solo quello mestruale.
Come è noto la Dea può essere dispensatrice di Vita e di Morte, di prosperità o di carestia, di luce o di oscurità funzionalmente a ciò che le viene consapevolmente chiesto: libero arbitrio, lo chiamano, e ciascuno se ne assume le conseguenti responsabilità.
Sull’argomento non mi dilungo, limitandomi a suggerire, per chi desidera approfondire, un articolo che pubblicai il 6 gennaio 2016, dal titolo: Luna Rossa: Modœtia è Donna? leggibile qui: https://lafucinadellanima.wordpress.com/2016/01/06/luna-rossa-modoetia-e-donna/.

Alberto Cazzoli Steiner