Nelle terre di Eudaimonia

Parrebbe quasi che l’escursione che sto per descrivere, fissata per domenica 10 giugno fra relitti glaciali e rarità arboree, sia stata organizzata per onorare la memoria di Eudaimonia nel secondo anniversario del suo cambiamento di stato.
Le terre comprese fra il Monte Nero, il Bue e il Lago Nero, dove si incontrano le province di Parma, Piacenza e Genova e dove venne diffusa la Mappa delle Antiche Donne di Conoscenza, ben rappresentano la durezza che si cela dietro l’apparenza delle morbide forme appenniniche.E, come affermò Eudaimonia in uno dei suoi ultimi scritti: “Queste terre conservano l’eco dell’anima delle Donne Antiche che, aggrappate su questi monti dell’Appennino, vagarono e soffrirono perché non si spegnesse la fiamma della Conoscenza quando ombre nere si ammassarono intorno a loro, rese sempre più feroci, aggressive e assetate di anime. Per quelle Donne avrebbero potuto essere gli ultimi giorni.
E ancora oggi, di fronte all’ennesima avanzata del finto bene e della falsa luce di chi professa purezza ma odora di acredine e putrefazione, a noi Donne di Conoscenza non resterà che nasconderci nuovamente nelle nostre tane, nelle buche, nelle grotte, sotto i cartoni fingendo di essere delle vecchie homeless sdentate e indifese, raggomitolate a proteggerci dai morsi del freddo.
Fino a quando, lanciando il nostro urlo che nulla avrà più di umano, balzeremo dai nostri nascondigli brandendo le lame del nostro Sapere per fare a pezzi, letteralmente, questi esseri ipocriti, rabbiosi e arroganti, più sconci del male che affermano di voler contrastare.
Solo noi, Donne del Lato Oscuro, possiamo. Ciascuna proporzionalmente alle proprie capacità, e questa volta la lotta sarà all’ultimo sangue. E non faremo prigionieri, non sarà permesso. In quanto Donne ci tocca, per quella Fucina della Vita che portiamo in grembo. Ma non saremo sole: ci accompagneranno Uomini, Uomini di Conoscenza, Guerrieri. Onoriamoli: alcuni di loro non torneranno.”
La camminata, tra luoghi dove per chi sa ascoltare echeggiano urla di antiche battaglie e sussurri di voci portate dal vento, è alla portata di chiunque purché con un minimo di esperienza ed abbigliamento adeguato.
Si svolge sul crinale tra le provincie di Parma, Piacenza e Genova esplorando una delle aree più spettacolari e affascinanti dell’Appennino Emiliano-Ligure, tra torbiere, laghi, stagni, pini uncinati e abeti bianchi nelle terre dei contrabbandieri e dei “passatori” tra antichi Ducati, Repubbliche e Stati.Il Lago Nero, con le sue rarità geologiche e botaniche, è la testimonianza di un circo glaciale di centomila anni fa. E il Monte Nero vanta l’unica stazione di pino mugo dell’Appennino settentrionale. Sono solo 10 chilometri per un dislivello di appena 550 metri, ma si entra in un altro mondo, tra paesaggi a perdita d’occhio e boschi che cambiano in continuazione trasmettendo sensazioni sempre diverse, e dove la vegetazione appenninica e gli antichi residui glaciali alpini creano condizioni straordinarie per l’incontro di specie arboree.
In assenza di foschia lo sguardo può spaziare dall’Appennino Ligure e Tosco-Emiliano all’arco alpino, dal mar Ligure alle Apuane.
Si attraversano infine vaste praterie d’alta quota dove rocce ofiolitiche, come conseguenza di eruzioni sottomarine avvenute decine di milioni di anni fa, hanno creato condizioni uniche con presenza di endemismi e rarità floristiche.
E in tutto questo si percorrono millenni di storia, a partire dalla presenza dell’uomo preistorico alle antiche popolazioni celtico-liguri, agli incastellamenti e ai successivi confini tra Stati in questi luoghi che furono di passaggio e contrabbando sulle antiche vie delle spezie, di incontro ma anche di scontro tra culture e domini. E storie che ancora oggi vengono tramandate solo a pochi, oralmente e sottovoce. Esattamente come le Parole.

Alberto C. Steiner

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Le nostre matrici: miti norreni e Via della Conoscenza nelle pitture rupestri

Diffusa nell’arco alpino in Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Francia e Svizzera, una balma è una grotta nata da una fenditura naturale o, più spesso, dall’arresto lungo un pendio di un masso di notevoli dimensioni trasportato verso fondovalle da un ghiacciaio e rimasto in sito dopo il ritiro del ghiacciaio stesso.fda-2016-09-18-balma-cervi-001Si caratterizza dall’avere una parte aggettante che costituisce un riparo naturale, utilizzato in epoca preistorica come abitazione, all’occorrenza scavandone il fondo fin dov’era possibile per ricavare maggiore spazio e chiudendone i lati più esposti mediante muretti a secco. In alcune balme sono state rinvenute mensole, platee per il fuoco, oggetti di uso comune, incisioni rupestri e persino primordiali affreschi.
Il termine, di origine forse celtica (balmen, alta pietra) o latina (valva, apertura) ha originato toponimi particolarmente diffusi in Valle d’Aosta e Piemonte: il borgo di Barmasc nel comune di Ayas o la località Balma nel comune di Quittengo, nel Biellese, nota per le cave di sienite per lo sfruttamento delle quali venne realizzata una ferrovia a scartamento ridotto attiva dal 1891 al 1958 che, in 13 km di percorso, collegava la località estrattiva con Biella.fda-2016-09-18-balma-cervi-002Una delle più notevoli, sotto la quale sono stati redificati alcuni rustici edifici, è la Balma Boves: si trova nel comune di Sanfront, in provincia di Cuneo all’imbocco della Valle Po e costituisce un microcosmo composto da pollai, abitazioni, stalle, tinaie, essiccatoi, locali per la conservazione dei formaggi, il tutto ottenuto adattando al meglio l’insediamento alla conformazione naturale dell’ambiente.fda-2016-09-18-balma-cervi-003Quella oggi considerata più interessante a fini etnografici ed antropologici si trova nei dintorni del comune di Crodo, in Valle Antigorio, nella provincia del Verbano Cusio Ossola. Qui venne individuata nel 2008 una balma di notevoli dimensioni successivamente denominata Balma dei Cervi: un sito archeologico di grande valore che conserva pitture rupestri raffiguranti 37 figure antropomorfe ritratte in movimento dipinte in ocra rossa e blu su un fronte esteso per sette metri.fda-2016-09-18-balma-cervi-004Il Piemonte annovera la presenza di altri siti noti da tempo: il Balm d’la Vardaiola all’Alpe Veglia, la Rocca di Cavour, la Balma ’d Mondon in val Pellice o il Roccio d’la Fantino – Roccia della Fata, in occitano – per citarne solo alcuni a dimostrazione dell’antichissimo insediamento umano nella regione, ma questo è stato definito il più vasto e forse antico complesso di pitture rupestri delle Alpi Occidentali, e il comune di Crodo ha recentemente ottenuto dalla Fondazione San Paolo una donazione di 40mila euro per il recupero e la messa in sicurezza del sito, il cui accesso è estremamente disagevole e pericoloso.
È attualmente in corso di ultimazione la preparazione di una relazione scientifica con schedatura totale del sito, nel frattempo reso visitabile sia pure ancora con qualche difficoltà, per attuarne la promozione sul web e nelle scuole.
Inizialmente l’area venne secretata e interdetta perché a causa del distacco di alcune parti della crosta calcarea, provvidenzialmente protetta da un velo di aragonite percolata per l’umidità, un accesso indiscriminato avrebbe potuto compromettere irrimediabilmente la conservazione dei dipinti, o comportarne il furto.fda-2016-09-18-balma-cervi-005Gli studiosi potranno formulare ipotesi per comparazione, più o meno attendibili, ma la verità è che ignoreremo sempre quale racconto abbia voluto tramandare la mano che, in modo niente affatto primitivo, ha abilmente creato sfumature nell’ocra rossa e blu dando vita a figure antropomorfe molto simili a quelle camune.
A noi dovrebbe essere sufficiente immaginare trattarsi di storie di uomini, di eroi, forse di dei. Dialoghi con la Natura che oggi non sappiamo più riconoscere, e meno ancora interpretare, nel rispettoso silenzio di un luogo impervio dove non sono state rinvenute tracce di presenza umana stabile. E ciò lascia pensare che potesse trattarsi di un sito sacro destinato a celebrazioni rituali.
La storia, o forse è solo simpatica anedottica, riferisce che fu un cacciatore solitario ad effettuare la scoperta e, quando tornò nel sito accompagnato da un archeologo, fu un cervo altrettanto solitario ad accoglierli, quasi fosse il custode di un tempio.fda-2016-09-18-balma-cervi-006I dipinti non risultano minimamente sfiorati da segni che i cervi che ancora numerosi percorrono l’alta valle prima del corteggiamento, lasciano venendo a strofinare i palchi di corna proprio sulle rocce adiacenti la balma e, conclusa la stagione degli amori autunnali, tornando in inverno a lasciare i palchi destinati alla caduta.
Il cervo non è un animale qualsiasi, ma uno dei simboli più importanti nella cultura celtica: considerato intermediario fra i mondi divino e umano e tradizionalmente denominato Toro delle Fate gli era affidato, tra gli altri, il compito di trainare il carro della Dea.
Nel folclore germanico le loro grandi corna che cadono e ricrescono richiamano Yggdrasil, l’albero della vita detto anche frassino del mondo, sotto il quale vivono quattro cervi.fda-2016-09-18-balma-cervi-007
Ritroviamo il maestoso artiodattilo in molte leggende, nelle quali normalmente accade che mentre l’Eroe sta cacciando in incantevoli boschi incontri un cervo – non raramente bianco – inviato dalla Fata per attirarlo nel proprio regno, e spesso non è che la fata stessa sotto mentite spoglie.
Il cervo scappa e l’eroe inseguendolo si ritrova in luoghi particolari dove lo aspetta l’apprendimento di lezioni fondamentali. Durante l’inseguimento può accadere che il cervo/fata muoia trafitto dalla freccia scagliata dall’eroe, ma quasi sempre resuscita e la storia evolve all’happy end dopo che l’eroe avrà superato dure prove iniziatiche.fda-2016-09-18-balma-cervi-008L’eroe si innamora a prima vista della fata bellissima, sensuale, riccamente vestita e dal portamento regale, sovrana della Natura circostante: un amore vero e profondo, totalmente ricambiato. E vissero a lungo felici e contenti … fino a quando la nostalgia di rivedere luoghi, parenti e amici del mondo umano assale l’eroe. Ma il computo temporale è diverso nel regno delle fate: il nostro crede di essersi assentato soltanto da qualche mese, in realtà nel “mondo basso” possono essere trascorsi anni, addirittura secoli.
Ma soprattutto ignora che si tratta di una prova iniziatica, solo apparentemente riguardante il senso di un amore supremo – che visto così potrebbe apparire possessivo, esclusivo, soffocante e quindi certamente niente affatto evoluto nel senso della consapevolezza – ma in realtà concernente la capacità di lasciar andare gli attaccamenti, condizione inderogabile per procedere lungo la Via della Conoscenza.
La fata gli concede il permesso di tornare nel vecchio mondo ma ponendo alcune condizioni: anzitutto non dovrà mai scendere di sella, e non dovrà mai aprire la scatolina d’oro che ella gli affida come talismano.
Alcune fate avvertono l’amato – perché lo è realmente, solo che è giunto per lui il momento di dismettere i panni del toyboy per mostrarsi degno di tanta eleganza, sensualità, potere, treno di vita da giovin signore: in una parola della Conoscenza – della peculiarità del divieto e dei rischi. Ma la maggior parte delle fate non lo fa deliberatamente, mettendo alla prova la lealtà del tipo, spesso tutt’altro che ferrea tanto è vero che anche nei rari casi in cui egli viene amorosamente avvertito del pericolo la consegna viene puntualmente violata: mentre montando un magnifico destriero l’eroe sta trotterellando verso casa un vecchio che conduce un carro si accascia a terra, e il carro stesso gli si rovescia addosso rischiando di schiacciarlo.
L’eroe, scordandosi del divieto imposto dalla fata, balza di sella preso dalla pena per il poveretto e gli corre accanto per soccorrerlo. Ma in quell’istante il vecchio, insospettatamente agile e forte, si alza di scatto afferrando l’eroe per la gola e soffocandolo: altri non era che il Tempo, che gli restituiva con l’inganno gli anni trascorsi.
E ciao fata… morto un toyboy se ne fa un altro. Si spera più meritevole.
La morale della favola sembra improntata ad aridità e cinismo, ma in realtà non è così: secondo la tradizione ancestrale la Via della Conoscenza comporta l’attribuzione di doni – in modo assolutamente inappropriato definiti poteri – che non possono, né devono, essere distribuiti a chiunque. E ciò imponeva, ed impone tuttora al di là del buonismo newage e della spiritualità ammannita alle masse, un vero e proprio triage. Può apparire cinico e crudele, ma non è materia di giudizio: è così. Il mondo della Conoscenza (o della Regola) non è quello della dicotomia bene/male giusto/sbagliato morale/immorale lecito/illecito: quello è il mondo dei preti e dei loro emuli pseudo spirituali, quelli delle manine di luce e altre buddhanate. E chi vi è stato ammesso assume su di sè l’obbligo e la responsabilità della decisione. È proprio per tale ragione che la Fata simbolica mette alla prova l’iniziando.
Ne scrivemmo il 30 gennaio 2016 nell’articolo La donna è mobile: i vampiri energetici, leggibile qui.
Attraverso la nostra favola apprendiamo anche come il cervo fosse visto indirettamente come psicopompo, in questo senso associato a Samhain, momento in cui le porte dell’Altro Mondo si aprono per lasciar fluire in questo gli esseri fatati del Sidhe.
Il cervo maschio, simbolo di rapidità, prestanza, agilità e vigore rappresentava il guerriero, il capo branco, la solitaria incarnazione di una forza sintonica con i ritmi della Natura, nell’occorrenza annuale della perdita e della ricrescita delle sue corna, più possenti delle precedenti. E come vita, morte e rinascita costituivano il ciclo della vegetazione, allo stesso modo il cervo e le sue corna rappresentavano potente simbolo di speranza, longevità e abbondanza, simboleggiando l’aspetto del divino della Natura che pur appartenendo al regno animale viveva un fenomeno vegetale. Per tale ragione i Celti usavano molti talismani in corno di cervo per evocarne le qualità.
Il cervo bianco era inoltre associato al dio Lugh e alla luce segreta del sole, simbolo di colui che ha superato le prove di trasformazione e rinnovamento della propria personalità, ottenendo la conoscenza e l’iniziazione.
Il fatto che la Fata, e quindi Donna, appaia in forma di cervo maschio riporta infine non casualmente al mito dell’Androgino, al quale ho accennato il 9 settembre 2015 in Consapevolezze 1: Dio è nato Donna? leggibile qui.fda-2016-09-18-balma-cervi-009Le pitture rupestri della Valle Antigorio saranno quindi anche solo figure antropomorfe primitive ma, se le sappiamo osservare oltre l’aspetto raffigurativo e materico, ci inducono a lasciare gli angusti confini del pragmatismo per individuarne i potenti significati apotropaici, mistici ed esoterici.

Alberto C. Steiner

Nella notte di san Lorenzo fra gli echi delle antiche Donne di Conoscenza

Quest’anno le stelle di san Lorenzo saranno particolarmente visibili nella notte fra il 12 e il 13 agosto, e mi è venuto in mente di segnalare un’escursione in notturna fra tramonto e stelle cadenti con il mare in lontananza.
C’è un luogo, lungo il crinale dell’Appennino Ligure che divide le province di Genova e Parma, che costituisce nella zona il punto di riferimento dal quale si dominano le vallate del Taro, del Ceno e dell’Aveto: è il monte Penna, e per me rappresenta un luogo speciale in quanto baluardo meridionale del territorio dove nacque l’antica Mappa delle Donne di Conoscenza.FDA 2016.08.10 San Lorenzo 001In proposito il 13 gennaio 2015 Eudaimonia, nota a chi legge questo blog, scrisse un paragrafo a tinte forti, che ben rappresenta la durezza che si cela dietro l’apparenza delle morbide forme appenniniche. Lo riporto:
“Queste terre conservano l’eco dell’anima delle Donne Antiche che, aggrappate su questi monti dell’Appennino, vagarono e soffrirono perché non si spegnesse la fiamma della Conoscenza quando ombre nere si ammassarono intorno a loro, rese sempre più feroci, aggressive e assetate di anime. Per quelle Donne avrebbero potuto essere gli ultimi giorni.
E ancora oggi, di fronte all’ennesima avanzata del finto bene e della falsa luce di chi professa purezza ma odora di acredine e putrefazione, a noi Donne di Conoscenza non resterà che nasconderci nuovamente nelle nostre tane, nelle buche, nelle grotte, sotto i cartoni fingendo di essere delle vecchie homeless sdentate e indifese, raggomitolate a proteggerci dai morsi del freddo.
Fino a quando, lanciando il nostro urlo che nulla avrà di umano, balzeremo dai nostri nascondigli brandendo le lame del nostro Sapere per fare a pezzi, letteralmente, questi esseri ipocriti, rabbiosi e arroganti, più sconci del male che affermano di voler contrastare.
Solo noi, Donne del Lato Oscuro, possiamo. Ciascuna proporzionalmente alle proprie capacità, e questa volta la lotta sarà all’ultimo sangue. E non faremo prigionieri, non sarà permesso. In quanto Donne ci tocca, per quella Fucina della Vita che portiamo in grembo. Ma non saremo sole: ci accompagneranno Uomini, Uomini di Conoscenza, Guerrieri. Onoriamoli: alcuni di loro non torneranno.”FDA 2016.08.10 San Lorenzo 002Lasciamo stare antiche cruente vicende e godiamoci le “lacrime di San Lorenzo”, ovvero lo sciame di meteore delle Perseidi causate dai rimasugli del passaggio della cometa Swift-Tuttle. Quest’anno avranno la maggiore intensità nella notte fra il 12 e il 13 agosto.
E uno dei posti migliori per osservarle è proprio il Monte Penna, sul quale salire a pomeriggio inoltrato, con la luce dell’ultimo sole che facilita l’ascesa nel tratto roccioso finale dove il bosco non ha più la forza di vegetare e le ofioliti si mostrano in tutta la loro potenza.
Ancora prima di arrivare in vetta la vista si apre ad un ritaglio di mare, preludio allo stupore che attende lassù nella luce del tramonto che a ovest illumina la cima del Monviso, mentre a sud si accendono le luci dei paesini dal golfo della Versilia a quello di Savona e, nelle giornate terse, lo sguardo arriva alle montagne della Corsica.
E arriva infine il buio, e con lui le scie luminose delle stelle cadenti con la Via Lattea ad imbiancare il cielo per un’esperienza senza pari.
Per il ritorno ci sono due possibilità: torce frontali e lenta discesa verso l’agevole sentiero nel bosco fino ad arrivare al prato della Caserma Nuova, da dove la sagoma del Penna sovrasta avvolta dalle sue stelle, oppure dormire in vetta e discesa alle prime luci dell’alba.FDA 2016.08.10 San Lorenzo 003L’escursione copre una distanza di 7 km per un dislivello di 340 metri, e non si impiegano meno di tre ore. Il percorso è considerato di difficoltà media EE e di seguito fornisco alcuni ragguagli geomorfologici.
Il monte Penna (localizzazione 44°28′52.69″N 9°29′34.6″E) è un rilievo ofiolitico elevato per 1.735 metri; sovrasta le valli del Ceno e del Taro che nascono entrambi dalle sue pendici, al confine tra le regioni Liguria ed Emilia-Romagna.
Il versante settentrionale del rilievo, quello parmense, presenta caratteristiche morfologiche maggiormente severe e alpinistiche ed il percorso proposto si snoda tra splendide faggete, stupendi e fiori di origine alpina toccando un anfiteatro naturale di origine glaciale – denominato la Nave del Monte Penna – con un tratto finale più difficile in salita attraverso rocce non esposte, facilitato dalla presenza di un corrimano in metallo.
L’attribuzione della classe EE ad un’escursione significa che siamo in presenza di itinerari, anche non riportati al suolo o in cartografia, che implicano la capacità di muoversi su sentieri o tracce impervi e infidi: pendii ripidi o scivolosi di erba, misti di rocce ed erba o di roccia e detriti, nevai anche a quote relativamente elevate. Possono presentarsi terreni aperti senza continuità del piano di calpestio e con segnalazioni intermittenti o assenti. I percorsi si sviluppano in aree poco o nulla antropizzate, dove l’attraversamento di corsi d’acqua può avvenire con guadi potenzialmente impegnativi specie dopo piogge abbondanti o in disgelo e dove è generalmente difficoltoso trovare riparo dalle intemperie o chiamare aiuto in caso di infortunio.
Può non essere facile approvvigionarsi di acqua potabile e cibo, e la percorrenza dei tratti boscati può implicare il ricorso anche non occasionale a strumenti di taglio a causa dell’intrico del sottobosco e dello stato di abbandono dei sentieri.
Sono itinerari percorribili solo da escursionisti con buona esperienza, in ottime condizioni fisiche e ben allenati, che non soffrano di vertigini, che conoscano bene l’ambiente di svolgimento ed abbiano un’ottima padronanza delle tecniche di orientamento.

Alberto C. Steiner

Ho incontrato la mia fiamma gemella: che rottura di maroni!

Il marketing strategico della spiritualità prêt-à-porter, sempre attento a cavalcare i bisogni, propone incessantemente nuovi prodotti o il revamping di quelli vintage più blasonati.
E si susseguono quindi le mode in ossequio ad una sorta di onnivora bulimia: ohpornoporno con patate e sedano, quantica al salto, sfibonacci di carne salada, pleiadiana di melanzane, gelato alle fiamme gemelle con barolo chinato. FDA 2016.08.02 Fiammegemelle 001L’ultima frontiera sembra sia costituita proprio dalle fiamme gemelle. La vastissima pubblicistica disponibile in materia mi permette di non entrare nel merito con noiose spiegazioni. Mi limito perciò ad esprimere la mia opinione in merito: la sempre maggiore fatica di vivere, il desiderio di colmare una solitudine sempre più profonda, il senso di vuoto e sfinimento che lasciano certe relazioni inducono ad alimentare il convincimento, la speranza, il desiderio che non possa essere tutto qui, che sussistano alternative ad un’esistenza segnata da tristi chiaroscuri, monoporzioni surgelate, cerchi di condivisione e poi ciascuno a casa propria.
Nonostante letture e seminari, cerchi e campi, costellazioni e regressioni con o senza drum session e ayahuasca non riusciamo a comprendere che una relazione gratificante può nascere esclusivamente come corollario di un profondo lavoro interiore, basato primariamente sulla rieducazione all’amore per noi stessi attraverso l’autoaccettazione. Al termine corollario ho volutamente omesso di accostare un accessorio: eventuale.
Mi sembra che il moloch delle fiamme gemelle sia diventato il meetic del mondo spirituale, il lovepedia che affabula sulla speranza di ritrovare, finalmente, quell’anima che ci aveva fatto annaspare di felicità, quella relazione come altre non ne esistono sulla faccia del pianeta.FDA 2016.08.02 Fiammegemelle 002E fornisce anche almeno un paio di alibi qualora dovesse andare buca: nell’esistenza attuale può esservi una profonda disparità; possono intervenire terzi a contrastare o separare. Insomma, l’ennesima pastiglietta di anestetico, l’ennesimo placebo per giustificare l’inazione.
Luci divine, alieni e adesso fiamme gemelle: qualcuno arriverà, prima o poi, a tirarci fuori dalla merda senza che facciamo il minimo sforzo…
Ciò che, particolarmente, mi infastidisce è che chi ne argomenta lo fa con il solito piglio sussiegoso da dispensatore di verità rivelata, come se avesse viaggiato in lungo e in largo nel tempo e nello spazio ed avesse vissuto chissà quali straordinarie esperienze, decidendo infine di condividerle graziosamente per elevare la consapevolezza delle anime dolenti.
Peccato che leggendo i vari articoli si scopra che usano tutti gli stessi termini e adottano il medesimo periodare, compresi quelli scritti in tedesco e in inglese, spesso malamente tradotti e a loro volta ancor peggio ritradotti dall’italiano. Splendido.
Concludo quindi con quella che ritengo una doverosa precisazione: se esistono, ed esistono su questo non vi sono dubbi, le fiamme gemelle sono anime vecchie e proprio per questo, parafrasando il poliziotto negro di Arma letale, sono troppo vecchie per queste cazzate. A proposito, io l’ho incontrata la mia fiamma gemella: un’esperienza esaltante, ma anche una gran rottura di maroni….FDA 2016.08.02 Fiammegemelle 005Le anime vecchie scoprono di esserlo dopo un percorso disagevole, che sin dall’infanzia le fa sentire se stesse solo a condizione di ritrovarsi sole e isolate rispetto agli altri. E per un periodo di tempo generalmente non breve si convincono che vi sia qualcosa di sbagliato in quel loro modo di essere assolutamente disinteressate, quando non refrattarie, agli argomenti che appassionano invece tutti gli altri, in particolar modo i coetanei.
Per quanto mi riguarda la solitudine è sempre stata la mia dimensione ideale, e sono stato considerato dapprima un bambino, successivamente un ragazzo e infine un adulto strano, per non dire disadattato. E, naturalmente, introverso, ribelle e rompipalle specialmente quando additavo il re nudo.
Non fanno per me i comportamenti tradizionali: proprio perché sono estremamente curioso, voglio andare oltre la superficie delle apparenze e comprendo al volo l’inutilità e la vanagloria in molti atteggiamenti ed altrettante persone compresi genitori, insegnanti, amici e colleghi, per tacere delle cosiddette autorità.
Una caratteristica delle anime antiche è quella di riconoscersi fra simili, magari mentre si è in metrò o in fila alla cassa del supermercato: il più delle volte ci si scambia uno sguardo, un sorriso e finisce lì. L’anima antica sa che condivisione e dialogo vanno intrapresi solo se necessari od opportuni, il resto è sovrastruttura, è rumore. Ci siamo riconosciuti, ok: ciao ciao.FDA 2016.08.02 Fiammegemelle 003Altri tratti comuni che ho rilevato nelle anime che mi è accaduto di incontrare sono la riflessività, l’introspettività e il disinteresse per le cose materiali.
Consapevoli della caducità e della ciclicità delle esistenze, dall’istante in cui affiorano le antiche memorie delle proprie vite e di quelle altrui, sviluppano una significativa abilità a riflettere su tutto: sulle proprie azioni, su quelle degli altri, sulle motivazioni che le hanno originate e persino sulle vicende storiche che hanno portato il mondo ad essere in un modo piuttosto che in un altro.
La fase iniziale del risveglio coincide con un’intenso periodo di ri-apprendimento: leggono e sperimentano di tutto, spesso contemporaneamente, osservano con un distacco da spettatori – anzi da analisti di laboratorio – le parole e il modo di pronunciarle, gli atteggiamenti, le posture, l’abbigliamento, il modo di camminare e persino di truccarsi delle persone. Un po’ come fa una persona in possesso del brevetto di pilota quando, dopo un periodo di distacco, effettua la cosiddetta ripresa voli.
Ricchezza, attenzione ai beni materiali e persino la fama possono anche interessarli, in un primo momento: anche quello è un divertente modo di sperimentare, di ri-conoscere. Ma poi mollano perché non riescono a concepire come fine il possesso di beni materiali che esulino da quelli necessari alla sopravvivenza. Intendiamoci, non sono fautrici di un neopauperismo, semplicemente non sprecano energie per quelle che ritengono cose effimere.
Alla fine ritrovano se stesse nel lato spirituale della vita, ma non sono né sussiegose né seriose, talvolta sono anzi maestre del cazzeggio perché l’esperienza ha insegnato loro che nulla va preso troppo sul serio: conoscenza, saggezza, felicità, verità e libertà non hanno bisogno di stucchi dorati e polverosi velluti, che oltretutto sono pieni di acari. Per la stessa ragione non indulgono ai dettagli preferendo una visione d’insieme, e le stesse difficoltà vengono percepite come accidenti temporanei, la cui principale finalità è l’acquisizione di ulteriore esperienza.
Infine non sono pigre ma neppure ipercinesiche: se un’anima antica vi dice che va in Giamaica è più facile che la troviate a Brera, al Bar Giamaica.FDA 2016.08.02 Fiammegemelle 004E, da ultimo, consapevoli della loro inutile e spesso strumentale ipocrisia tendente all’annientamento delle coscienze, una cosa che le fa letteralmente rotolare dalle risate sono i dogmi, i perbenismi, i fervorini morali, le persone tutte d’un pezzo. Anche per questa ragione non perdono tempo né con le persone che reputano fastidiose, inutili o dannose alla loro crescita e alla loro serenità, né con quelle che pretendono per il fatto stesso di esistere. E quando possiedono il dono di poter essere utili agli altri con qualche particolare qualità, state certi che non ne fanno uso con cani e porci.
“Noli tangere circulos meos” disse Archimede al soldato romano che era venuto per arrestarlo, il quale indispettito lo uccise. Ecco, le anime antiche sono così: noli tangere circulos meos, indipendentemente dalle conseguenze e al di là di ciò che vi hanno raccontato in salsa newage.
Morale di tutto questo? Come sempre non ne ho idea, ma sono sicuro che ciascuno vi troverà ciò che maggiormente gli risuona. Per quanto mi riguarda mentre scrivevo e rileggevo ho percepito il senso dell’accettazione e dell’amore per se stessi.

Alberto C. Steiner

Valtellina: le pietre raccontano storie di Donne Antiche

Accade di imbattersi, percorrendo sentieri alpini, in massi isolati e cumuli piramidali o pile di grossi sassi, non infrequentemente dipinti con la bandierina bicolore del segnavia, a significare che da tempo immemore costituiscono punti fissi di riferimento.
Si tratta quasi sempre di Donne di Pietra, memorie ancestrali del nostro passato dedicate alla Dea Madre: pietre della fertilità o del parto, statue stele trasformate nel tempo in maestà poste in corrispondenza di bivi e trivi, e più recentemente in edicole e cappellette.FDA 2016.07.27 Donne Pietra 001Di forma non antropomorfa e solo talvolta appena sgrezzate dal masso originario, costituiscono una delle più antiche tracce devozionali sparse su alpeggi e valichi lungo i sentieri più trafficati, rustiche rocce alla cui base è spesso presente una risorgiva o una polla a simboleggiare utero o vagina e contemporaneamente, attraverso l’elevazione, il passaggio da questo a quell’altro mondo.
Svolgevano anche funzione iniziatica e propiziatoria per i maschi, che le attraversavano se presentavano una fessura o le sottopassavano se sollevate raccogliendo l’acqua “sacra” trattenuta dalla cavità naturale, il più delle volte ritenuta l’impronta della Madonna, di un demone, di una strega o di un animale fantastico.
Alcune recano tracce di primitivi graffiti, nei quali etnografi e antropologi hanno ravvisato figure femminili a piedi o a cavallo ed eventualmente accompagnate da animali fantastici in forma di unicorni, capri, serpenti o draghi.
A partire dal Medioevo, ma soprattutto dal XV Secolo, molte di tali pietre furono modificate o sostituite con statue e edicole rappresentanti Madonne che impugnano ramoscelli o mazzetti di fiori ed erbe o recano sottobraccio cesti colmi di fiori e frutti: un escamotage per evitare inopportune attenzioni ecclesiastiche, mascherando con segni della cristianità i simboli dell’antica religione. Qualche volta fu la chiesa stessa ad occuparsene quando, non riuscendo a rimuovere radicate tradizioni, provvide a scalpellare croci, graffiti, dipinti o bassorilievi di madonne, santi e beati, se del caso attribuendovi accadimenti miracolosi, magici e fantastici mediati dalla tradizione locale.
A parte le madonne, i santi più gettonati – tutti maschi per rimuovere attraverso il mutamento di genere le antiche reminiscenze – sono Antonio da Padova (invocato contro la sterilità), Cristoforo (patrono dei viaggiatori), Martino (patrono dei viaggiatori e… dei cornuti) e Rocco (patrono dei pellegrini).
Andando molto a ritroso nel tempo scopriamo che fra il 452 e il 454 si tenne un concilio a Arles – località che già nel 314 fu sede di uno precedente, promosso dall’imperatore Costantino I per rimediare all’esito negativo di quello tenutosi a Roma l’anno prima – che, fra altre disposizioni, impose l’obbligo di distruggere le statue-stele, monoliti in forma di lastra che sovente si incontravano infissi nel terreno.FDA 2016.07.27 Donne Pietra 006Ma la norma fu ampiamente disattesa: la gente asportò i monoliti posizionandoli sui confini delle proprietà o lungo le recinzioni. Alcuni resistono ancora oggi e ogni tanto ne viene rinvenuto qualcuno. L’usanza popolare valtellinese, grigionese e altoatesina li chiama madonnine.
Sull’argomento, vastissimo e trasversale geograficamente e cronologicamente, è presente una ricca e qualificata letteratura. In queste note mi limito ad alcune evidenze relative alla tradizione della Valtellina e, per contiguità storica e territoriale, grigionese ed altoatesina.
A dimostrazione di quanto la simbologia della pietra fosse diffusa cito, prima di proseguire, due esempi situati ai capi opposti d’Italia: Calimera, in provincia di Lecce, e Oropa in provincia di Biella.
A Calimera le fondamenta della piccola chiesa consacrata a San Vito vennero edificate alla fine del XV Secolo in una foresta di lecci, mirti e querce attorno ad una pietra confitta nel suolo ed oggi nota come la Sacra Roccia di San Vito. La pietra presenta un foro del diametro di soli quaranta centimetri attraverso il quale le donne che ci riescono passano per rigenerarsi energeticamente e favorire la fertilità.FDA 2016.07.27 Donne Pietra 005A Oropa, uno dei più grandi santuari mariani europei, coincidono due elementi della tradizione: un enorme masso e il culto di una madonna nera, attestato già nel IV Secolo attraverso la presenza di un simulacro nascostovi dal primo vescovo di Vercelli per sottrarlo alla distruzione. Un fitto bosco, natura incontaminata e montagne a fare da corollario rendevano il culto originario della madonna nera simile a quello precristiano, che associava alla natura un’importanza divina. E attorno ad un imponente masso erratico, popolarmente chiamato ròch d’la vita, sasso della vita, e tramandato come pietra della fecondità sulla quale sino a non molti decenni fa le donne si strofinavano per propiziare una gravidanza o un parto, venne edificato il nucleo originario dell’attuale complesso.FDA 2016.07.27 Donne Pietra 004E veniamo alla Valtellina: al piano terra di Palazzo Besta, a Teglio, è conservata la Stele di Caven, un importantissimo reperto datato al III Millennio costituito da una pietra dalla forma ovale, con graffita una presumibile figura antropomorfa, interpretata come divinità femminile.FDA 2016.07.27 Donne Pietra 003La corrente più seguita, fra le numerose attribuzioni, è l’antropomorfismo riferito al culto della Dea Madre o ad una divinità della fecondità.
Valtellina, terra di confine ed uno dei più notevoli esempi delle nostre tradizioni ancestrali, a suo tempo presidiata militarmente per sconfiggervi l’eresia luterana proveniente da oltre confine (ne ho scritto il 1° marzo scorso in Valtellina: tra Sant’Uffizio e agenti segreti svizzeri….).
E allora passiamolo, il confine, per andare nella Val Monastero (Val Müstair in romancio e Münstertal in tedesco) una valle dei Grigioni che si sviluppa parzialmente anche in Alto Adige ed è la più orientale della Svizzera.
Numerosissimi i riferimenti alla Mumma Veglia, vale a dire Madre Vecchia o Antica, in quella cultura della pietra che nei Grigioni permane in senso etnologico, archeologico e persino etimologico in numerosi toponimi.
In passato quasi ogni villaggio aveva la propria Mumma Veglia alla quale si faceva visita in occasione di determinate festività. Famose anche le pietre poste all’ingresso degli abitati e soprannominate la Vecchia e il Vecchio. La gente aveva un rapporto molto stretto con queste pietre sacre, espressione di una venerazione degli antenati dai molteplici aspetti che comprendeva anche le Pietre dei Bambini, dalle quali le donne ricevevano l’anima dei neonati.
Secondo un’antica credenza uomini, animali e natura sarebbero protetti dagli antenati e, in particolare, l’antica antenata sarebbe una traghettatrice di anime alla quale i defunti giungerebbero dormienti per essere riportati in vita attraverso il parto da una giovane donna del clan.
Una fede arcaica nella rinascita e nella ciclicità naturale ritenuta sostanzialmente femminile, dove l’antenata traghettatrice assume il ruolo di dea creatrice. Ciò conferma come anticamente la discendenza seguisse la linea materna ovvero ciò che viene etnologicamente definito matrilinearità. A tale aspetto vanno aggiunte altre manifestazioni sociali: matrilocalità, esogamia, clan matriarcale e paternità sociale del fratello della madre.
Ma la Mumma Veglia era associata anche all’iniziazione e intronizzazione in primavera ed estate, apparendo in tal caso come dea della terra.
Una divinità grigionese molto nota è Reitia, nota anche come Madrisa, ovvero Mater-Rita: mostra una stretta parentela con un rito di fertilità attraverso l’usanza femminile di scivolare lungo una pietra sacra (come a Oropa). La troviamo spesso abbinata al culto della dea Ana, che nell’evangelizzazione cristiana diventa sant’Anna, la nonna materna (la Vecchia) di Gesù. Reitia diventa invece santa Margherita, raffigurata in associazione a un animale simbolico di stampo precristiano: un drago, a sua volta simbolo di energia sessuale, fecondità e conoscenza (vedi 10.07.2016 Ma lo chiamavan Drago: significato alchemico del drago ed anche 20.07.2016 Draghi, sante e madonne nell’arte figurativa).
Interessantissimo in proposito il saggio Las alps da Müstair in Val Mora scritto in lingua romancia nel 1971 (testo a fronte in tedesco) da Mario Oswald contenuto in Annalas da la Societad Retorumantscha.FDA 2016.07.27 Donne Pietra 002Al confine con il vicino Tirolo troviamo una famosa Roccia dell’Antenata, un masso simile a una vecchia donna seduta: ora in rovina ricorda una nonna che sta raccontando favole ad un gruppo di bambini, rappresentati da piccole pietre che la attorniano.
Nell’usanza popolare la Mumma Veglia era dispensatrice di bambini e loro protettrice, e darle un bacio aveva un significato apotropaico e iniziatico: un arcaico bacio sacro che iniziava un partner maschile al quale la dea della terra compariva sotto forma di vecchia. Attraverso il rituale il partner diventava un eroico re, intronizzato su un trono di pietra attraverso la celebrazione delle Sacre Nozze. Il rituale del bacio sacro sopravvive in varie zone dei Grigioni, ricorrendo in associazione con una società matriarcale, perché il re (con il significato di rappresentante esterno della comunità) viene scelto dalla dea della terra e quindi dalla regina sacra, coadiuvata da donne sacerdotesse.
Chi arriva a Zuoz proveniente da St. Moritz passando per Samedan incontra lungo la via principale la cappella di San Bastiaun, che presenta un’antichissima pietra simile ad un oblungo fonte battesimale: è la Pietra Sacra del villaggio, che con la sua forma di un grembo femminile rappresenta la Mumma Veglia e, non lontano, vi è un antico luogo di ritrovo – detto radura della danza – di quelle che qui chiamavano Donne Sagge e da noi Donne di Conoscenza. Insomma, le cosiddette streghe.
A nord-ovest sopra il villaggio vi è una roccia che la gente chiama il didietro della vecchia: ha la forma di un grembo e vi sgorga un piccolo rivolo d’acqua, localmente detta della vita, che scorre direttamente nel fiume Inn, che qui è associato al drago e alla dea Ana.
Sino alla fine del secolo scorso era viva la tradizione di celebrare numerose danze estive, ed è noto come i giovani malgari, quando si trovavano di fronte alla Mumma Veglia, baciassero la pietra per trarne protezione e, si dice, indicazioni circa il futuro. Una curiosità: in occasione della festa di san Giovanni i giovani spruzzano acqua addosso alle ragazze del paese con pompette di forma fallica.
Poco discosto, in un alpeggio detto Albanas, è presente un insolito raggruppamento di massi: un cerchio ovale costituito da numerose pietre di piccole dimensioni e da una pietra più grande, considerata una specie di trono che offre la visione frontale del Piz Uter, detto Monte Altare, contrapposto al Piz d’Esan, Monte dell’Asino. Il primo, dalla conformazione orizzontale, è considerato il monte femminile, ovvero la dea della terra mentre il secondo, con la sua linea verticale e il suo corno simboleggia l’energia maschile.
Il paesaggio circostante è caratterizzato da una notevole geometria sacrale simile a quella propria di altri luoghi sacri, in particolare attraverso la forma di un triangolo isoscele che simbolicamente richiama il grembo sacro della dea della terra. C’è persino il clitoride: un rilevato presso il vertice.
E torniamo in Valtellina, dove i simboli sono meno evidenti ma altrettanto diffusi. Da segnalare in particolare la cappelletta posta in corrispondenza della Valle dell’Inferno, laterale alla Val Codera tra Valchiavenna e Valtellina propriamente detta, oltre ad alcuni massi guardiani posti a protezione di case o malghe edificate in luoghi dal particolare significato energetico.FDA 2016.07.27 Donne Pietra 007Pietre, stele e menhir, visti come antenati maschili e femminili, costituiscono il residuo di un’antica cosmogonia prettamente femminile con una potente inclinazione al rapporto con la terra, la nascita e la morte vista come l’inizio di una nuova vita. E le vergini nere, spesso simboleggiate da modeste pietre scure, simboleggiano la Grande Madre Universale e la materia nera degli alchimisti, facendoci ritrovare attinenze con i culti di Iside piuttosto che con Cerere, Diana, Astarte.FDA 2016.07.27 Donne Pietra 007A questo punto dovrei concludere con un cenno a barlotto, tregenda (il toponimo di un comune valtellinese è Tresenda, a significare viottolo o transito dal tardo latino tra(n)s-ienda derivato dal classico trans-eunda: passaggio; un passaggio fra mondi?) e festa dei cornuti, ma l’argomento è talmente vasto che vi dedicherò una trattazione a se stante.
Il 16 maggio 2012, infine, si tenne presso la Biblioteca Civica di Bormio l’incontro Briciole di Polenta, incontri sulla storia locale da gustare in biblioteca, che ebbe come temi dee, fate e streghe; luoghi magici e leggende; acqua, pozioni, formule e iniziazione; persecuzioni. Anche di questo parlerò diffusamente appena mi sarà possibile.

Alberto C. Steiner

Nel bosco di notte come i bambini delle fiabe

Mi piace dormire nel bosco, ogni volta che posso lo faccio anche se spesso non dormo affatto, troppo preso ad assaporare la vita notturna che lo percorre.
Nelle favole della nostra infanzia il bosco assumeva un ruolo rilevante: vi era situata la teca che custodiva il sonno della Bella Addormentata; nella versione di Cappuccetto Rosso dei fratelli Grimm – datata 1812 e denominata Rotkäppchen – vi avveniva l’uccisione del lupo da parte del cacciatore che dalle viscere ne estraeva Cappuccetto Rosso e la nonna; bosco e lupo li ritroviamo nella fiaba musicale Pierino e il lupo scritta da Sergej Prokof’ev nel 1936, per non parlare di Pollicino o di Hänsel e Gretel, fiaba quest’ultima che ha origine nel Medioevo, epoca in cui la scarsità di cibo e la diffusione della fame facevano dell’infanticidio una pratica comune.FDA 2016.06.14 Bosco bambini 001Numerose sono inoltre le trame che vedono bambini condotti nel bosco dai genitori oppure rapiti e portati in un bosco, dove spesso vengono accolti da un essere magico o misterioso, o che nel bosco si recano di propria iniziativa.
Non dico nulla di nuovo affermando che si tratta della raffigurazione di un rito iniziatico, di passaggio, che normalmente avviene prima della pubertà.
Se il bambino viene condotto nella foresta l’incombenza spetta al padre o al fratello, mai ad una figura femminile poiché il luogo dove viene celebrato il rito è interdetto alle donne e, nei rituali pertinenti alle culture sciamaniche, l’accompagnamento dell’iniziando è un accompagnamento verso la morte, tanto è vero che il bambino viene adornato, dipinto e vestito in modo molto cerimoniale. Il bambino viene infine lasciato solo affinché muoia, rinasca e ritrovi da sè la capanna.
Nei racconti dove sono presenti streghe o fate il condurre il bambino nel bosco configura invece un atto ostile, ma il finale risulta comunque alchemico: il bambino muore (o quanto meno rischia di morire, spesso divorato dalla strega o dall’orco di turno) ma riesce a sfuggire o a rinascere – talvolta salvando la sorellina (Hänsel e Gretel) – ed acquisendo nuove competenze e capacità.FDA 2016.06.14 Bosco bambini 002Non di rado, se l’allontanamento si configura come ratto, i rapitori provenienti dalla foresta sono mascherati da animali e la paura di questi esseri viene sfruttata come mezzo educativo.
Nel contesto alchemico e sciamanico il bambino, una volta iniziato e tornato dal bosco, può diventare artigiano o guerriero e, soprattutto, prendere moglie. In buona sostanza il rito dell’iniziazione è anche il rito di ammissione nella società, ammissione peraltro già stabilita al momento della nascita.
L’ammissione, ma in questo caso è più adeguato parlare di assegnazione, si ritrova anche, tipicamente, nei racconti di streghe e fate: alla nascita del bambino il padre conchiude un contratto per effetto del quale il bambino viene messo a disposizione di un essere misterioso, stregone, artigiano, demone, fata o strega in cambio di abbondanza nei raccolti o di una vita ragionevolmente agiata per i restanti componenti della famiglia. Il bambino rimane in famiglia fino ad una certa età e viene consegnato – mediante accompagnamento nel bosco, spesso con uno stratagemma – allo scadere del termine, che coincide con il momento della pubertà.
Breve inciso: alcuni studiosi hanno ravvisato nell’evento e nella sua collocazione temporale (la pubertà) un’attinenza con l’energia sessuale, come sappiamo la più potente che esista, e con l’iniziazione da parte di una strega o fata che attinge a tale energia – ancor più forte in quanto presa al suo primo sbocciare – per trarne alimento funzionalmente allo svolgimento di particolari rituali. Nel frattempo la fata o strega, quando non lo sopprime, provvede all’iniziazione sessuale del fanciullo attraverso rituali di magia sexualis. Non casualmente ritroviamo il bambino, una volta divenuto adulto, nelle vesti di sciamano, alchimista, qualificato artigiano o stregone.
Nella foresta il bambino viene sottoposto a prove e torture terribili, deve sottostare all’azione del fuoco, gli viene asportata la pelle, subisce tagli profondi nelle parti più significative del corpo: mani, cuore, genitali. Le torture durano a lungo e sono accompagnate da fame, sete, oscurità creando uno stato che l’iniziando ritenga quello della morte. Spesso originano una momentanea follia e l’iniziato dimentica tutto, persino il proprio nome.
L’insorgere della pazzia viene fatto coincidere con quello della migrazione dello spirito, quando l’iniziando acquista certe facoltà. Ritroviamo la pazzia anche nei racconti di fate e streghe, ma raramente connessa con lo spettacolo dei corpi smembrati.FDA 2016.06.14 Bosco bambini 003Esaurita questa sorta di premessa, mi piacerebbe proporre ad un gruppo più o meno ristretto di persone non solo di attraversare un bosco di notte, ma di viverlo per alcuni giorni. Sarò pessimista, o più semplicemente ne parlo senza alcuna voglia di fare da guida turistico-sciamanica: secondo me diventerebbe pura retorica, avrebbe il sapore di una gita e lascerebbe solo il segno di una inconsueta e piacevole esperienza condivisa. Il primo ostacolo, che ritengo insuperabile, sarebbe dato dalla difficoltà di mantenere il silenzio. Il secondo dai troppi odori corporei che si diffonderebbero tenendo lontani animali diurni e notturni. Il terzo dagli inevitabili rumori di rami spezzati o tonfi di oggetti posati a terra e, mi immagino, persino di stoviglie smosse. Ok, me l’hanno già detto: razzista intellettuale. Lo so.
Ma immaginando che sia possibile e che sia possibile riunire un gruppo di adulti consapevoli, vado avanti.
Un’impresa autoriflessiva e metaconoscitiva vissuta da adulti costituisce un momento importante, dall’elevato potenziale formativo e trasformativo.
Attraversare il bosco di notte significa andare là dove la paura ancestrale non farebbe andare, significa incontrare i nostri aspetti sconosciuti, i nostri desideri e le pulsioni profonde, significa comprendere problemi e nodi da sciogliere, analizzati dal punto di vista sistemico e archetipico in una ricostruzione e ristrutturazione del sè..
Disorientamento, Interrogazioni, emozioni e sentimenti rimossi dalle zone diurne qui prendono il sopravvento, si riappropriano dello spazio al quale hanno diritto. E spesso lo fanno senza preludio, in modo quasi traumatico.
Penso addirittura ad un percorso a coppie, dove uno conduce l’altro bendato che gli si affida totalmente, proprio come un bambino. Penso che si potrebbe ricorrere a qualsiasi modalità comunicativa, a qualsiasi modalità di contatto, ad esclusione della parola. Successivamente i ruoli vengono invertiti.FDA 2016.06.14 Bosco bambini 004Mi piacerebbe infine se l’esperienza si concludesse con una condivisione in cerchio, dove i partecipanti inventano una fiaba sulla base di ciò che hanno vissuto: uno inizia e man mano gli altri aggiungo sviluppi e varianti. La fiaba viene successivamente trascritta e consegnata ai partecipanti, sono certo che costituirebbe un interessante documento di riflessione. E da ultimo, nel luogo scelto per l’esperienza non dovrebbe mancare un corso d’acqua, un torrente o un laghetto, nel quale i partecipanti potrebbero, anzi dovrebbero, immergersi a scopi anche rituali.
Chissà… magari trovo qualcuno che ha voglia di condividere una simile esperienza.

Alberto C. Steiner

Quando le Anime Antiche si riconoscono

Una nevicata, in altri luoghi inaspettata nel pomeriggio del 1° maggio ma che non preoccupa a Isola Santa, la frazione di Careggine immersa nei boschi della Garfagnana.
Il piccolo paese sulle Apuane, fondato come ospizio nel XIII Secolo, è tuttora immerso nell’epoca medioevale, percepibile a livello sottile nelle atmosfere, nei toni grigi, nebbiosi e freddi che anche in piena estate caratterizzano il borgo.FDA 2016.05.02 Anime 001Questo minuscolo abitato evoca la solitudine di un mondo dove il futuro era quasi esclusivamente rappresentato dalla quotidiana lotta per la sopravvivenza, in un tempo scandito dal magico ancestrale e dal religioso incombente sul popolo minuto.
Come si nota dalle immagini il borgo affaccia su uno specchio d’acqua: è il lago artificiale detto di Vagli, creato dall’Enel nel 1947 in seguito alla costruzione di una diga per la produzione di energia idroelettrica
La realizzazione dell’invaso ha comportato che la frazione di Fabbriche di Careggine venisse abbandonata e quindi sommersa dal lago che, nel corso del tempo, è stato prosciugato quattro volte per lavori di manutenzione della diga, facendo riemergere il paese in tutta la spettralità e la memoria atavica degli edifici semidistrutti, ed in particolare del mulino e del ponticello di pietra.FDA 2016.05.02 Anime 002E il sensazionale evento è atteso nuovamente proprio per l’estate di quest’anno: la notizia venne riportata il 30 maggio 2015 dal quotidiano Il Tirreno.
Ma torniamo al borgo e alle sue atmosfere: un tempo abbandonato, è stato recentemente in parte ristrutturato per essere trasformato, pur mantenendo un aspetto molto rustico, in albergo diffuso.
Esistono luoghi che evocano in noi sensazioni di già vissuto, correlate a gioia ma più spesso a timori, dolori, angosce. E sono particolarmente le atmosfere medievali – sintetizzate bene dalle immagini pubblicate – a possedere queste peculiarità.FDA 2016.05.02 Anime 003L’incertezza, la fatica e la sofferenza di vivere, rituali pagani che – sempre più contrastati dal potere ecclesiastico – potevano sopravvivere solo nascondendosi e camuffandosi, devono aver lasciato tracce indelebili nei filamenti genetici dei nostri progenitori. O addirittura in noi stessi: ce ne rendiamo conto, pur senza sapere consapevolmente, quando li sentiamo trasudare dalle profondità dell’inconscio e suscitare paure e fascinazioni che si tramutano in curiosità e voglia di approfondimento.
Spesso non è un caso che, le persone come noi, a quell’epoca associno disagi dell’anima, antichi dolori, un senso di incompiuto.
E può talvolta accadere che, dalle brume medioevali, emergano antiche anime che – esattamente come i luoghi, i boschi e gli edifici che abbiamo alla fine riconosciuto – risuonino in noi con le loro vibrazioni.
Ed a questo punto può accadere un vero e proprio miracolo mistico, magico, ancestrale e portatore di una incredibile forza primordiale: che queste anime, una volta riconosciutesi, chiudano il cerchio rimasto sospeso, sciolgano un antico nodo. E poi…. E poi volete sapere troppo.

Alberto C. Steiner