Марина Абрамовић, Seven Easy Pieces, e il valore del silenzio

Sono contento quando un mio scritto innesca discussioni, confronti ed approfondimenti oltre il risicato confine partecipativo del social dal quale, al momento, rilancio ciò che pubblico su La Fucina.
Lo sono altresì per il fatto che a mano a mano che scrivo approfondendo il tema trattato ed entrando nel merito degli interessi effettivi, delle modalità attuative e delle loro impalcature antropologiche, letterarie, mitologiche e rituali, il pubblico dei lettori si assottigli ma ne guadagni la qualità.
Posso tranquillamente affermare di scrivere per una decina di persone, delle quali possiedo il numero di telefono e che spesso conosco personalmente, in una sorta di circolo esoterico alchemico-letterario esplicato con messaggi, scambio di link, file in formato pdf e, cosa estremamente più importante di tutte, battute a livello del peggiore cazzeggio che rendono, a mio avviso, il tutto estremamente serio. Approfitto qui per ringraziare queste persone amiche e davvero preziose.
Discutendo del pezzo “Tutti che portano luce, mai nessuno che porti da bere” pubblicato il 4 corrente abbiamo rilevato come il contenuto si presti ad essere ampliato integrandovi due argomenti: una specifica di dettaglio su Марина Абрамовић, Marina Abramović, ed un approfondimento sui tanto complessi quanto affascinanti rituali che prevedono la castrazione e l’evirazione, corredati dal necessario sostegno mitologico.
In questo breve scritto mi occupo della Abramović, ed in particolare di Seven Easy Pieces, l’opera citata nello scritto sopra nominato.
Questa opera, della durata complessiva di 1h32’49” e diffusa in rete nell’anno 2007 con montaggio curato da Babette Mangolte, rievoca sette esecuzioni fondamentali, alcune delle quali rifacentesi agli anni ’60 e ’70 della guerra fredda, tutte interpretate come partitura musicale.
Il lavoro fu rappresentato dal 9 al 15 novembre 2005 al Guggenheim Museum di New York, ed ogni esibizione affrontò un tema specifico:riuscendo a coinvolgere numerosissimi spettatori, a proposito dei quali la Abramović affermò: “Non voglio che il pubblico senta che stiamo trascorrendo del tempo con le esibizioni, voglio semplicemente che si dimentichino del tempo.” Questo il link al video: https://archive.org/details/ubu-abramovic_seven.
Non sono solamente quelli che chiamo i miei cromosomi balcanici a farmi apprezzare Marina Abramović, ma anche il suo coraggio, il suo essere fuori dal coro, ed alcune sue caratteristiche che a mio avviso ne fanno una Donna di Conoscenza senza né svolazzi né proclami. Di seguito una selezione di immagini tratte da Seven Esay Pieces:Ebbi l’opportunità di incontrarla alcuni anni fa al PAC di Milano, e di sentire la fortissima Energia che da lei emana.
Di lei, oltre a quanto descritto sopra, ricordo qui la performance che, nuda su una piramide di ossa insanguinate, compì come forma di protesta e grido di dolore contro la guerra – in generale e nei Balcani in particolare, essendo lei di origine bosniaca – e Balcan Erotic Epic, il film girato nel 2005 e da me spesso citato, che riprende l’antichissimo rituale contadino dei Balcani, la Fecondazione della Terra attraverso una vera e propria penetrazione attuata dagli uomini mentre le donne danzano in cerchio (questo il link: https://vk.com/video-1789739_159160944).
Nel percorso di scoperta ed approfondimento delle proprie tematiche, e mi riferisco in particolare alla conoscenza dei talenti insiti nel Lato Oscuro, posso affermare che alcune tecniche, mediate da quelle della Abramović, sono di notevole impatto e grande efficacia.
L’approfondimento di certe esperienze mi convince sempre più del fatto che Consapevolezza e Risveglio, pur riguardando anima, interiorità, coscienza o come preferiamo definirle in una visione immateriale, debbano sottendere una visione ed un approccio verso ogni manifestazioni della Natura, ivi compresa quella umana, rendendo imprescindibile la massima attenzione a corpo, fisicità, sessualità nelle loro attinenze sacre. La valenza esperienziale del mio percorso mi ha insegnato come la materia della quale siamo fatti non costituisca affatto un ingombrante e peccaminoso involucro contenitore di organi e fluidi ma una fonte di apprendimento, di piacere e di amore, oltre uno strumento per ottimizzare ed acuire le Energie funzionalmente all’estensione percettiva ed all’accesso al mondo altro.
Come affermo sempre: mi baso sulla mia esperienza, pratica e non teorica, e non mi permetto né di parlare né di scrivere pretendendo di affermare verità assolute. Quel che a me è valso e tuttora vale affinché io possa compiere il mio cammino, può non valere o addirittura essere controproducente per altri.
Ciascuno ha i propri bioritmi, le proprie attitudini ed i propri convincimenti e non sta a me dire quali siano giusti e quali errati. Onoro tutto e tutti senza giudizio allo stesso modo in cui pretendo che sia onorato il mio sentire.
Un tratto comune delle esibizioni di Marina Abramović che apprezzo notevolmente è, infine, il silenzio: l’artista piange, singhiozza, guaisce, urla ma non parla ove non sia strettamente necessario. E non lo è quasi mai. Nell’ambito del percorso di ricerca e sperimentazione la voce del Sacro si manifesta attraverso il silenzio.
Lo affermò anche Federico Fellini: “Se tutti facessimo un po’ di silenzio forse qualcosa potremo capire” riferendosi a quello esteriore come passo verso il silenzio della mente e del cuore per conoscere se stessi e il mondo.
Ho scoperto a suo tempo che avrei potuto procedere lungo la Via della Conoscenza solo a condizione di educarmi al silenzio. Per sentire il corpo e le sue vibrazioni, per ascoltare quello che hanno da dirmi un albero o un torrente piuttosto che il vento, la luce, l’acqua, una foglia.
Il silenzio, liquido amniotico che nutre pensiero, parola e poesia, e che consente di percepire meglio anche gli odori. Il silenzio permette di osservare meglio anche quando sembra che non vi sia nulla da vedere, ed è parte fondamentale della conversazione vera, quella che permette di condividere: mi consente di ascoltare in termini reali assimilando ciò che il mio interlocutore sta esprimendo. Il silenzio può anche costituire una risposta, perché non mi sento obbligato ad una risposta e non ne chiedo. E cerco di fare in modo che la conversazione inizi sempre con un istante di silenziosa riflessione.
Per me il silenzio è anche segno di stima e rispetto, e rifuggo dalle persone esagerate, appariscenti e schiave delle apparenze, da quelle che parlano velocemente, mangiandosi le parole: mi infastidiscono, mi urtano, mi fanno incazzare.
Ho avuto bisogno di ritrovare il silenzio come valore educativo e percettivo, come necessità profonda per crescere e vivere in modo sano acuendo le mie facoltà. E faccio di tutto per salvaguardarlo anche attraverso la solitudine, che mi è amica e compagna.
Posso percorrere quel vero e proprio laboratorio dell’anima costituito da un semplice sentiero nel bosco o in montagna solo in compagnia di persone a loro volta educate al silenzio ed alla meraviglia. Mi sono stancato di suscitare antipatie chiedendo: “Scusa potresti fare silenzio che non riesco a sentire?”
Chi vuol vivere nella cacofonia è libero di farlo. Chissenefrega, purché lontano da me.
Il silenzio mi consente inoltre di pervenire ad uno stato alterato di coscienza, necessario prodromo alla visione o al viaggio nell’altrove. Viaggio che compio solo quando strettamente necessario e non certamente per turismo.
Guadagnare il bene del silenzio significa incrementare la capacità di ascolto e riflessione, lo spazio per pensare in solitudine, per conoscersi, per sentire, per entrare in contatto con la propria interiorità. Il silenzio dovrebbe costituire una priorità, una quotidiana conquista che permette la risonanza emotiva e cognitiva, un’opzione irrinunciabile di serenità per il proprio ed altrui benessere. Uno strumento imprescindibile per lavorare con l’Energia, per sentire la pioggia che scroscia, ticchetta o zampilla, il saluto di una foglia che cade in autunno pronta a macerarsi per trasformarsi nel nuovo.
Il silenzio porta con sè la meraviglia indispensabile per ammirare il fuori e portarlo dentro, rallentando respiro e movimento, incrementando percettività e potenza energetica.

Alberto Cazzoli Steiner